LA SUPPLICA
Eran passati due giorni dall'arresto di Manlio e ancora non se ne sapevano notizie. Le donne sue erano alla disperazione.
"E che sarà del tuo buon padre?" diceva Silvia piangendo alla figlia. "Egli non s'è mischiato mai in affari compromettenti, che era liberale sì e odiava i preti com'essi meritano d'esserlo, ma non esprimeva le sue opinioni che con noi e coi nostri intimi; come ha potuto destare sospetti nella polizia?".
Clelia non piangeva ed il suo dolore per la disparizione del padre, più concentrato, era più forte di quello della madre. Anzi trovava la forza di confortarla e: "Non piangete" le diceva, "il pianto a nulla rimedia. Bisogna sapere ove hanno condotto mio padre e, come dice monna Aurelia, cercare di liberarlo ricorrendo ove sia di mestieri(14). Poi Attilio è in cerca di lui e certo, egli non poserà finché non sappia che cosa ne sia avvenuto".
(14) Se e come sia necessario (N.d.C.)
Le due donne così ragionando cercavano di confortarsi, quando il battente della porta annunziò una visita. Clelia corse ad aprire ed introdusse monna Aurelia, una buona vicina ed amica della famiglia.
"Buon giorno monna Silvia".
"Buon giorno", rispondeva l'addolorata asciugandosi gli occhi col fazzoletto. "Ecco qui" diceva Aurelia, "il nostro amico Cassio, cui ho parlato dell'affare, ha scritta questa supplica in carta bollata per chiedere al Cardinale-Ministro la liberazione di Manlio. Egli mi disse che voi dovete sottoscriverla e per maggiore sicurezza presentarla voi stessa all'Eminenza".
Silvia impicciata per la prima volta in queste faccende ripugnava d'andarsi a gettare ai piedi d'uno di quei demoni ch'essa aveva imparato ad odiare sino dall'infanzia. Ma come si fa? Trattavasi di uno sposo adorato, imprigionato, forse alla tortura. E quest'idea metteva un raccapriccio di morte in cuore alla povera donna.
Poi Aurelia consigliava ci andassero tutte due ed offrivasi di accompagnare le amiche al Palazzo Corsini;