Eppure, prima della venuta del prete, da questa terra sorsero quelle Legioni che i dotti nostri ben ricordano, mentre serbano come reliquie le rovine degli archi di trionfo, innalzati dai nostri padri nelle loro capitali.
Solo il prete poteva trasformare il più virile, il più marziale di tutti i popoli nel più molle e più disprezzato.
La sera del 30 aprile 1848, fu una vera festa in Roma per l'incorrotta popolazione. Era un andirivieni strepitoso di gente per quelle superbe strade, ove da secoli non risuonava più l'inno della vittoria.
E se lo spirito della vecchia stirpe passeggia veramente, vergognato, tra le macerie dell'antica capitale del mondo, esso si sarà rallegrato allo spettacolo maestoso del popolo nipote che risorge!
Così fosse!… ma l'anima Italiana è incancrenita, il prete l'ha isterilita, precipitata in un'apatia tale che non sa distinguere se sia stupidità o demenza. Aspettiamo il trionfo della luce, della scienza, dicono: esse diraderanno le tenebre, ed il popolo educato scaraventerà all'inferno il maledetto.
Ma la dottrina, la scienza sono esse migliori dell'idiotismo? Gli archimandriti dei popoli sono essi per la maggior parte dottori, scienziati? Ed il popolo, a che diavolo, è stato anch'egli dotato d'un cervello nella zucca, per non capire che un prete è un impostore? Eppure è così: sfiatatevi a predicare la verità e sarete ascoltati dal popolino a bocca aperta, avrete anche qualche acclamazione ed evviva, ma se una schifosa pinzocchera al suono della musica pretina apre la marcia a prostrarsi ai piedi d'un negromante, il vostro uditorio vi pianterà lì per seguire la beghina ad uso pecora, ed avrete predicato al deserto.
Quel giorno felice i buoni incontrandosi, si stringevano la destra, si abbracciavano e molti avevano gli occhi umidi della contentezza.
Le donne, parte sempre più generosa della famiglia umana, acclamavano con entusiasmo febbrile i corpi dei Volontari che vittoriosi tornavano dalla pugna. I singoli individui che vestivano in una od altra foggia alla militare, e che sovente altro non erano che eroi da caffè, sorbivano anche essi il preziosissimo plauso del bel sesso;—millantatori, che giammai videro il volto al nemico, e che ad udirli, hanno spaccato le montagne, come se fossero di burro.
Accanto ai giocondi e buoni popolani, rari in Roma, ove la contaminazione è quasi generale, erano pure gufi d'ogni colore, ma non era difficile di distinguerli al lezzo ed al ceffo di volpe o di cocodrillo. E fu grave colpa del governo della Republica di non avere sbarazzato la capitale da tanta canaglia, e di non averla almeno inviata agli scoli delle Paludi Pontine. Poi come si poteva difendere quella povera Roma, che avea nel suo grembo tutto quanto c'è di orribilmente retrogrado nell'universo, tanto nei maschi che nelle femmine?
«Largo a los valientes» gridava Costa, che con Aguilan formava a cavallo la vanguardia d'un convoglio funebre alla cui testa si scorgevano due bare, la prima del prode Montalti, cadavere. La seconda mostrava scoperta la bellissima figura di Cantoni, pallida dal sangue perduto, ma esternando quella fiera soddisfazione della coscienza, che anche morendo distingue i valorosi.