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CAPITOLO XIX.
L’ASSALTO FORTUNATO.

Datemi l’arme, all’insidioso acume
Delle volpi di corte, i miti accenti,
A me l’acciaro! dell’oppresse genti
Dal furor dei tiranni è questo il nume.

(Palmi d’Arezzo).

Dopo alcune scaramuccie coi Borbonici a Renne, i Mille impresero quella famosa marcia di notte verso Parco, che li mise in facili comunicazioni coll’interno, e la parte orientale dell’Isola—marcia che io non ricordo d’aver veduto simile, e tanto ardua, nemmeno nelle vergini foreste dell’America.—Marcia che, senza la cooperazione di quei magnifici picciotti delle squadre siciliane, sarebbe stato impossibile di eseguire, o almeno di trasportare i pochi cannoni nostri e le munizioni.

L’alba del 22 maggio trovava i Mille a Parco, grondanti d’acqua piovana—e molli di fango dalla più disastrosa delle marcie di fianco—e se avessero avuto da fare con un nemico più diligente, quel giorno poteva essere funesto ai nostri Argonauti.

I cannoni erano smontati, e forse i loro affusti trovavansi a varie miglia di distanza. I cattivissimi moschetti infangati, e molti fuori di servizio, e la spossatezza della gente, avrebbero agevolato ai Borbonici la distruzione dell’egregia schiera.

Il 22 però passò senza novità.—I Mille ebbero tempo di rinfrancarsi, asciugar le loro scarse vestimenta, metter in ordine le loro armi, e prepararsi a qualunque avvenimento.

Solo il 23 mossero da Palermo i nemici, in due colonne: l’una direttamente al Parco per attaccarci di fronte; l’altra girando il nostro fianco sinistro, tentava di impadronirsi delle alture, e minacciava la nostra retroguardia e linea di comunicazione.

Il movimento combinato dal nemico non poteva esser migliore per esso, e mise i Mille nella necessità di abbandonare la posizione di Parco, e ritirarsi per lo stradale verso Piano dei Greci—ciocchè dovettero celeremente eseguire, dovendo fare un circuito assai grande—mentre la colonna nemica di cacciatori, sulla nostra sinistra, senza artiglieria, marciava per i monti, direttamente alla nostra linea di ritirata.