«Sì! in Reggio! ed essi entreranno in Napoli un giorno o l’altro, giacchè i vigliacchi e panciuti generali di Francesco altro non sanno che far la guerra ai quattrini della nazione ed altro Dio non adorano che il ventre.»
Lina rimase un po’ stupita da questa foggia di discorso, ed essa avrebbe diffidato del comandante della Sirena se questi non si fosse spiegato con un accento d’ira e di disprezzo che dava garanzia della veracità delle sue parole.
Un momento di silenzio seguì l’ultimo discorso di Talarico, e vedendo che la fanciulla non rispondeva, egli ricominciò con più fervore di prima.
«Italiano lo sono anch’io, per la Madonna! e tengo primo fra gli onori quello del mio paese.—Poi, è da molto tempo che in cuor mio» e si pose la mano al cuore «io sono con codesti prodi propugnatori del patrio decoro.—Da molto tempo pure io disprezzo questi mercenari servi, vili strumenti di chi li paga, che coi preti hanno ridotti i nostri popoli ad essere il ludibrio dello straniero. Ogni nazione è padrona in casa propria, e perchè in Italia cotesti padroni—Austriaci da una parte, Francesi dall’altra, che pare se l’abbiano comprata?—Le frutta deliziose delle nostre terre e la bellezza delle nostre donne allettano quei signori. Ebbene, noi darem loro del ferro nel cuore in cambio.—Voi la vedete, signora, quella massa oscura che comparisce a tramontana da noi: ebbene quella è una nave da guerra d’alto bordo del Bonaparte[36] venuta nello stretto per dar leggi a tutti.»
Gli occhi del Principe della Montagna sfavillavano nell’oscurità della notte come quelli del tigre che si è accorto dell’insidie del cacciatore, ed egli movea quel suo elastico corpo come se, insofferente di trovarsi rinchiuso in quella scorza di navicella, volesse precipitarsi nel mare.
E quanti ve ne sono di questi forti figli della patria nostra che potendo essere validissimi in una guerra contro lo straniero sono invece pericolosissimi a noi perchè suscitati all’odio del libero reggimento da quella bella roba che si dicono ministri di Dio!
Coll’infuocato discorso di Talarico, sparirono le diffidenze di Lina, ed all’acuto suo spirito, balenarono subito vari sentimenti; quello dell’acquisto alla parte nostra del valido appoggio di tal uomo straordinario, quello di penetrare negli arcani di un evento di cui essa era stata vittima, e più di tutto, il potere aver contezza dell’amata sua Marzia.
La naturale curiosità donnesca la stimolava poi immensamente, già placata com’era dalla notizia che i suoi Mille eran padroni di Reggio e che presto sarebbe essa redenta all’amore de’ suoi cari.
«E voi che vi millantate Italiano ed apprezzatore delle gesta dei Mille, in cui tutto dev’essere generoso e decoroso per la patria italiana, perchè v’incaricate di molestar la pace di due fanciulle che non vi offesero e che appartengono a quella nobile schiera?»
«Io lo ammenderò questo mio fallo» rispose il brigante, e dopo un momento di meditazione: