(Foscolo).

Da Melito, ove la divisione Bixio, dopo d’aver tranquillamente ed ordinatamente eseguito lo sbarco, sopportò un forte cannoneggiamento della flotta nemica che ebbe per risultato l’incendio del magnifico piroscafo, il Torino, da Melito, dico, si marciò per la spiaggia occidentale delle Calabrie verso Reggio.

Nulla di molto importante successe in quella marcia, oltre alla riunione dei prodi compagni, che con Missori avean assaltato il forte Orientale del Faro, e non potendosene impadronire, come abbiam veduto per mancanza di una guida, erano stati obbligati di prender l’Aspromonte, ove avevan lottato con varia fortuna, contro i numerosi nemici che li perseguivano.

Con Missori giunsero pure dei bravi Calabresi che ci giovarono assai nell’espugnazione di Reggio, essendo praticissimi del paese.

Si assaltò di notte e per sorpresa quella città, e verso il meriggio del giorno seguente, essa ed i suoi forti furono in nostro possesso. Al passaggio della Divisione Bixio successe quello della Divisione Cosenz verso Scilla e colla congiunzione delle due si ottenne la capitolazione d’un corpo considerevole di Borbonici a Villa S. Giovanni con perdite insignificanti da parte nostra. E padrone della sponda Calabra, l’esercito meridionale, potè passar lo stretto senza ostacoli.

Torniamo un passo indietro verso le nostre eroine, che lasciammo in preda a Talarico sulla spiaggia della Cittadella di Messina.—Appena il capo dei masnadieri ebbe partecipato al Governatore l’esito riuscito della sua impresa, questi si presentò alla contessa, che dal giubilo di tener nelle unghie la rivale, abbandonò all’uomo, che essa disprezzava, la bella mano la quale fu coperta di baci, che quasi servirono di stimolo a qualche audacia più licenziosa; ma l’altiera romana, tornata in sè da un momento d’oblio, ritrasse la mano, sollevò la bella fronte, e retrocedendo d’un passo, balenò il generale innamorato con tale sguardo da fargli subito abbassar gli occhi, e ritornare nell’umile posizione sua al cospetto di lei.

«Bravo Generale!» gli disse essa con accento di sarcasmo, ma sorridente nel viso. «Bravo! ora mi permetto di riabilitarvi nella mia stima e vi chiedo perdono per aver dubitato dell’alta vostra capacità un momento».

Padrona della sua preda, essa sentì subito il bisogno d’allontanarsi dall’esoso soggiorno d’una fortezza e di recarsi a Roma ove l’aspettavano il trionfo della sua vittoria, e la soddisfazione di veder una rivale odiata, trascinata nel fango delle cloache pretine.

Tale è la cecità in cui le passioni avvolgono l’essere umano: il che però non manca giammai di lasciar traccia di rimorso per tutta la vita.

«Ma la compagna» pensò essa, e qui bisogna far giustizia a questa donna colpevole, e straordinaria «la compagna è innocente, non entra nella mia vendetta, e senza dubbio devo restituirla a quella libertà, che essa non ha meritato di perdere.» Però, ripensando, essa credè bene di non rinviarla sulla sponda sicula, ma di farla sbarcare a Reggio nella notte seguente, per più distoglierla dal filo della trama sciagurata.