Le parole del barone erano state dette con tanta mestizia che facevano contrasto meraviglioso colla sicurtà dell'ardire che gli si vedeva in tutta la persona. Ma il signor Fedele volle confortarlo, e chi sa che sciocchezze stesse per dirgli; quando s'udì venire una cavalleria, e le trombe suonarono, e gli uffiziali corsero ciascuno alla sua schiera: sicchè il barone affrettatosi a dare l'ultima stretta di mano al suocero futuro; fu al suo cavallo, raccolse le briglie, e montò in sella leggiadro in vista, ma col lutto nel cuore.
Alla voci dei capitani, rispose un moto e un rumore d'armi, poscia silenzio. Il generale veniva in mezzo a parecchi cavalieri, e il popolo faceva largo dinanzi a lui. Fu cosa di pochi momenti; un andare, un tornare, un parlarsi sommesso da questi a quello, un gridar alto alla moltitudine d'armati; tutto con quell'aria di mistero che usano le gerarchie sacerdotali e militari, quando parate fanno mostra di sè. Indi a poco a poco si spiccò la squadra d'ulani condotta dal barone, e presero la via verso mezzogiorno a mò di scorgitori; e dietro i fanti, e dopo questi le artiglierie, portate a dorso di muli; da ultimo salmerie, monelli e cani, tutti misurando l'andatura al suono guerriero di pifferi e di tamburi.
Di là a qualche ora tutto nel borgo era quiete; e la sera s'incominciò in chiesa un triduo, per invocare la vittoria dell'armi alemanne. Si pregava di cuore, ma gli animi aspettavano paurosi le novelle del campo. Marocco era stato colto da uno struggimento ch'egli solo sapeva quanto fosse grande, vedendosi ridotto a quella compagnia d'avventori paesani, che l'avrebbero tenuto sobrio. Il signor Fedele si fregava le mani, parendogli che la partenza dell'alemanno, gli fosse tant'oro, avendo mestieri di tempo per adoperare con Bianca il braccio della ragione. Tuttavia pensava che il barone avrebbe potuto morire; e allora si grattava la nuca plebeamente, stiracchiandosi la coda e meditando chi sa…..; cosa che io non sono vago di cercare in quel suo cervellaccio.
CAPITOLO VI.
Tornato alla villa, il signor Fedele cominciò dall'assalire Bianca coi ragionamenti, e trovandola sempre uguale, la condannò a starsi tutto il giorno in una stanza appartata. Guai alla zia e alla sorella, se avessero tentato parlarle. Per maggior umiliazione la faceva venire a mensa all'ora dei pasti; ma la poneva a sedere in un angolo del desco senza tovaglia, e le stoviglie in cui le dava a mangiare, non erano quelle lucenti di stagno che usava per sè e per la famiglia, bensì certo piatto di terra scura, da mangiarvi dentro l'elemosina, tolto a prestito dalla cascinaia. E anche in quel tempo le avea vietato di aprir bocca. Sui volti delle altre due, si fecero in breve profondi i segni dell'animo afflitto; ma temendo di procacciare a Bianca maggiori mali, tacevano; ed essa per certo raggio degli occhi nuovo e soave, mostrava di crescere in forza a sopportare quei trattamenti, e si consolava pensando che per amor di Giuliano avrebbe patito anche più, se più fosse bisognato.
Così entrava il maggio, senza che la festevolezza della stagione, valesse a ricondurre in quella casa la pace e la gioia. Damigella Maria e Margherita, libere di starsi o di uscire a diporto, non movevano guari, per non godere quel che a Bianca era vietato; avrebbero volentieri mutata sorte colle donne più tapine che fossero nella valle: e udendo i campagnuoli cantare strambotti pei colli, in quelle notti piene di misteriose melodie; i loro pensieri s'incontravano mestamente con quelli dell'infelice.
«Oh!—diceva la cieca—han bello dire, ma le contadine sono più felici di noi! Vengono su pascendo le pecore e sarchiando il campo, durano stenti grandi, è vero; ma almeno quel po' di pane che Dio manda lo mangiano in pace, senza tante ambizioni….! Noi…. noi…. invece….»
Margherita assorta nei canti che s'udivano lontani, chiedeva che volessero significare a quell'ore insolite, e pareva passionarsene: la zia sospirando rispondeva: «cantano la primavera tornata; la tua bella età, che Dio protegga, sicchè tu sia più fortunata di tua sorella!
«E Bianca?—ripigliava la giovinetta—che farà di là? le piaceranno questi canti, a lei così afflitta?»
Non era da dubitarne. Bianca porgeva orecchio dalla sua finestra, e pensava ai mài, che i contadini piantavano cantando dinanzi le porte delle foresi cui volevano bene. E anch'essa cadeva in quell'idea, che nata villanella, sarebbe stata più lieta; e che pur di potersi sposare all'uomo amato, la sferza del sole non la si doveva sentire, e lavorare sul solco da un'avemaria all'altra, doveva parere un trastullo. Ma per sè non poteva sperare che lo sterile rifugio d'un monastero; e in quei giorni di silenzio e di solitudine, ne parlava seco stessa, menzionando la pace, il sepolcro, mille malinconie; in guisa che se la zia l'avesse intesa, si sarebbe alfine levata contro il cognato; e delle due l'una, o egli smetteva dal tormentare Bianca, o essa se ne sarebbe andata a vivere da sè.