Povero Dentato! il bravo sergente de' dragoni che facilitò l'evasione di Manlio. Dentato era messo alla tortura mattina e sera per strappargli di bocca la delazione dei complici!

Io risparmierò ai miei lettori l'orrido quadro dei patimenti inflitti a quel prode romano straziato colla corda, attanagliato, ridotto a una massa informe, abbandonato in un canto del suo carcere segreto, spirante, ed implorando la morte come un beneficio. Quello ch'io non posso tacere è che il prete non si contenta di martoriare, di avvilire il corpo. Egli vuole insudiciare l'anima, e quando il sofferente svenuto pei patimenti articola un'indistinta parola, egli la raccoglie e l'interpreta a modo suo, spargendo la vergogna e l'infamia sul capo dell'infelice torturato.

Il povero Dentato così scontava il suo amore per l'Italia e per Roma nelle unghie dei luciferi umani, e non era il solo! In quei giorni di paura e di rabbia, furono numerosi gli arresti ed i torturati, ed anche rinvenuto dal terrore il prete si dava alle sevizie, condizione essenziale per riconoscere i codardi. I tiranni più crudeli, i più sanguinari di tutte le epoche, furono vili e pieni di paura.

Infelice Dentato! i suoi carnefici rapportavano ch'egli aveva confessato complici e quindi nuovi arresti, nuovi tormenti, e nuove torture!

Ecco! come da tanti secoli è trattato questo nostro povero paese, ed il mondo tollera questi carnefici, li protegge, li impone all'Italia! Non si sa se più scellerati i preti e chi li sorregge o più stupido questo miserabile popolo che li soffre nel suo seno e non fulmina, non annienta questi istrumenti del suo servaggio, delle sue miserie e delle sue umiliazioni.

CAPITOLO XXIII

I BRIGANTI

Lasciamo per un momento queste scene di desolazione e d'orrore, quest'atmosfera infetta dal fiato prestilenziale de' carnefici e seguiamo sulla strada di Porto d'Anzo le graziose nostre viaggiatrici, meste, perché il loro cuore rimaneva in Roma co' loro cari ma finalmente respirando l'aria libera della campagna in quella stagione purissima.

La campagna romana, un dì sì popolata e fertile, è oggi, lo ripeto, un deserto seminato di macerie e coperto di paludi e di macchie. L'ammiratore della natura selvaggia trova pascolo colà all'esaltata immaginazione e forse è difficile rinvenire un altro lembo di terra sulla superficie del globo che presenti alla memoria tante ricordanze di peripezie, di grandezza e di miseria.

Il cacciatore vi trova selvaggina d'ogni specie, dalle quaglie al cignale, ed alimento del corpo e dell'anima vi trova colui, che alla infezione della capitale, alle sue lussurie, preferisce la quiete del deserto.