Rinchiuso nello Spielberg dall’Austria per quattordici anni, col solo delitto d’aver amato la libertà del suo paese, egli s’è mantenuto incrollabile ne’ suoi principii di libertà ed unità nazionale.
A Pallavicino e a Manin, più che ad altri, si deve certamente l’avvicinamento della Monarchia ai Repubblicani d’Italia. Fatto importante per le sorti del nostro paese, e che comunque si dica, ha prodotto, se non la libertà, certo la quasi unificazione nazionale, primo bisogno della penisola.
Fatto importante, coadiuvato veramente da felici combinazioni, ma che non tolgono all’Italia, anche con meschinissimi reggitori, di scuotere l’antica sua cervice sovrana, e far intendere a certi suoi insolenti detrattori, che questa non è poi la terra dei morti, e della gente che non si batte.
Dovendo conciliare principii diametralmente opposti, essi dovettero certamente accarezzare una parte e l’altra, e ne avvenne, com’è naturale, sembrar dessi troppo repubblicani ai monarchici, e viceversa ai repubblicani.
Ripeto: quando l’Italia sarà guarita da certe miserie, essa ricorderà gli eminenti servigi di quei suoi grandi.
Pallavicino era prodittatore a Napoli ne’ tempi da noi descritti. Egli è pieno di capacità politica ed amministrativa, ma come succede generalmente alla gente onesta, era poco diffidente.—Conosceva l’esistenza della camorra, vi aveva mandato i segugi della polizia locale a vigilarla, ma era lontano d’aver delle informazioni esatte sulla terribile associazione, essendovi affiliati molti dei poliziotti;—e quindi egli stesso era la prima vittima designata al pugnale dei vendicatori, come si chiamavano allora i sostenitori dell’altare e del trono.
L’assassinio del Gambardella, virtuoso popolano, e d’alcuni altri plebei di parte nostra, era stato un saggio, o piuttosto una prova di ferri, che doveva continuare dal basso all’alto, e finire poi coll’eccidio generale nel giorno del giudizio, come lo chiamavano i preti, cioè nel giorno della vaticinata vittoria.
Spinte le cose dalle impazienze monarchiche, insofferenti di stare a bocca asciutta davanti alla splendida preda, quale è la ricca Partenope, i sabaudi si misero a vociferare annessione, e mi obbligarono quindi, come già accennai, a lasciare l’esercito sulla sponda sinistra del Volturno in presenza d’un esercito superiore, ed alla vigilia d’una battaglia, per recarmi a Palermo, ove il popolo, messo su da’ cagnotti cavouriani, voleva anch’esso annessione, ed in conseguenza cessazione della brillante campagna da parte nostra, per lasciar fare a chi tocca.
Come miglior partito, e più breve, io mi decisi d’imbarcarmi per Palermo, ove non mi fu difficile persuadere quel bravo popolo, non esser giunto il tempo di parlare d’annessione, ma bensì di proseguir l’opera di unificazione nazionale, anche sino alla città eterna, se possibile. I figli del Vespro m’intesero subito, ed in pochi giorni io potei essere di ritorno all’esercito.
Comunque, la mia breve assenza avea stimolato i reazionari della Metropoli Napoletana, e senza l’attività del Pallavicino e del generale Türr, che in quei giorni facea da capo di polizia, non so come sarebbero andate le cose.