—Viene anche lei dalle mie parti?
Come gli ebbi detto che non potevo reggere oltre al tanfo della stanza chiusa e che gli chiedevo licenza di accompagnarlo, mi ringraziò e ci ponemmo in cammino, ma per un buon tratto di via non aperse bocca; lo sentii anzi più volte fissarmi sospettosamente con una certa durezza, tanto che, venuto in dubbio di riuscirgli importuno, rivolgevo meco stesso il migliore pretesto per congedarmi.
Ad un tratto si fermò e mi disse:
[pg!126] —Le assicuro che sono tutti buoni preti e buoni curati.
Si era fatto rosso in viso e mi guardava negli occhi con una fissità risoluta, scrutandomi se gli prestavo fede: convien dire che le mie parole valsero a tranquillarlo, perchè lo vidi rasserenarsi e rifarsi tosto cordiale.
Seguitava a rigirare per l'aria un nevischio rado ed asciutto a piccoli grani rabbiosi, che sembravano voler forare là dove picchiavano; uno di quei tempi ventosi dal cielo eguale e lontano che lasciano vedere le più alte cime allividite dalla falsa luce nebulosa. Il mio curato camminava spedito, sollevando sul davanti la vesta e reggendola sul braccio, locchè lasciava dietro uno strascico nero che spazzava la via. Nell'impaccio delle pieghe, le gambe, nettamente disegnate da una calza di grossa lana nera, avevano un disgustoso aspetto femminile come di donna gagliarda e sfrontata; tutta la persona dal tricorno fermamente calcato sulle tempia, contro il vento, alle grosse scarpe rattacconate, mostrava l'incuria propria dei solitari e dei pensatori.
Io avevo cominciato a domandarlo della vita e dei costumi alpestri, ma non era che un rigiro per giungere a quello che più mi premeva e che da lui solo potevo conoscere, la sua propria [pg!127] vita, e come si acconciasse alla solitudine cui era costretto e come la riempisse.
L'idea che mi ero fatto di lui era forse troppo alta e quel senso critico al quale pur troppo dobbiamo affinare le nostre sensazioni ed i nostri giudizi, mi stimolava a verificarne alla prova dei fatti la giustezza o l'errore. Certo nella compagnia dei colleghi egli primeggiava, ma poteva anche essere il monocolo nel regno dei ciechi, mentre io lo avevo sulle prime immaginato di acutissima vista.
Già il vederlo così abbandonato e scorretto della persona me lo aveva fatto cadere dall'animo e provavo una orgogliosa compiacenza al pensiero che in poco l'avrei ridotto al suo essere vero di pretoccolo egoista e beato. E come dava a capofitto nelle mie grosse reti, come mi mostrava passivamente le poche faccie del suo ingegno; lo rigiravo senza fatica, lo stringevo senza metterlo in sospetto, rispondeva ad ogni mia domanda con proposizioni nette, precise, che lo mettevano tutto nelle mie mani.
Non era sciocco, tutt'altro, ma era un uomo contento, una mente quieta e rassegnata. Conosceva assai bene dei paesani, la vita intima, i bisogni, le miserie, le poche gioie, i gravi dolori; ma la sua coscienza non si spigriva per questo, la sua mansueta acquiescenza ai fatti [pg!128] non era turbata. Avevo sperato un ribelle combattuto dalle brutali ingiustizie della vita e dalla tradizionale docilità del proprio ministero, avevo intravveduto una lotta drammatica fra il vescovo e la coscienza, fra il diritto umano e la credenza cieca, mi ero gettato nel mio errore colla gioia ardente del cercatore di miniere che scopre i filoni dell'oro, e vedevo il filone assottigliarsi al primo colpo di piccone e smarrirsi, e una pace scolorita regnare là dove cercavo lo scompiglio di una grande battaglia. Quello che più mi indispettiva era il vederlo abbandonarsi così senza resistenza e rivelarsi intero senza pur cadere in sospetto della mia crescente disistima; ne provavo l'irritante delusione del cacciatore che vede la selvaggina passargli sull'uscio di casa quando egli si disponeva ad inseguirla con gravi fatiche.