—Buono che è sereno, diceva Natale, e freddo se no questa volta ci resterei.
Pensava alla sua Lena vestita di nuovo, bella come nessun'altra in paese.
—Che aria contenta avrà al mio ritorno! Come mi guarderà dolcemente dicendomi: Grazie, padre!
Perduta, per la fatica, la facoltà di seguire il filo di un pensiero, quelle parole: Grazie padre, [pg!209] si rivolgevano nella sua mente, battevano quasi la misura ad ogni suo passo. Poi si accorse che le diceva ad alta voce: Grazie, padre, grazie padre, e ne rise.
Sulla vetta il sole si oscurò senza vento e l'aria parve addolcita: segno di neve. E la neve sopraggiunse, calma, larga, eguale, silenziosa, mortale livellatrice dei valli. Natale doveva ad ogni momento scuoterla dal cappello e dalle spalle dove si ammucchiava pesante; le scarpe ad ogni passo ne levavano degli strati larghi come una grossa focaccia e gli toccava staccarsela pestando a forza la terra. I fiocchi fitti, il sudore, l'arsura lo acciecavano, mentre egli precipitava a salti furibondo ed atterrito. A un punto dovè fermarsi e temette di non poterla durare; si pose a sedere sulla neve ansando come un moribondo. Allora gli venne un cattivo pensiero:
—È la Lena che mi ha mandato a questa morte. Pure di levarsi un capriccio, la Lena non esitò un momento ad esporre la vita di suo padre!
Oh che pensiero doloroso! Perchè gli era venuto? Non l'avrebbe cacciato mai più: lo sentiva mordergli il cervello ed il cuore, avrebbe dato la vita per poterlo respingere. Trasognato per la febbre, smarrita quasi la percezione delle cose esterne e la coscienza del proprio stato, [pg!210] seguiva con lucidezza tormentosa la disputa orrenda che gli lacerava l'anima. Erano due in lui, due avversari accaniti, uno a difendere con tenerezza lacrimosa la sua Lena, l'altro ad accusarla con logica inesorabile. Chi gli aveva messo quello inferno nel cuore? Quell'inferno lo salvò: frustato a sangue da tanto tormento, trovò la forza di risollevarsi, capì che doveva superare ogni ostacolo e vivere ad ogni costo, se non voleva morire maledicendo nel delirio dell'agonia la propria figliuola.
Giunse a Biella sull'imbrunire, corse difilato a comprare il panno, poi riprese la strada dei monti per dormire al primo cascinale dove non pagare la nottata. Il ritorno fu agevole, il tempo essendosi rimesso, e l'indomani sera Natale riabbracciò la famiglia.
La notte della festa seguì un incidente spiacevole. Intorno a Lena, che era la più bella, si affollavano tutti i giovani del paese, ma essa con sicurezza impertinente non degnava di ballare che coi più ricchi. Un suo primo cugino, bravo ragazzo, ma povero in canna, venne ad invitarla risoluto di rompere il cerchio delle preferenze. Essa rispose ridendo aver promesso a Necio il geometra e lo chiamò ad alta voce da un capo all'altro della sala. Lo sfregio era patente. Il cugino aspettò ritto in piedi che finisse [pg!211] il giro, poi si accostò a Necio e gli diede una forte spallata, dopo di che uscirono insieme nell'aia e si bastonarono di santa ragione, finchè il geometra ebbe mezza rotta la testa.
Il ballo terminò in tumulto e tutti furono alle loro case.