È noto l'epigramma che dopo la recita della tragedia corse per Milano:

Per porre in scena il furibondo Ajace,

Il fiero Atride e l'italo fallace,

Gran fatica Ugo Foscolo non fe':

Copiò sè stesso e si divise in tre.

Questo fu niente: i nemici del poeta andarono spargendo che l'Ajace era una satira dell'Imperatore Napoleone. Non si poteva inventare bugia più sciocca: ma non c'è bugia, tanto sciocca, che a forza di gridare non si riesca a farla credere una verità. Così accadde; la polizia dovè occuparsene, e il poeta dovè esulare dal regno. Egli, che con una parola avrebbe potuto giustificarsi, preferì fare la vittima, poichè così la tragedia acquistava un'importanza politica, che lo compensava dell'insuccesso nel teatro. L'esilio, che gli fu condito di tutte le dolcezze possibili, diventò una specie di viaggio trionfale alla volta di Firenze, dov'egli, già noto e famoso, arrivò più famoso e festeggiato che mai. Un po' di persecuzione, o vera o apparente, aggiunge sempre qualche raggio all'aureola di un uomo illustre.

La povera Quirina Magiotti, la sola donna forse che lo amò veramente, che lo soccorse generosamente (e che non ebbe un solo verso dal poeta delle Grazie, poichè i poeti sono spesso ingrati), la povera Quirina si sentì tremar tutta la prima volta che lo vide, arrivato di fresco, passare per ponte vecchio; tanta era la fama che avea preceduto il suo arrivo. E quanto dovette soffrire la povera signora quando tornato Ugo a Milano, dove lo richiamarono, non tanto gli avvenimenti politici, e la recita della Ricciarda, quanto il suo furioso amore per la Battaglia, trovò in alcuni frammenti di lettere di lui la conferma dei tradimenti d'amore, che pur troppo avea sospettati. Ciò non pertanto la brava donna rimase amica al poeta, amica affezionata fino alla morte, fin dopo la morte. Ciò fu per lui la Provvidenza.

Tornato a Milano, il Foscolo rivestì la divisa militare, come aiutante del generale Fontanelli. Ma gli avvenimenti precipitavano: caduto Napoleone e con lui il regno Italico, Ugo dovè scegliere fra mettersi a servizio dei nuovi padroni, o andarsene. Ebbe qualche momento d'esitazione, entrò anche in trattative per la fondazione di un giornale in servizio del nuovo Governo: finalmente vinsero i suoi istinti migliori, e fuggì nascostamente in Isvizzera, con piccol bagaglio, con pochi denari, senza saper nemmeno lui troppo bene che cosa avrebbe fatto, e come avrebbe vissuto. Quando fu a corto di denari, si rammentò della sua buona amica di Firenze, e lei fu tutta felice di aiutarlo. Ma anche fra i ghiacci e le nevi di Hottingen il vecchio peccatore ebbe una quantità di avventure stranissime, e s'impigliò nelle reti di un brutto romanzo d'amore, che gli fece commettere quello ch'ei chiamò il secondo delitto della sua vita: e alla povera Quirina toccò di sentirne la confessione. Finalmente, raccapezzati, con l'aiuto del fratello Giulio, un po' di denari, mosse alla volta dell'Inghilterra, e l'11 settembre del 1816 arrivò a Londra.

*

La vecchia Britannia, superba di avere abbattuto Napoleone, ammirò ed onorò nel Foscolo, non solo l'autore dell'Ortis e dei Sepolcri, ma l'uomo che dinanzi al colosso di Francia, a cui tutti s'inchinavano, avea sempre tenuto alta la testa. Egli fu subito accolto nella migliore società di Londra. La vita che condusse là fino dai primi tempi fu, come quella che avea condotta a Milano, la vita del gran signore, salvo che costavagli molto più cara. Le centinaia di lire che gli dava a Firenze e gli mandava in Isvizzera la buona Magiotti sarebbero state una goccia d'acqua in un bicchiere vuoto; e d'altronde a Firenze e in Lombardia correvano novelle ch'e' fosse arricchito, perchè le persone andate a visitarlo lo avean trovato in un alloggio signorile, con tutte le mostre dell'agiatezza: di che egli scusavasi nelle lettere agli amici d'Italia, dicendo che l'usanza del paese e la necessità di guadagnare lo costringevano a quel lusso apparente, che nascondeva una miseria reale. Se non la scusa, la miseria era vera pur troppo.