Da giovinetto, dopo le ruine di Roma, nulla mi commosse quanto quegli scherzi naturali che vi gettano nell’animo un indescrivibile piacimento ed un’ammirazione somma,—e nella fortuna che io ebbi di veder tanta parte di mondo, confesso esser stato più colpito alla vista dello stretto di Messina che di qualunque altro.

Stromboli, faro del Faro[28] colle sue eruzioni eterne, visibile alla distanza di sessanta miglia, che stupisce d’ammirazione, di rispetto e di gratitudine il navigante battuto dalle tempeste, e che può alla sua vista cercar con sicurezza un rifugio, fuggendo alle terribili divoranti scogliere di Scilla.

Il vulcano di Lipari, minore dello Stromboli, ma anch’esso fumaiuolo della terra, ed i vulcani Alicudi-Felicudi, Salina, alti come il primo, ma spenti;—ma piramidi stupende vomitate dall’igneo centro del nostro globo, al disopra d’Anfitrite.—Entrando nel Faro da maestro a sinistra, le magnifiche falde dell’Aspromonte, certamente fratello dell’Etna, e l’aprica costa di Reggio col piede nell’onda, a destra le bellissime colline della Trinacria, servendo di contrafforti al padre dei vulcani italiani il Mongibello[29], lo stretto abbellito da Reggio, da Messina, da centinaia di pittoreschi casolari e da quella stupenda vegetazione di aranci, olivi, e quanto può vantare l’agricoltura meridionale è veramente incantevole.

Reggio promette un avvenire splendido, ma Messina è destinata certamente ad essere uno dei primi emporii del Mediterraneo.

Il sorprendente fenomeno della Fata Morgana che dipinge (non ricordo bene) la città di Reggio o quella di Messina, od ambidue nelle cristalline onde dello Stretto, è unico tra i fenomeni del mondo.

Infine, al giovine nauta italiano, amante della natura e delle sue bellezze, lo stretto di Messina veduto per la prima volta, fa un effetto magico ed egli lo rivede sempre con amore.

Eran le 11 della sera, quando un palischermo partito dall’incrociatore borbonico la Formidabile, sbarcava sulla spiaggia orientale della città di Messina una donna, che chiameremo Signora—giacchè le sue vesti eran piuttosto pompose—e siccome un segnale era stato fatto da bordo sulla spiaggia, si trovò chi ricevette la Signora, già antecedentemente annunciata, e che l’accompagnò negli appartamenti principali del Castello.

Lo ripeto: la donna angelo, quando buona, diventa un demonio, quando padroneggiata dal Lucifero dell’Italia e del mondo—il prete!—

E tale era la contessa N..., una delle più cospicue gesuitesse che la società contasse in quell’epoca. Favorita, prediletta di monsignor Corvo, ed una delle sue prime vittime. Figlia d’un’illustre famiglia di Roma, e di rara bellezza, essa era caduta nelle reti del Gesuita, ancor giovane, ed una volta nelle ugne di quel tentatore, il di cui talento per la seduzione non era secondo a quello del primo serpente della favola, essa divenne uno dei personaggi più importanti della setta.

«Voi manderete, generale, per quella ragazza, non è vero? Guardate ch’essa è immensamente desiderata dal S. Padre, per solennizzare la più splendida delle vittorie cattoliche, la conversione di due anime ebree, cioè dannate e ritornate al santo grembo di Dio, che è la sua Chiesa».