«E chi ricusa, a morte!»
In quella il signor Fedele, voglioso di sapere e fidandosi troppo, giungeva ad una svolta della via, vicino di là a un trar di pietra. Udire quelle grida, ed arrestarsi come avesse dato del petto in una rupe, fu tutt'una cosa: porse orecchio un tantino, e: «come?—disse tra sè—i signori v'hanno a condurre alla battaglia? Acchiappami se puoi, chè io vengo.» E pensando di non essere stato veduto, diè di volta correndo verso la palazzina; badando a dar nei fossati, curvo e spedito a menar le gambe che meglio non avrebbe potuto fare uno scolaretto, colto a scioperarsi dal pedagogo. E si teneva certo del fatto suo; ma il guaio fu che qualcheduno, o donna, o uomo, l'aveva scoperto, e s'era messo a gridare:
«Si! sì! i signori, eccone laggiù uno dei signori….
«Il signor Fedele, l'avvocato! e' fugge…. dàgli dàgli… lo vogliamo con noi!
«È vecchio!—diceva un frate.
«Ed io son giovane?—rimbeccava un contadino.
«Ed io son più vecchio di lui!—gridava un altro di quei furibondi—ho moglie e figli, e terre al sole per me il Signore non ce n'ha messe….»
In mezzo a questo vociare, una dozzina di villici, accesi in viso come al tempo delle svinature; si lanciarono alla volta della palazzina, agitando le falci, i forcoli, il diavolo che brandivano, e chiamando a nome il signor Fedele.
Questi toccata la soglia, s'era volto addietro alle grida; e al luccicare di quelle armi, credette di sentirsele cascare sul capo, entrare nelle reni fredde diaccie, si vide fatto in pezzi a dirittura, e peggio che nel sogno della notte innanzi.
«Son morto!» sclamò, e chiuso l'uscio a due mandate, tirò il catorcio, mise la stanga, non istette a rispondere alle figlie, venute a lui piene di terrore: ma per un andito scuro si cacciò in cantina, si buttò carponi; e squarciandosi i vestiti, e insozzandosi le mani e il viso, spingi, ponza, e rispingi, potè rannicchiarsi sotto un tino, donde mandò fuori rangoloso queste parole, alle figlie: