Appena ebbi messo piede in New-York, il direttore di teatro che mi aveva chiamato in America, mi fece avvertito che la sera stessa sarebbero venuti ad intervistarmi i redattori teatrali dei maggiori giornali. Già al mio passaggio in Parigi un corrispondente del N. Y. Herald, mi aveva minutamente richiesto di notizie biografiche e del mio modo di pensare intorno al teatro moderno. Richiesto, sul secondo punto, non con domande categoriche, ma per via di una conversazione ch'egli dirigeva con grazia volubile ed esperta, mettendoci molto del suo e mostrandosi colto ed arguto conoscitore della letteratura drammatica d'ogni paese. Mi era rimasto di quel colloquio una impressione graditissima, quantunque mi fossi più volte accorto di non farci la prima figura, perchè dell'arte, chi la pratica, non sa parlare con quella larghezza generalizzatrice che riesce tanto bene a quelli che la considerano fuori di sè e sono avvezzi a classificarne i modi e le tendenze.
Mi era sopratutto piaciuto il fare sciolto e spregiudicato di quell'americano che per lunga abitudine aveva preso dai parigini la prontezza delle sintesi sentenziose nelle quali però, a differenza dei francesi, non si rinchiudeva, ma che andava invece enunciando con un accento leggermente canzonatorio, adoperandole come una sorta di linguaggio abbreviativo da doversi usare ed intendere con molte restrizioni mentali. Nel suo ragionare e nell'uso che faceva della copiosa e diversa coltura, c'era una gioviale ironia, e nei suoi giudizi, sotto la veste dei modi condiscendenti, quasi uno smalto di generale irriverenza. Non che fosse irriverente a parole, ma si capiva che nessun nome, per quanto glorioso, lo abbagliasse, e come anche rispetto alle opere più celebrate e che egli stesso lodava in più larga misura, la sua ammirazione fosse sempre vigilante e veggente. E di ciò pareva contento ed inorgoglito.
La cecità ammirativa, da non confondersi colla ostinazione orgogliosa e coll'esclusivismo settario, è una gioia generosa conceduta a pochi; essa appartiene agli spiriti contemplativi, solitari, amanti del sacro eroico silenzio, come lo chiama il Carlyle, e non agli industri spiriti stimolati ed indoloriti dal continuo contatto colle moltitudini. Ho trovato di poi negli Stati Uniti, nei non pochi uomini di molta e varia coltura che mi avvenne di avvicinare, una grande affinità d'ingegno col mio intervistatore parigino. Quanta originalità nel giudicare le cose dell'arte e della vita! E a differenza della gran maggioranza dei loro concittadini, quanta arguzia, quanta inattesa e delicata tenuità nelle loro osservazioni! Una tenuità non frivola e non superficiale, fatta di acume penetrante e non so quale freddezza astinente. Una ironia diffusa su tutte le cose, uno spirito d'esame tranquillo ed inesorabile, una facondia precisa e gioviale, una leggera diffidenza reticente più spesso tradita dall'occhio e dalle pause che dalla parola, danno ai loro discorsi un sapore intellettuale veramente gustoso. Parlo, s'intende, degli uomini colti oltre il comune, in qual sia ramo di coltura e dati alle applicazioni scientifiche e letterarie, delle quali non fanno nessunissima mostra, scevri come sono di quel fare professionale o professorale, che un poco anche presso di noi e più in Francia ed in Germania, tradisce il carattere e si mostra al tema dei discorsi, al frasario, al tono, all'accento, al gesto e perfino al vestire. Quanti conobbi in America, letterati e scienziati, tutti mi parvero gente del comun vivere, colla quale, a non conoscerla, potreste discorrere più ore e più giorni senza nemmeno sospettarne le occupazioni e la notorietà.
Ricordo una sera deliziosa passata all'Italian Home (Istituto italiano di beneficenza), in New-York. A questa benefica istituzione assiste gratuitamente un collegio medico italiano assai numeroso, al quale nei casi gravi e complicati, soccorre con volonteroso e gratuito concorso un collegio consultivo composto delle più celebrate sommità cliniche della metropoli. Ogni anno i fondatori, i direttori ed il collegio medico dell'Italian Home, offrono ai professori americani componenti il collegio consultivo, un modesto e cordiale ricevimento nelle sale a terreno dell'Istituto. Il ricevimento termina in cena e la cena in discorsi. Ma questi non sono, come avviene di solito presso di noi, compassati, solenni e retorici, bensì sciolti, arguti, conversanti e piacevoli oltre ogni dire. La sera ch'io assistetti alla bellissima festa, al primo saluto e benvenuto officiale di un direttore italiano, risposero uno dopo l'altro quasi tutti i convitati americani. Non mi avvenne mai di notare a banchetti europei una così generale prontezza, chiarezza, precisione e semplicità di parola.
Presso di noi la facoltà di esprimersi in pubblico in modo dilettevole è tanto rara che attribuisce a chi la possiede una speciale ed invidiata notorietà. In America essa è si può dire universale fondamento del vivere sociale. Le prime scuole la sviluppano e l'educano nei fanciulli con frequenti esercizi di esposizione orale e di letture ad alta voce. Presso di noi, la vita pubblica considerata nella sua azione comunicativa e persuasiva è privilegio di pochi e prende ben presto una veste professionale. In America essa è di tutti ed è esercitata di continuo, non ostante la differenza delle condizioni, in una perfetta e reale eguaglianza di diritti e di relazioni. La molteplicità degli uffici elettivi, la critica liberissima di tutti i poteri, le formidabili concorrenze che inducono formidabili associazioni di forze continuamente scosse e rinnovate, il bisogno continuo di attirare l'attenzione dei più e di accaparrarsene il consenso fanno della parola persuasiva e del ragionare chiaro e ponderoso, un istrumento indispensabile di riuscita in ogni ramo dell'attività umana. Perciò ivi l'azione non va scompagnata dalla parola ed anzi la parola è principio, modo e spesso argomento di azione.
Nei paesi dove il parlare in pubblico è di pochi, gli oratori sono tenuti in pregio più per le qualità formali che per le sostanziali. La facilità, la continuità imperterrita, l'abbondanza dell'eloquio e perfino la rotondità enfatica del fraseggiare, meravigliano gli ascoltatori incapaci di mettere insieme in pubblico quattro proposizioni continuate. Noi siamo facilmente indotti ad ammirare quello che non sapremmo fare, per il solo fatto di non lo saper fare. Quante volte non ci avviene, nelle assemblee, nei circoli, ai banchetti, ascoltando un facile oratore, di sussurrare nell'orecchio di un vicino fidato: come parla bene quell'imbecille! E in fondo in fondo, ed in quel momento, la proposizione contiene più elogio che censura. Non voglio già dire che in America il numero degli imbecilli sia minore che in casa nostra: certo è maggiore quello degli imbecilli che parlano bene, ma perchè il parlar bene è qualità comunissima, nessuno li loda di ciò che ognuno saprebbe fare al pari di essi.
Eliminata per lunga abitudine la preoccupazione della parola, la concentrazione intellettuale è intesa tutta al pensare, all'argomentare. In generale, la facondia degli americani non è un'arte, è uno strumento; essa è assai più dialettica che oratoria. Non mancano neanche là, gli oratori sbracciati, pomposi, reboanti e congestionati. Mi parrebbe ingratitudine non menzionarne uno che fra le innumerevoli eccentricità ond'ebbe fama in quel paese dove gli uomini eccentrici si contano a migliaia, possiede anche quella di essere amantissimo dell'Italia. Dico possiede, ma non so s'egli viva ancora. Io lo conobbi vecchio ed ho come una oscura reminiscenza d'aver letto che è poco, la notizia della sua morte. Nel dubbio mi è caro darlo per vivo, tanto più che al mondo non vive certo il compagno. Mister Francis Train, geografo, come egli scrive nelle sue carte di visita, ha fatto tre volte il giro della terra, il tempo in cui non che in ottanta giorni, non lo si compiva a suo modo in ottanta settimane. Fu una volta candidato alla presidenza degli Stati Uniti, è creatore di città, scopritore di terre, fondatore di religioni e profeta. Ha, dice un suo manifesto, il cervello di venti uomini, l'energia di cento, il magnetismo di un Dio. Lo stesso manifesto enumera le azioni pratiche e positive ch'egli ha compiute. «Legò insieme i continenti, colla prima linea di piroscafi fra Boston e Liverpool e fra San Francisco e l'Australia. Inaugurò il sistema delle tramvie in Londra. Diede all'America la prima linea ferroviaria fra l'Atlantico ed il Pacifico. Aprì alla civiltà milioni di acri del più fertile verde tappeto di Dio e dove scorazzavano tribù selvaggie, insediò popoli operosi e civili.» Visse dieci anni in volontario silenzio, nel Central Park di New-York, vestito di bianco, mite e carezzevole ai fanciulli ed agli animali, non avverso agli adulti, ma ricusando con essi ogni sorta di commercio e di contatto. La gente accorreva a vederlo ad ogni ora del giorno passeggiare lungo i viali o sedere sull'erba, solitario, pensieroso, muto e sorridente. Vecchio, fece ritorno alle vie popolose, riprese la vita frammezzo alle genti e si diede a prediche e conferenze morali, sociologiche, scientifiche, umanitarie, ma rifatto inesauribile discorritore, una sua religione gli inibisce di toccare mai corpo umano, e di essere toccato. Di questa sua astensione, che non è ripugnanza, non dà avviso nè motivo. Quando io lo conobbi e gli porsi la mano, egli portò con rapido moto le sue due mani dietro la schiena ed alla mia meraviglia non rispose altrimenti che con un sorriso illuminato di bontà e di cortesia. Parla, a credergli, tutte le lingue ed i dialetti del genere umano, e non parla ch'io sappia, ma intende tutte le lingue degli uccelli. I suoi ritratti giovanili, arieggiano, ma con più energiche fattezze, quelle di Giuseppe Giusti; vecchio, ricorda il buon Pietro Cossa, se non che i bianchi baffi incerati, il vestire sportivo e l'immancabile e vistoso ciuffo di fiori all'occhiello gli danno, e Dio sa che non gli conviene, un'aria posticcia di seduttore impenitente.
Questo meraviglioso uomo è, astrazion fatta dal senso dei suoi discorsi, il più grande oratore ch'io abbia mai inteso e ch'io possa imaginare; un magico vocalizzatore di suoni articolati, di accenti, di inflessioni espressive, sostenute e fatte più intense da magnifici gesti, da accensioni fulminanti e da carezzevoli soavità dello sguardo, dalla mobilità dei lineamenti, da subitanei pallori e rossori, da pause intenzionali, da sorrisi maliziosi, da un lume d'anima effuso su tutta la persona. Un sordo a vederlo parlare, un cieco a sentirlo, intenderebbero del suo discorso quanto ne intendono quelli che ci vedono e ci sentono, e la conoscenza della lingua diventa in tanta magniloquenza di suoni, un mezzo d'intendimento affatto superfluo. Io pensai più volte che se il Poë lo avesse inteso, ne avrebbe tratto uno dei suoi più misteriosi racconti. È un demoniaco dell'oratoria. Non c'è ascoltatore così refrattario che gli resista, non c'è così acuto spirito che lo segua. È vuoto il suo discorso o troppo pieno? A sentirlo viene fatto di domandarsi se egli non dica forse troppe più cose e più alte di quante la nostra mente possa concepire e contenere. Quando è invasato e arroventato dal démone, egli coglie i nessi fra qualità ed essenze disparatissime e trova ed esprime analogie che a nessuno avvenne mai di avvertire. Il fondamento dell'ideazione non consiste forse nell'afferrare le relazioni delle cose? Ed il migliore ideatore, non è forse quello che scopre le più remote ed in apparenza inafferrabili? La parola: «assurdo» non ha valore permanente fuorchè nelle matematiche pure; fuori di queste essa esprime solamente il grado attuale della nostra ignoranza. A tale stregua tutti gli ascoltatori di Francis Train non possono a meno di riconoscersi grossamente ignoranti in tutte le cose umane e divine. Ma non sarebbe giusto farne carico proprio a lui, che solo forse, ci vede addentro e lontano. D'altronde fino a che dura il turbine delle sue parole, chi lo ascolta, sale con lui oltre i miseri termini del ragionevole e del razionale. Il moto vorticoso ch'egli induce nel nostro intelletto sembra spiazzare un lume non mai prima raggiato sull'universo sensibile e sull'ultrasensibile. Peccato che sia lume fatuo più presto svanito che balenato. Chi dura al suo discorso prova una deliziosa crescente sensazione di leggierezza volante. Si direbbe che gittate via come inutile ingombro tutte le nozioni positive e con esse la ragione, l'esperienza, la sensazione delle cose reali, il senso pratico ed il senso comune, la mente vuota e quasi imbiancata a nuovo, possa finalmente compiere la sua naturale funzione, accogliendo e rimulinando un pulviscolo caotico d'idee.
Oratori energumeni hanno pure in America le società di propaganda religiosa, fuori delle confessioni universalmente riconosciute e quelle di propaganda igienico-morali intese a diffondere l'uso dei cibi vegetali ed a combattere l'alcoolismo. Ma la loro grossa e plateale verbosità si riscontra tanto spesso, benchè con diverse applicazioni in Europa, che proprio non torna il conto di parlarne. Quel buono e pudibondo santone di Francis Train mi ha allontanato dal cenacolo dell'Italian Home, dove forse qualche psichiatra avrebbe fatto al suo caso, ma bisognava pure parlare anche di lui, perchè è altrettanto insolito all'Europa il suo sproloquio a grande orchestra, quando vi è insolita l'arguzia penetrante e casalinga dei dottori miei commensali.