LA SCOPERTA
Eran vari giorni che Clelia, Silvia e John abitavano il Castello di Lucullo ospiti d'Orazio e d'Irene e non si accorgevano di starvi male. Fra i compagni d'Orazio ve n'erano di ricchi, di nascosto dal governo ricevevano sussidi dalle famiglie di Roma e quindi potevano provvedere la loro nuova dimora di quanto abbisognava; l'abbondante caccia della foresta forniva ogni specie di selvaggina e la galanteria dei nostri giovani romani, specialmente verso la perla di Transtevere, non era poca e, mi perdoni il bel sesso per cui vecchio come sono conservo una vera adorazione, benché afflitta dall'assenza dell'amante che ella ama con tutta l'anima, la donna un po' di galanteria l'accetta sempre volentieri, s'intende bene senza far torto al lontano suo prediletto.
Clelia sarebbe stata felicissima d'avere seco il suo Attilio, anche a patto di star tutta la vita nella foresta; Silvia, la buona Silvia talora sospirava incerta del destino del suo Manlio, e John? Oh! John poi era l'essere più felice di questa terra. Orazio lo aveva armato di una delle carabine prese ai briganti che assaltarono la carrozza di Giulia e di più lo teneva come compagno inseparabile in tutte le sue escursioni di caccia.
Un giorno Orazio e John si trovavano nella foresta cacciando un cervo. John doveva fare la battuta ed allontanossi seguendo le istruzioni del suo compagno. Orazio rimase alla posta. Le disposizioni d'Orazio furono efficaci, poiché dopo circa mezz'ora un grande cervo venne a pascere sulla sua posta. Col primo tiro lo colpì, ma l'animale non cadde; allora Orazio lasciò andare il secondo colpo e la belva diede un lamento e stramazzò.
Aveva appena Orazio scaricato i due tiri della sua carabina quando un movimento dei cespugli lo fe' accorto che qualche cosa s'avanzava verso lui dalla parte più folta del bosco. Non poteva essere John, egli era troppo lontano ancora. Un sospetto balenò alla mente d'Orazio ed un brivido involontario lo percorse nel sentire le due canne della carabina vuote.
Non s'era ingannato: appena aveva posto il calcio dell'arme a terra per ricaricarla, un ceffo molto più somigliante a quello d'una tigre che d'un uomo sbucò dalla macchia a pochi passi di distanza.
Sui valorosi ancorché colti all'improvviso il timore non ha forza, e col pugnale alla mano il nostro Coclite s'avanzava impavido contro l'apparizione quando questa gli gridò: ferma!, con tanta autorità e sangue freddo che ne fu sorpreso il nostro prode Orazio e fermossi.
Armato da capo a piedi il nuovo venuto aveva un aspetto veramente straordinario. Un cappello puntato alla calabrese copriva il suo capo irsuto di folta capigliatura bianca come la neve. La barba bianca, sprizzata qua e là di qualche ciocca del primitivo colore ed irta come quella d'un cignale, copriva l'intero volto ad eccezione degli occhi. Eretta e posata su poderosa spalla gli anni non eran stati capaci di piegare quella testa maestosa e selvaggia. Sul largo suo petto teneva affibbiato un giustacuore di velluto stretto al cinto dall'indispensabile cartucciera. Di velluto oscuro era pure il resto del vestito e dal ginocchio in giù, uose calzava elegantemente affibbiate.
"Io non ti sono nemico Orazio—disse Gasparo (poiché era egli stesso)—anzi io vengo ad avvisarti di un pericolo che ti sovrasta e che potrebbe essere la tua e la rovina de' tuoi compagni".
"Che non mi sei nemico—rispose Orazio—lo prova il tuo contegno; tu avresti potuto uccidermi se lo fossi pria ch'io mi trovassi in istato di difesa, e so di più: che Gasparo sa servirsi assai bene della sua carabina".