Dopo Cesare, gli eserciti romani valicarono più volte il colle del Piccolo San Bernardo. Vi correva la grande strada militare, che da Milano, metteva a Vienna nel Delfinato. Vi passò Gondicaro a capo dei Burgundi; vi passò forse solo, povero ed esule, Adalberto, figlio virtuoso (se non gli fu attribuito a virtù il non essere salito al trono) del turbolento Berengario, marchese d'Ivrea e re d'Italia.
Verso il mille, quando il terrore del finimondo, le frequenti pestilenze e le carestie, volsero in Europa gli animi e le opere alla pietà ed al fervore religioso, e furono veduti re ed imperatori aspirare e darsi al monacato, un santo savoiardo, sui ruderi forse della Mansione romana, edificò il nuovo Ospizio pei viandanti. Ospizio e fortezza forse ad un tempo, contro i Saraceni che infestavano le valli di Savoia e del Vallese. Dei Saraceni sull'Alpe Graja, non è memoria, ma Bernardo di Mentone sembra averli guerreggiati in quel luogo stesso dove innalzò [pg!327] il maggiore de' suoi Ospizi; sul Monte Giove, che fu poi il Gran San Bernardo. Approdavano sulla costa Nizzarda, donde per la Provenza ed il Piemonte, erano saliti fino in Savoia, in Moriana, in Tarantasia e sul lago di Ginevra o nel Vallese. Così occuparono i maggiori valichi dell'Alpe marittima della Cozia e della Pennina: il Monte Ginevra, il Cenisio ed il Monte Giove. Padroni della Tarantasia e della Valle d'Aosta, dalla quale mosse a snidarli nel 942, re Ugo di Provenza, è certo che essi tennero il passo che congiungeva le due Provincie, e, se Bernardo da Mentone li combattè sul colle di Giove, è probabile che volendo liberarne la Valle d'Aosta, essendo egli arcidiacono in quella Cattedrale, li affrontasse pure sull'Alpe Graja.
Chissà che il pacifico ricovero, non sia stato dapprincipio edificio prettamente belligero; locchè non contrasterebbe nè al suo carattere religioso, ne alla sua benefica destinazione. Siamo in tempi in cui la spada poteva essere insieme arme di guerra e segno di fede cristiana, ed è ovvio credere che fra i seguaci del santo combattessero quegli stessi, che, cacciati gl'infedeli, si assoggettarono di poi alla rigida disciplina monacale e si proposero come còmpito quotidiano, continui miracoli di abnegazione e di carità. Da quel tempo il Piccolo San Bernardo [pg!328] ebbe normali abitatori, se non che ne venne a poco a poco scemando il numero, sicchè la casa eretta per convento, finì in romitaggio.
E seguitò nel corso dei secoli la tragica sfilata degli eserciti ai quali un tale valico dovette riuscire spesso più faticoso e micidiale che una battaglia. Durante due secoli, il XIII ed il XIV, in luogo dei soldati sfiniti e sbigottiti, l'Ospizio vide passare con norma consueta, le fastose e gioconde cavalcate dei Conti di Savoia che si recavano in gran pompa di Ciamberì in Aosta a tenervi le corti di giustizia.
Ogni sette anni il Sovrano superava il colle e scendeva, con signoresca accompagnatura, nelle terre de' suoi fedeli vassalli Valdostani. Quel valico consacrava la sua sovranità. Entrando in Val d'Aosta per il passo del Piccolo San Bernardo, il Conte di Savoia trovava sul confine tutta la nobiltà della valle, radunata a fargli omaggio. Se giungeva per altra via, non gli era dovuto alcun solenne ricevimento. Quella era la via sacra, la sola degna di passarvi principescamente il principe, di meritare al principe l'omaggio della sudditanza. Appena varcato il confine, ogni castello era rimesso nelle sue mani, non già con lustra esteriore, ma sibbene con propria ed efficace consegna, tanto che, ad ognuno di essi egli deputava speciali governatori, che [pg!329] lo occupavano nel suo nome finchè egli soggiornava nella vallata. Così, dinanzi la sua pacifica magistratura, i piccoli ed i grandi vassalli deponevano il potere e l'alterigia. Nè tale rinunzia era dei soli litiganti, ma di quanti sedevano col sovrano nella corte di giustizia; nè costituiva una prestazione feudalesca dovuta al Sovrano. Sovrano era il Conte di Savoia in Valle d'Aosta, sempre e per qualunque via vi accedesse, ma solo passando per il Piccolo San Bernardo, egli esercitava della sovranità, la più sacra prerogativa, la giudiziaria, e a quella sola i signori Valdostani concedevano la totale rinunzia delle proprie forze.
Nel 1600, Carlo Emanuele I guidò per l'Alpe Graja 10,000 soldati, diretto alla terra di Mommegliano in Savoia, che trovò occupata dagli eserciti di re Enrico IV. Nel 1630 vi salì, di Savoia, il principe Tommaso di Carignano, perseguito dalle soverchianti forze del re Luigi VIII; valicato il colle, si accampò sulla montagna che fronteggia il villaggio della Thuille, dove appaiono ancora i resti dei suoi ridotti. Nel 1691, regnando Vittorio Amedeo II, un esercito francese comandato dal marchese De la Huguette, scese per quel valico in Valle d'Aosta, arse quanti villaggi trovò per strada, devastò e pose a sacco la città di Aosta, scorrazzò le terre e [pg!330] tornò con ostaggi in Savoia. Tornano i Francesi dopo tredici anni guidati dal La Feuillade, raggiungono a Bard il Vendome, occupano tutti i castelli, tengono per due anni la valle sotto il retto ma doloroso governo del marchese di Kercado, e finalmente ne sgombrano l'anno 1706, dopo la battaglia di Torino, riconducendo seco i nuovi reggimenti del marchese De Vibrave scesi pur ora dal colle.
E qui per dieci anni segue un continuo valicare e rivalicare di soldatesche d'ogni gente e d'ogni maniera, non sempre nemiche ma sempre infeste. Al villaggio della Thuille, il primo che s'incontri scendendo dal Piccolo San Bernardo in Italia, durano anche oggi il terrore e la memoria di lontane stragi e rapine; io intesi ancora raccontare lungo la valle una grande vittoria che una mano di contadini riportò, ora sono assai più di cent'anni, su di un formidabile esercito francese. Si tratta credo della resistenza opposta l'anno 1708, nella stretta di Pierre-Taillée, al marchese di Mouroy ed ai suoi quattro o cinquemila soldati. I Francesi, occupata la Valdigne, cioè l'alto bacino che comprende i villaggi di Entrèves, Courmayeur, St-Didier, Morgex e La Salle, volgevano verso Aosta; alle chiuse di Pierre-Taillée, gli abitanti delle terre vicine e pochi soldati, sbarrarono loro il passo. [pg!331] Il luogo è tale da non potersi a forza superare senza grandissima strage; il Mouroy, fallitogli il primo impeto, abbandonò l'impresa, sgombrò la Valdigne, e il Piccolo San Bernardo lo vide tornarsene scornato in Savoia. Vera battaglia non vi fu; ma i difensori, benchè scarsissimi di numero, avrebbero avuto animo e campo da sostenerla e da trionfarne. Nessuno dei valligiani rammenta ora il nome del capitano nemico, nè la data dell'impresa, nè la cagione della guerra; ma il fatto smarrito in una incerta nebbia leggendaria, amplificato dagli anni, prende nelle loro menti una grandezza epica, e il luogo, già più aspro e solenne delle Termopili, diventa altrettanto glorioso.
Nel 1742, Carlo Emmanuele III guadagna il Piccolo San Bernardo con un fiorito esercito e scaccia di Savoia gli Spagnuoli. Carlo Emmanuele conosceva il valico; vi era passato undici anni addietro, quasi solo, pensieroso e presago forse degli imminenti drammi domestici. Veniva di Ciamberì e affrettava verso Torino temendo non ve lo precedesse per il Moncenisio il padre Vittorio Amedeo, geloso di riprendere l'abdicato potere. Triste sorte che tale dissidio dovesse nascere fra tali sovrani, degni tutti e due del trono, ultimi gloriosi fra i rampolli del ramo diretto di Savoia. Dopo di essi fino al regno di [pg!332] Carlo Alberto lo Stato cadde in miserrimi principi. L'ultima, la più triste fra le notevoli memorie del Piccolo San Bernardo è documento della loro insipienza. Fino allora le torme armate affrettavano per l'ardua montagna, premurose di scansarne i pericoli, già terribili al solo passaggio: nessuno aveva mai osato attendare un esercito in tali luoghi e mantenernelo per l'invernata. Chi può dire i disagi, gli stenti, il freddo, le malattie, gli scoramenti patiti dalle milizie piemontesi durante l'inverno del 1793? In regioni, dove le spesse muraglie della casa, le doppie vetriate, le tavole che fasciano le pareti di ogni stanza, sono impotente difesa contro la violenza delle bufere, o lo stagnare delle gelide nebbie invernali; tende di tela o baracche di assi mal connesse, erano tetto e casa a soldati mal nutriti, mal vestiti e peggio guidati. Non li sosteneva nè la speranza di prossime vittorie, nè la fiducia nei capitani, nè l'esempio dei principi. Comandava un austriaco, salito agli alti gradi militari per perizia diplomatica, più curante di infeudare all'Austria il regno Sardo, che di combattere il comune avversario repubblicano. E mentre sulla spianata e sui fianchi del colle il vento divelleva le tende e la neve turbinando spegneva il fuoco dei bivacchi, mentre la canna gelida dei fucili spellava le mani ai soldati e le [pg!333] orribili malattie dei paesi nordici spopolavano il campo, il duca di Monferrato vi traeva seco un seguito di cinquanta domestici, due dei quali specialmente destinati a preparare il caffè della Sua Altezza Reale.
Qui finisce la triste storia del Piccolo San Bernardo. Il frequente scorrazzare di eserciti nostrani e stranieri fu a questi monti più causa di danno che di gloria. Il loro valico non fu mai interamente conteso ai soldati che vi salivano da questa o da quella parte; le sorti delle guerre non si decidevano fra queste gole selvaggie: nessuno di questi luoghi ebbe il gramo compenso di dar nome a giornate famose. La loro oscurità non li salvò dalla rovina, la rovina infeconda non li additò alla gratitudine della storia. Calpestate, devastate, dissanguate, arse, queste terre, che diedero agli eserciti piemontesi i migliori soldati, non ne ebbero onori di lapidi e di monumenti; il detto: felici i popoli che non hanno storia, fu loro per più secoli bugiardo.
Ora, da molti anni, la pace dell'Ospizio non è turbata; la casa ospitale esercita quietamente il suo sacro ministero. Le balze echeggiano l'estate per colpi di cannone, e sulle creste, dove parve temerario il camoscio, corrono ordinate e sicure le compagnie alpine; ma la loro presenza [pg!334] non è minacciosa, ma i villaggi le salutano con grida di gioia. Studiano nell'Alpe la grande fortezza italica, e forse, quando un nuovo esercito straniero salisse a tentarlo, il valico sarebbe ora, per la prima volta, difeso e conteso. Una battaglia su quelle alture sarebbe titanica, ma alla gloria di quell'Alpe non occorre sangue. La sua gloria è quella casa che per secoli combattè e disarmò la nemica natura. E già, anch'essa ha quasi compita l'opera sua. La scienza vinse la pietà: sotto il tunnel del Cenisio e del Gottardo, passa in un giorno più gente, che non ne pericolò in otto secoli sulle giogaie del Piccolo e del Grande San Bernardo.