Con dei conigli ladri come coloro che reggono oggi le sorti dell’Italia, ogni esercito può comparire il primo del mondo, giacchè essi non li vogliono i due milioni di militi che può dar la nostra Penisola;—a loro bastano pochi preposti, pubbliche sicurezze, benemeriti, ecc., per guardar loro la pancia.
Ripeto: gl’Italiani devono vincere finchè sotto il calcagno straniero gemono i popoli che diedero vita ai Bronzetti ed ai Monti[25]. Ed il giorno in cui vi sia un uomo a reggerla—questa Italia—milite sarà ogni uomo capace di portare le armi; non più volontari, ma la patria servita da chi vuole e da chi non vuole.—Ed i mercenarii stranieri debbono trattarsi quali assassini, non coi guanti bianchi, come si trattarono sinora.
Or son pochi giorni, il Re di Prussia rifiutò di ascoltare le insolenti proposte del tiranno della Francia e cacciò il suo inviato. Ciò, ed altri pretesti dell’imperatore francese, sono il motivo della guerra.—E se l’Italia avesse un uomo che tenesse alla dignità nazionale, egli dovrebbe, per cominciare a lavare tanti oltraggi di quel masnadiero, dovrebbe mandar in galera il suo rappresentante Malaret, che la fa da padrone a Firenze, ed accoppiarlo con uno dei primi malfattori.
Dunque, bisognava vincere a Melazzo—e sin dopo il meriggio, tutte le condizioni della battaglia erano in favore del nemico, ed i figli della libertà italiana, non solo non avevano avanzato un passo, ma avean perduto terreno all’ala sinistra.
«Procura di sostenerti come puoi» diceva uno al generale Medici che comandava nel centro «io raccolgo alcune frazioni dei nostri e cercherò di portarle sul fianco sinistro del nemico, per girarlo».
Quella risoluzione decise della giornata.—Il nemico, incalzato di fianco dietro ai suoi ripari, cominciò a piegare, si caricò e gli si tolse un cannone che ci aveva fatto molto danno.—Esso reagì con una brillante carica di cavalleria, che il colonnello Missori respinse alla testa dei distaccamenti suddetti.
Piegando il nemico attaccato di fianco, il nostro centro potè superare i ripari, e la vittoria fu completa.
Invano la ritirata dei Borbonici era protetta dalle grosse artiglierie della piazza, e dai pezzi volanti di fuori—i nostri militi, disprezzando il grandinare dei moschetti e delle mitraglie, assaltarono Melazzo, e prima di notte erano padroni della città, avevano circondato il forte da tutti i lati ed innalzato barricate nelle strade esposte ai tiri della fortezza.
Il trionfo di Melazzo fu comprato a caro prezzo; il numero dei morti e dei feriti nostri fu immensamente superiore a quello del nemico.—I generali Cosenz, Corte e Corrao—allora colonnelli—furono tra i feriti.—E qui giova ricordare le armi pessime di cui han dovuto sempre servirsi i nostri poveri volontarii.—Colpa principale, il Governo Sardo.
Il destino del Borbone però era segnato, e perciò la capitolazione di Melazzo dopo quella di Palermo—Melazzo, che sostenuta dalla flotta nemica, poteva valere una Gibilterra.