La cerimonia non fu lunga ma semplice, patriarcale, al cospetto della maggior parte di quei prodi romani, che facevano corona alla bellissima coppia.

Irene, collocatasi dinanzi agli sposi, colle seguenti brevi parole ne sancì l'unione sacra:

"Giovani cari e avventurosi, l'atto da voi compiuto in questo giorno vi unisce con vincoli indissolubili del corpo e dell'anima. Voi dividerete per la vita, il bene e la sciagura. Ricordatevi, che nell'amore e nella fiducia reciproca, troverete sempre felicità duratura e che, quantunque qualche volta questa felicità possa essere alterata da afflizioni, queste saranno sempre menomate o dome dall'amor vostro reciproco. Dio benedica l'unione vostra! e così sia".

Silvia, piangendo amorosamente, pose ambe le mani sul capo de' suoi cari, e ripetè: "Dio vi benedica!" senza poter articolare altra parola.

L'atto di matrimonio, anticipatamente scritto, fu presentato da Orazio alle firme degli sposi, poi a quelle dei testimonii, dopo averlo firmato egli stesso.

Così ebbe fine quest'atto solenne colla maggiore semplicità possibile. Celebrato nel vero tempio dell'Onnipotente, rischiarato dall'universale luminare, non fu per la sua semplicità men sacro, né men fedeli per tutta la vita si mantennero l'uno all'altro i nostri sposi.

Dall'altare la comitiva festosa si diresse al castello, ove splendida mensa l'aspettava.

Dopo il pasto, in mezzo alla universale letizia si fecero brindisi, si cantarono inni patriottici e sino il piccolo John riscaldato dal calore della festa volle regalare i suoi amici coi patriottici e simpatici canti della tua terra: il "God save the Queen" ed il "Rule Britannia"(53).

(53) Dio salvi la Regina e Britannia regge le onde.

CAPITOLO XLI