Dopo gli avvenimenti narrati, mi fu possibile salire sul monte S. Angelo, per potervi distinguere lo stato del campo di battaglia, e m’accorsi esser veramente un impegno serio.

Il nemico preparato da più giorni ad una battaglia decisiva, avea riunito sotto Capua quanta forza egli possedeva in tutte le parti del regno, al settentrione del Volturno.—Le due piazze forti di Gaeta e Capua, non solo diedero un buon contingente di truppe, ma lo fornirono di quanto materiale da guerra esso poteva abbisognare; dimodochè la forza nemica, che uscì da Capua contro il nostro centro e la nostra sinistra, era veramente formidabile.

Da una parte e dall’altra la battaglia fervea disperatamente; era un flusso e riflusso di attacchi e di riscosse, una mischia generale su tutta la linea.

Non potendo noi guarnire tutto lo spazio tra S. Maria e S. Angelo, s’era lasciata una lacuna tra le due posizioni, di cui il nemico profittò facendola occupare da fortissimo corpo bavarese.

Codesto corpo, ch’io dall’alto poteva esattamente distinguere, era imponente. In colonna serrata per grandi divisioni, marciava verso la nostra linea a passo ordinario. E chi diavolo potevo io inviare all’incontro di quel formidabile corpo? Il prode Generale Medici avea il suo da fare nel centro ove comandava, a sostenersi contro le forti colonne che lo assalivano, e per fortuna egli contava tra i suoi subordinati il Colonnello Simonetta, uno dei più brillanti ufficiali dell’esercito meridionale. Di più, il veterano di cento battaglie, l’eroe dei due mondi, il Generale Avezzana, era stato inviato con un corpo di volontari in sostegno del nostro centro, e fu quindi di gran giovamento in quella parte.

La nostra sinistra in S. Maria, comandata dal bravo generale Mielbitz, respinse il nemico, ed egli riportò gloriosa ferita. Comunque, le comunicazioni tra la sinistra ed il centro furono intercettate dai borbonici, che in gran numero occuparono la strada maestra che conduce da un punto all’altro.

Il più accanito dei combattimenti durava a S. Angelo. Là vi era una vera marea di vincenti e di respinti.—Il nemico stimava l’importanza della posizione, chiave del campo di battaglia, e fece degli sforzi inauditi per impadronirsene. I soldati borbonici giunsero sui nostri pezzi varie volte, e s’impadronirono di due, che non poterono però conservare.

In tale accanita pugna io osservai il difetto «di far fuoco avanzando» prediletto sistema dei nostri nemici, a cui fu fatale in tutti gl’incontri dai volontari sostenuti; questi, all’incontro, coi soliti catenacci e colle loro cariche a fondo, senza fare un tiro, neutralizzarono la superiorità delle carabine nemiche, e vinsero sempre.

Mi si obbietterà: tale nostro sistema esser nocivo colle nuove armi di precisione, ed io dico con convincimento, essere più necessario ancora, col perfezionamento delle armi.—O non si deve caricare il nemico nelle sue posizioni, o bisogna caricarlo celeremente sino alla mischia, colla coscienza di sfondarlo, senza di che si perderà molta gente, il morale dei restanti soldati sarà scosso, e si avrà il doloroso spettacolo di vederli tornare fuggendo e disfatti.

La pugna durò un pezzo al piede del monte S. Angelo, obbiettivo importantissimo, e varie volte i nostri valorosi capi dovettero ricondurre al fuoco i nostri militi, sopraffatti da masse imponenti e tenacemente decise.