Come la tirannide trasforma le più nobili creature in abietti ermafroditi! e non siete soli o veneti! Tali ho pur veduto i discendenti di Leonida e di Cincinnato.

La schiavitù imprime sulla fronte dell'uomo un marchio tale d'infamia e di depravazione da renderlo irriconoscibile da confonderlo coi beati abitatori delle foreste.

Eppure, umiliato come fu ed è ancora, il popolo italiano non dimentica i suoi divertimenti, le sue feste. "Pane e giuochi" esso grida ai nuovi tiranni come già gridava agli antichi. Ed il prete in ispecie per compiacerlo, per ingannarlo e corromperlo, si è ravvolto in un ammasso di pompe e di cerimonie da oltrepassare tutto quanto ci narra la storia dello sfarzo in cui gli impostori dell'antichità si avviluppavano.

Non parlate di politica, non ci pensate! pagate e spogliatevi di buona grazia per grassamente mantenere i vostri scorticatori. Poi, di giuochi, di divertimenti, di prostituzioni ve ne lasceremo a dovizia.

Le sponsalizie del mare erano delle cerimonie predilette del popolo di Venezia, quando questo popolo era padrone di sé, aveva un governo proprio e questo governo era presieduto dal Doge.

Nel giorno prefisso per la festa il Buccintoro, la più splendida galera della repubblica, mirabilmente adorno e imbandierato, risplendente di arazzi e di dorature con a bordo il Doge, la maggior parte dei membri del Governo, gli ambasciatori stranieri e le più cospicue tra le belle signore di Venezia in gala, moveva al suono della musica dal palazzo di S. Marco e s'avviava verso l'Adriatico.

Facevan corteo al Buccintoro altre molte galere ed un numero immenso di gondole, tutte parate a festa e portanti la maggior parte della popolazione.

Eri pur bella in quei giorni fatata regina! quando i tuoi Dandoli, i tuoi Morosini, seppellivano nel seno di Anfitrite l'anello maritale e la dichiaravano sposa propiziandola agli arditi navigatori delle lagune!… Oh! salve! Repubblica di tredici secoli, vera matrona delle Repubbliche! Oh! se alle pompe de' tuoi sponsali avessi associato un fraterno banchetto colle altiere tue consorelle italiane lo straniero all'erta sulle vostre discordie non vi avrebbe certo calpestate tutte e ridotte in servaggio!

Cancellate le cicatrici delle vostre catene, spianate le rughe che la miseria impresse sulla vostra fronte, non dimenticate ringhiose! le umiliazioni per cui siete passate e rammentate che unite potrete sempre sfidare ogni prepotenza straniera.

Il solitario, appoggiato ad un balcone del palazzo Dogale che dava sulla laguna, in compagnia delle nostre belle romane, di Muzio, Orazio e Gasparo, ascoltava un vecchio Cicerone che gli narrava le antiche glorie della Repubblica e dopo aver parlato d'ogni cosa, giungendo alla descrizione della festa del Buccintoro, esprimeva il rammarico di non aver più nemmeno la speranza di rivedere una di quelle feste ed accennava al sito ove dal molo partiva il legno famoso.