La superba capitale dei Vespri, come i suoi vulcani, manda ben lungi le sue scosse—e crollano al gagliardo suo ruggito i troni che posero le insanguinate fondamenta sull’impostura e sulla tirannide.
Ma non solo i buoni giubilavano, anche i perversi maestri camaleonti—sempre pronti a svestire la pelle del lupo e frammischiarsi tra gli agnelli divenuti leoni.—Si! anche i schiakal dell’italiana famiglia, oggi tutti seduti alla greppia dell’erario pubblico, giubilavano!
Drizzando alquanto il collo torto ed atteggiando il ceffo al sorriso, spuntavano dai loro covili, ove s’eran tenuti nascosti tutto il tempo che durò la pugna, stringendo la destra a tutto il mondo ed inneggiando più degli altri alla libertà ricuperata.
CAPITOLO XXIII.
IL RIPOSO.
Malheur aux coeurs ingrats, et nés pour les forfaits,
Que les peines d’autrui n’ont attendri jamais.
(Autore sconosciuto).
Ne avevan ben bisogno di riposo i Mille, poveri giovani!—la parte eletta di tutte le popolazioni italiane, ma non avvezza ai disagi, alle privazioni—figli di famiglie distinte, eran gran parte studenti—molti laureati—e tutti, con poche eccezioni consacrati all’eroismo e al martirio, per la liberazione di questa nostra terra, un dì padrona del mondo.—E fu gran colpa veramente la conquista del mondo conosciuto che dovea necessariamente aver per conseguenza l’odio universale.