Circa a metter la città in istato di difesa, e tenere contro gli Austriaci; — non fu del loro assentimento — e realmente codesta città abbisognerebbe di molte opere di fortificazioni esterne — e di molta gente per difendersi da un nemico superiore — Essa ha molte eminenze che la dominano — e trovassi nel basso, edificata sulla sponda del lago —
Nel secondo giorno del nostro arrivo in Como — vi giunse il generale Zucchi in vettura — tragittando per la Svizzera — Quando la popolazione conobbe il suo arrivo — e la di lui intenzione di abbandonare l'Italia — si accese di sdegno — corse all'albergo ove aveva smontato — ed affollatta, manifestava l'intenzione di trarlo fuori, e malmenarlo.
Io fui avvisato a tempo, mi recai sul luogo, e pervenni a calmare il popolo — osservando l'età, e le glorie passate del vecchio generale —
Nella sera dello stesso giorno, sgombrammo Como — e dopo breve marcia, campammo a ponente della città sulla strada di S. Fermo.
In Como disertarono molti dei nostri — passando nella vicina Svizzera — e credo molti altri non fecero lo stesso, per vergogna di quel bravo popolo — caldo sempre per la causa patria — ma aspettarono di esser fuori della città per abbandonar le fila dei prodi che si disponevano a difender l'ultimo lembo della terra Italiana —
Nella prima notte di accampamento all'aria aperta la diserzione fu molta — e mucchi di fucili abandonati comparivano all'alba nel campo — Abbenchè in onore del vero — ed acciò i miei concittadini, coll'esempio del passato, imparino a non abbandonare sì leggermente il bellissimo lor paese al vorace straniero — io racconto come furono le nostre vergogne — In onore del vero, però, devo pur dire: che trovavansi i miei militi — massime un battaglione Vicentino — per la maggior parte vestiti di tela, e senza capoti — ad onta della generosità dei Comaschi — che fecero per noi quanto poterono — I commissari regi, che in Milano trovavano la camicia rossa troppo apparente alla vista del nemico — non curaronsi però di fornirci di un capotto — destino dei miei volontari in tante circostanze. La vicinanza della Svizzera, acresceva poi, la voglia di defezione — e certo la maggior parte preferivano di andare raccontando i loro fasti gloriosi, nei cafè, e negli alberghi di Lugano — che di rimanere ai disagi ed ai pericoli del campo —
Pochi giorni vagammo per quelle montagne — raccogliendo le armi dei nostri disertori — caricandole su carri requisiti, che marciavano colla collonna — Ma tale soverchiante impedimenta cresceva ogni giorno, e somigliavamo piutosto ad una caravana di beduini — che a gente disposta a combattere per la sua terra — mi determinai quindi ad abbandonare provvisoriamente la Lombardia e passare in Piemonte — Ci dirigemmo per Varese, e di là a Sesto Calende — ove passammo il Ticino — avendo già sulle nostre traccia, un corpo di Austriaci —
A Castelletto, sulla sponda destra del Ticino, io divisai di fermarmi — e consultai le autorità di quel piccolo paese, ma eccellente: se concorrerebbero alla difesa in caso fossimo lì attacati dal nemico —
Assentirono volenterosamente tutti — autorità civili e popolo — e si principiò un lavoro di fortificazioni volanti, che non avrebbero mancato di attuare valida resistenza — essendo il sito assai difendibile —
Il morale della gente erasi pure rinfrancato —