I fumi del vino e l’atmosfera calda del locale, perchè poco aerato, facean gradito ai nerboruti interlocutori, lo starsene in maniche di camicia, e anche colle maniche rialzate sino all’ascella: licenze non vietate nel locale, veramente plebeo, e che servivano pure a facilitare una partita alla morra, ciocchè si eseguiva spesso, anche per nascondere alla moltitudine, sotto il manto del divertimento alcuna deliberazione importante. La terribile setta della camorra non ammetteva indugi. Potevasi, per esempio, giungere al banco della bella Giovanna, essendo profani, bevervi o mangiare qualche cosa seduti sulle panche e tavole esterne di cui già narrammo, ma per penetrare nella catacomba camorrista, nelle ore delle conferenze, dovevasi essere iniziati, o morire. E molte atrocità eransi commesse verso imprudenti che, contro il divieto delle sentinelle, volevano internarsi.

Conchiudiamo dunque: che camorristi erano i due fratelli di Giovanna e camorrista essa stessa (per poter vivere), dicevano, ma in sostanza trascinati in quella cloaca, dalla fatalità dei tempi, e massime, da pessimi governi, che sembrano scaturire apposta dall’inferno per la sventura d’una delle più belle regioni del mondo.

«Una volta eravamo tredici come gli apostoli» esclamò Tifone agli undici compagni, «e noi siamo stati ingannati da Cristo divenuto Giuda, poichè Talarico, il traditore, facea le funzioni di redentore tra di noi. Ed ora quel miserabile si è dato anima e corpo a questi eretici rompicolli». «Non te n’incaricare» rispondeva Agnello al capitano della camorra «un traditore, è meglio per noi si sia allontanato—la causa del re nostro e della Religione trionferà senza Talarico». «Manaccia!» ripigliava il focoso calabrese «avrei voluto almeno che quell’uomo non fosse della terra mia.—Eppure era valoroso come un demonio quel figlio d’Aspromonte. E non sono favole, tutti noi l’abbiamo veduto all’opera, quando si trattava di menar le mani davvero». Queste ultime parole furono dirette ad un nuovo venuto che con aria di famigliarità e comando erasi avvicinato al tavolo dei dodici.

«Lasciamo da parte le lamentazioni» sorgeva a dire quel tale da noi conosciuto, «e pensiamo al serio, pensiamo che fra pochi giorni il re nostro attaccherà ed annienterà questa masnada di malviventi, che perciò bisogna tenersi pronti, non solo, ma operare una diversione qui in Napoli, che obblighi il capo degli avventurieri a distrarre una parte delle sue forze, per facilitare l’impresa del nostro esercito».

Chi avea articolato tali assennati propositi, altro non era che il Monsignor Corvo, sotto le umili vesti d’un bazzaccone. Il gesuita era maestro nell’arte di mascherarsi, e vero proteo o camaleonte, le sue trasformazioni eran ben fatte, fatte a tempo ed a proposito, ed il Sanfedismo non avea certo un altro che fosse sì attivo, sì idoneo e di tanta capacità. I talenti di tal uomo, sarebbero stati un vero tesoro, se applicati alla causa della giustizia.

Comunque, tra i rozzi capi della camorra, l’eloquente ed energica osservazione del prete ottenne quell’ascendenza incontestabile che tanto lo avea distinto in ogni circostanza.

«Dice bene il nostro amico» riprese ardentemente Tifone, cui era preferibile un’azione immediata. «E manaccia! questa notte stessa bisogna operare qualche colpo a pro della religione santissima e del re nostro—io lo giuro!» E così gridando trasse fuori la daga, diè col pugno un fortissimo colpo sul tavolo, che fu seguito da una simile dimostrazione dei compagni, per cui doglio, bicchieri e quanto trovavasi sulla tavola, andarono rotolando sul sudicio selciato del sotterraneo.

La fervida manifestazione dei capi naturalmente mise in sussulto tutta la comitiva, ed in un momento, centinaia di daghe brillarono nel chiaro-scuro dello speco, accennando esser tutti pronti agli ordini dei capi.

Corvo contemplò con compiacenza la focosa risoluzione dei soldati della fede, e montando sopra una sedia, volto alla folla, fece intendere le seguenti parole: «Che Dio vi benedica, figliuoli! e che vi conduca per la mano allo sterminio de’ suoi nemici! bruciate, svenate, uccidete! annientate sino i neonati di quegli eretici perversi, che mettono la mano sacrilega su tutto ciò che vi è di più santo, che vogliono strappare ad uno ad uno i capelli santi del venerando Dio in terra che siede in Vaticano; che commettono le loro orgie nella chiesa della beatissima Maria, e che condiscono l’insalata coll’olio santissimo! a loro maledizione! maledizione! Amen». E tutti in coro risposero: «Amen! amen! amen!»—Ecco il prete! Eccolo col suo ascendente sulle moltitudini ignoranti su cui le parole: Gloria di Dio! gloria del paradiso! che non comprendono e che non sanno esser votissime di senso, fanno un effetto magico!—Poi: bruciate, svenate, uccidete per la maggior gloria di Dio, e sarete ricompensati colla felicità eterna? Che morale! che scuola! E stupiremo di veder commettere ogni nefandezza, ai briganti, che altro non sono se non docili alunni dell’impostura!

Volto a Tifone, il gesuita disse finalmente: