Di venti volte, diciannove mi sentivo rispondere un: Ohh noo, con tante h all'Oh e tante o al No, da centuplicare la negazione. Quando capitava la ventesima che mi ribatteva un yes sir (timido, per vero), io mi ringalluzzivo tutto e mi disponevo a versare sul malcapitato fiumi di parole, per risarcirmi della parsimonia verbale usata cogli altri. Ma fin dalle prime, seguiva che il mio interlocutore non interloquisse o lo facesse con sì penoso sforzo mentale, labiale e gutturale che mi metteva in pensiero della sua salute. Ed il francese mozzicato che esalava dalla sua bocca contratta ed a lungo spalancata, mi tornava assai meno comprensibile che non l'inglese arrotondato di quegli altri, onde gli proponevo a modo di amichevole componimento che egli parlasse inglese ed io avrei parlato francese. Ma sì! Il mio francese, e non per mia colpa ve lo assicuro, riusciva a lui tanto ostico quanto a me il suo e più ostico assai del poco inglese suggeritomi dagli antichi studi interrotti e dai recenti frettolosi. Prova e riprova si finiva là dove s'avrebbe dovuto cominciare, coll'intenderci male nella lingua del paese, quando pure non si seguitava a non intenderci affatto, e qui il torto era mio perchè paese che vai lingua che trovi.
Dico dunque che il pubblico americano non intende verbo alle lingue che la Bernhardt e la Duse parlano e cantano in modo tanto delizioso. Della Duse questo segue benchè in minore proporzioni anche in Europa, quando viaggia e recita in Germania, in Russia, in Francia ed in Inghilterra; ed anche alla Bernhardt è somma grazia se, dalla Russia e forse dall'Italia in fuori, di mille spettatori, cinquecento intendono a modo tutte le sue parole. Ma qui esse portano intorno commedie e drammi già noti in ogni città per via di traduzioni cento volte rappresentate dagli attori locali. Il pubblico che sa la commedia e ne ricorda i punti salienti può seguire e gustare la interpretazione dell'attrice, s'anco questa parli una lingua ch'esso non conosce o poco.
In America, la Bernhardt ad ogni nuovo giro suol portare uno o più drammi nuovi ed il repertorio della Duse, salvo la Signora delle Camelie, vi era, quando essa vi andò la prima volta, affatto sconosciuto e si può ben dire che sconosciuto rimane. Come fa il pubblico a seguire l'azione scenica, a misurare l'efficacia espressiva dell'attrice, a coordinarla ai movimenti drammatici? Gli impresari curano che insieme col biglietto d'ingresso ogni spettatore riceva, mediante un prezzo supplementare, un sunto della commedia o del dramma, esposto in forma narrativa colla divisione in atti ed in scene. Ma questo è per lo più redatto bestialmente in modo inintelligibile. Di tutte le scene dove la protagonista non interviene, l'esposizione è scarna ed arruffata; di quelle dove essa primeggia, son minuziosamente descritti, non i movimenti intrinseci, ma i modi interpretativi dell'attrice ai quali è profuso lo sproloquio laudativo proprio degli infimi giornali teatrali. Vi si legge ad esempio: «Qui la Tosca (o Cleopatra o Giovanna d'Arco che si voglia) fa quel famoso gesto, esce in quel celebrato scatto di voce, cade, sorge, traversa il palco scenico nel tal modo, col tale atteggiamento che mossero il pubblico europeo ad irrefrenabili applausi e furono lodati dai sommi oracoli della critica parigina.» Ma il perchè di quel gesto, di quel grido, di quella caduta e di quella mossa, non è detto, nè accennato, nè dalla confusa narrazione del soggetto si potrebbe altrimenti indovinare.
Ho assistito in una piccola città di cui non ricordo il nome, tra Cincinnati ed i laghi centrali, ad una stupefacente rappresentazione della Tosca in lingua francese. Una città nata appena, anzi sul primo nascere, e nata e nascente, non da un nucleo centrale che vada via via allargandosi e sviluppandosi e salendo di villaggio in borgata e di borgata in città, ma invece a pezzetti sparsi ed interi, frammezzati anche nei quartieri centrali da larghe distese di terreni coltivi. Uno schietto prodotto americano ultra incivilito ed ultra primitivo: un tratto di via sontuosa con palazzoni mirabolanti e botteghe metropolitane e tram e telefoni, poi un campo seminato oltre il quale la via ripigliava imperterrita le sue urbane gradigie. Sotto le finestre del mio fastoso albergo una banda di pellirossi cenciosi, pennuti e magnifici suonava delle arie di operette. Dietro le invetriate del Window sporgenti si vedevano rosicchiar confetti le stesse eleganti signore che oziano in quotidiana mostra dietro le verande di New-York e di Chicago. Per le vie passano attillati nel soprabito a doppio petto e col cappello a staio, uomini membruti capaci di spezzare uno scudo coi denti e colle dita e di sollevare un peso di cinque quintali. Una processione massonica spiegava al vento stendardi e labari a immagini simboliche e sfoggiava sul petto degli iconoclasti repubblicani croci e medaglie da disgradarne i diplomatici peruviani delle farse. Un numeroso stato maggiore di generali in grande parata, con elmi a pennacchio, spallini ed alamari d'oro lucente, sbatacchiando lunghi e curvi sciaboloni e soffiando come mantici entro inverosimili trombe dorate, precedeva un'insegna dove era magnificato non so quale estratto di carne della ditta X, Y and Company. Da tutti gli aspetti, da tutte le azioni, da tutti i suoni, si rivelava nella sua macchinosa impazienza l'America milionaria, brutale ed incompiuta.
La compagnia della Sarah Bernhardt vi dava una recita sola. Giunta sul mezzodì da Cincinnati, doveva ripartire per Détroit in treno speciale, non appena terminato lo spettacolo. Ho fatto anch'io durante quindici giorni quella vita di zingaro principesco. Accompagnavo la compagnia per assistere alle prove di un mio dramma. Si viaggiava dalla mezzanotte fino a giorno inoltrato, a volte fino al mezzodì. La Bernhardt colla famiglia, aveva un vagone regale con due o tre cabine, un salone, una cucina ed un delizioso terrazzino a invetriate. M.r Abbey l'impresario occupava un altro vagone poco dissimile, del quale cedeva a me un minuscolo quartierino composto di una cameretta col suo bravo letto, di uno studiolo e di un gabinetto di toelette. Al resto della compagnia erano dati due vagoni Pullman. Quando si dimorava due giorni nella stessa città il convoglio fermo in stazione su qualche binario appartato era il nostro albergo. Al primo giungere si correva in teatro per le prove: lo spettacolo cominciava alle otto di sera e terminava verso le undici.
Quella sera dunque, gli attori stavano vestendosi per la Tosca, quando l'impresario venne ad avvertire si sollecitasse la recita dovendosi partire alle undici precise. Bisognava quindi che lo spettacolo terminasse poco dopo le dieci. Cominciare subito non si poteva perchè ancora mancava il pubblico, gli intermezzi bastavano a stento ai mutamenti di scena e di arredi; unico rimedio sfrondare il dramma senza pietà, cucire insieme a dispetto del senso artistico e letterale tutte le scene dove interviene la protagonista, menar di forbici in tutte le altre e parecchie sopprimerle addirittura. A queste amputazioni i comici, i suggeritori ed i régisseurs hanno una grande destrezza e sono parati ad ogni momento. Ci si piega di mala voglia la Sarah Bernhardt, dotata com'è di una rigorosa coscienza artistica e rispettosissima del testo letterario. Ma questa volta l'urgenza imperiosa ne vinse gli scrupoli ed anzi il disgusto dello sconcio inevitabile, la indusse in una rabbia demolitrice che non conobbe più freno nè legge. Poichè profanazione doveva essere, avesse almeno una artistica enormezza. Così una virago poichè vide la sua casa demolita da una banda di facinorosi, impotente alla difesa, nel furore disperato mette di sue mani il fuoco alle travi perchè meno duri l'orrore della distruzione.
Non posso ridire lo scempio che si fece di quella povera Tosca. Gli atti erano presi d'assalto come una fortezza smantellata e da ogni parte rovinavano come massi smossi o come tese di muraglie rovesciate, brani di dialogo e scene intere. I personaggi scorazzavano pazzi attraverso un dramma insensato. A mezzo d'una scena, per saltare di un colpo nella successiva se il personaggio che vi doveva agire non era presente, uno degli attori che stavano recitando, si faceva sulle quinte e lo chiamava per nome ad alta voce. E quello accorreva ed usciva a casaccio in un dialogo improvvisato a soggetto, finchè non gli riuscisse di afferrare un capo del filo drammatico mille volte spezzato e mille volte riannodato a nodi grossi e lenti. Io stavo in poltrona godendomi il delirio frenetico dei comici e più la bevuta larga degli spettatori. Quando fummo alla scena famosa della tortura, dove la Tosca smania ed urla alle grida ed ai gemiti del suo Mario, la Bernhardt dimenandosi e contorcendosi come un'ossesso, in luogo di profferire le parole angosciose del testo, prese a nominare strepitando i personaggi del mio dramma, finito di provare poco innanzi che cominciasse la recita. Dovetti fuggire per non smascellarmi dalle risa, mentre il pubblico rapito e commosso non si ristava dagli applausi e dalle acclamazioni. E tutti quanti, tenevano in mano e leggevano negli intermezzi il loro bravo sunto sceneggiato nel quale non era cosa che discordasse dall'azione che andava scatenandosi sul palcoscenico, e concordavano invece nella assoluta e fondamentale assurdità dell'uno e dell'altra.
S'intende bene che un tale massacro artistico non potrebbe impunemente seguire nelle grandi città colte e civili dove i teatri accolgono insieme col grosso dell'indigena, anche il fiore della popolazione forestiera ed i pochissimi americani poliglotti. New-York, Boston, Filadelfia e più ancora Washington, mandano alla prima rappresentazione di un dramma francese, un pubblico intenditore ed esigente. Ma alle seconde e alle successive occorre il sussidio della traccia riassuntiva che fa incomprensibile a tutti quello che era solamente incompreso dai più.
Un vago sospetto di queste cose ce l'avevo innanzi di recarmi in America. A bordo poi della Bretagne m'era venuto per le mani uno di quei sunti, quello appunto della Tosca e n'ero rimasto atterrito. Non appena l'impresario m'ebbe annunziato le interviste di tanti redattori teatrali, pensai tosto di giovarmene, interrogandoli a mia volta, ed ammonendoli del barbaro scempio che si fa in America delle opere drammatiche importate d'Europa. In massima, non ho nessun gusto per le interviste. Esse non servono per lo più che a far dire o ad attribuire cose scempie ad uomini che saprebbero a scriverne ed operarne delle sensate. Ammetto e comprendo le interviste politiche provocate ad arte dall'intervistato ed intese a propalare quella dose di verità o di falsità che giova al momento ed a promuovere le smentite autorevoli sul punto più vero. Ma se l'equivoco può giovare qualche volta alla politica, all'arte nuoce sempre e quello che un artista pensa dell'arte, deve apparire dalle sue opere e non risultare dal processo verbale di un interrogatorio. Di solito poi le interviste letterarie ed artistiche, hanno una applicazione ad hominem del tutto sconveniente. Un signore che non conoscete, viene di punto in bianco a domandarvi per mandarlo alle stampe, che ne pensiate del tale autore e della tale opera; cose che è tanto facile argomentare a priori: si pensa male dell'uno e peggio dell'altro, onde l'intervista non fa che distillare veleno zuccherato. Nulla è più indiscreto del costringere un galantuomo ad essere o finto o scortese e quello che da sè non direbbe, farglielo gridare dai tetti a comodo professionale di un giornalista. Senza contare che quando non diffama una terza persona, l'intervista riesce troppo spesso diffamatoria all'intervistato, se pure non cumula le sue diffamazioni. In questa sorta d'inchieste a me non avvenne mai di trovar poi stampato quello che veramente avevo detto. Non è molto, un valoroso critico francese, poichè m'ebbe oltre un'ora tempestato di domande categoriche, mi fece annoverare fra i romanzieri italiani viventi Cesare Cantù, ch'io non avevo neppur nominato e che era morto due anni addietro.
Non ostante questa avversione fondamentale, l'idea di trattenermi in discorso di teatro, coi meglio redattori teatrali di New-York mi dava piacere e ne speravo un gran bene. C'era bensì la difficoltà della lingua, ma era appena arrivato e mi duravano molte illusioni sul francese degli americani, e devo pur confessarlo sul mio proprio inglese. Ad ogni modo pregai un colto e gentilissimo giornalista italiano, il signor Salvatore Cortesi, da due anni residente in New-York, perchè mi assistesse al cimento. Alle otto di sera cominciò la sfilata. Avrei voluto e speravo di poter raccogliere ad un tempo due o tre di quei signori, che sarebbe stato un mezzo assai più comodo, più sbrigativo e profittevole di allargare la conversazione e di volgerla a' miei fini. Ma non ci fu verso. Venivano, uno alla volta, aspettando il secondo che il primo se ne fosse andato, ed il terzo, che se n'andasse il secondo. Entravano, salutavano, sedevano: