In quel dire alzava la testa dal guanciale. Il picchio non pareva più un picchio, ma sì un martellare di campane; al quale s'aggiunse un altro suono, noto, terribile, quello del corno, sorta di nicchio marino onde di quei tempi, coma usa in Corsica, andava ne' monti liguri provveduto ogni casale; sicchè di ladri, d'incendi, di lupi calati l'inverno, si mandava di valle in valle, rapida e lontana la voce.
«Ohe!—gridò allora sorgendo a mezzo,—la campana di C…. stormeggia, e questo è il corno! Signore aiutatemi!»
E balzando dal letto, senza stare a cercar co' piedi le pianelle, corse a spalancar la finestra; ma di subito preso da più stretta paura, riaccostò le imposte e le tenne socchiuse, quanto potesse guardar fuori con un solo occhio. In quella il cascinaio, i figli, chi dalla porta, chi dai finestrelli, porgendo il capo, si mostravano anch'essi.
«Dunque che cosa accade?—chiese ansando il signor Fedele—ne sapete qualcosa voi?»
Per tutta risposta, uno di quei villani, che s'era insino allora rattenuto per non destare il padrone, e scoppiava dalla voglia, precipitò sull'aja si recò alla bocca il corno, e ne trasse un muggito così pieno ed acuto, che al signor Fedele parve sentirsi passato fuor fuori da una cannonata.
«Ti pigliasse il canchero, te e il tuo toro! birbante! Tu mi vuoi far morire le donne? Butta al diavolo codesto tuo arnese d'inferno!»
A queste parole il giovanotto stette come allibito. Non aveva mai inteso il padrone porsi in bocca quelle parolacce. Gettare all'inferno quell'arnese, che s'adoperava a chiamare in chiesa i fedeli, gli ultimi giorni della settimana Santa, quando le campane sono legate, e le tabelle suonano le ore! Non osò soffiarvi dentro una seconda volta, ma l'avesse anche spezzato veniva a dir nulla, perchè per tutta la valle qua e colà fu un muggire d'altri nicchi, un apparire di lumi sulle coste, un chiamarsi da luogo a luogo, un interrogarsi, un rispondere di guerra, di Francesi, di finimondo, tutto nel buio. La campana del convento vicino, cominciò anch'essa a suonare a stormo; e quella d'un villaggio sulla montagna, che chiudeva la vallicella, rispondeva a questa, o forse ad altre della vallata sinistra della Bormida, mentre l'alba spuntava e pareva quella del Dies irae.
Damigella Maria e Margherita, non è mestieri dirlo, s'erano levate sin dai primi rumori, e Bianca dimenticato il divieto di venir fuori della sua stanza, correva ad esse spaventata. Tutte e tre si facevano intorno al signor Fedele che s'era messo in gamba le brache e in dosso un giubbarello; e appena mezze vestite, scarmigliate, piangenti, lo supplicavano, lo rattenevano che non uscisse di casa. Egli, standosi fra Bianca che colle mani giunte sulle spalle a lui, si abbandonava in atto di grande dolore, e Margherita che l'abbracciava alle ginocchia; non avendo forse avuto neanco in mente d'uscire, sclamava:
«Come? La terra del mio re, sarà coperta di nemici, e si potrà dire che io non sono corso a far testa? Via da me che non voglio perdere la grazia di Sua Maestà, per le vostre lagrimette! Via da me, voi, ingrata figlia! che importa di me a voi, se in dieci giorni mi avete fatto invecchiare di dieci anni?
«Pietà, pietà, babbo,—dicevano le fanciulle—non vada, non vada o ci conduca….