Tutti sanno quale famoso cacciatore egli fosse e come non fallisse mai il suo colpo; quelli che lo avvicinarono, lo narrano gelosissimo della riputazione di buon tiratore e intollerante dell'altrui mediocrità. Se uno dei suoi sbagliava la mira, erano serî rabbuffi in principio e lunghe canzonature di poi, e se ne coglieva troppe o troppo bene, trapelava dalle sue parole una punta di gelosia che durava finchè con un colpo maestro non avesse assodata di bel nuovo la propria superiorità. Ciò avveniva colle persone del seguito, le quali d'altronde erano ben di rado ammesse all'onore di partecipare alla caccia, e rarissime volte poste a tiro dello stambecco.
Lo stambecco era riserbato, per lo più, agli ospiti di riguardo e solo quando le condizioni della caccia erano tali da non correr rischio di perdere la preda. La quale andava in gran parte regalata qua e là, dove il Re sapeva di ufficiali superiori o di magistrati o di uomini politici alloggiati negli alberghi vicini. Chi la riceveva [pg!274] si affrettava a farla imbandire sulla mensa comune, con gran giubilo dei touristes inglesi i quali notavano sul taccuino delle memorie la data del giorno e la provenienza della vivanda, e non mancavano mai di proporre, in fin di tavola, il toast al coronato cacciatore.
***
Il sussiego e l'etichetta non salirono mai oltre i mille metri sul livello del mare: il Re, accampato sopra i duemila, amava di vivervi da gran signore ospitale e magnifico, ma accostevole ed alla mano. Io non ebbi mai l'onore di parlare con lui, ma intesi raccontare fatterelli caratteristici, che tutti lo dipingono ad un modo.
Un anno, fu nel 73 se non erro, l'anno che lo Scià di Persia venne in Italia, uno studente dell'Università di Torino, mezzo artista, era salito a Cogne e vi dimorava per certi suoi studi scientifici che alternava con ricreazioni artistiche da pittore. S'era combinato che nella seconda metà d'agosto saremmo andati a raggiungerlo, suo padre, parecchi amici artisti ed io, per tentare con lui alcune escursioni sulle ghiacciaie del Gran Paradiso. Un giorno degli ultimi di luglio, egli andò per diporto fino all'accampamento del Re a Vallontéj, e poichè il Re era alla caccia e [pg!275] si sapeva non sarebbe tornato prima di sera, pregò il generale Bertolè-Viale che gli lasciasse visitare l'accampamento e farvi alcuni disegni che intendeva mandare e mandò intatti, al Graphic di Londra. Il generale accondiscese, e, a disegni finiti, avendo mostrato desiderio di averne uno per memoria, gli fu dato a scegliere quello che più gli tornava.
Passano cinque o sei giorni, quando una bella mattina sul fare dell'alba, il nostro studente è svegliato bruscamente da più colpi battuti contro la finestra della sua bassa camera d'albergo. Stanco per qualche gran camminata del giorno innanzi, egli urla un: Chi va là? stizzito che voleva dire: non mi seccate; ma i colpi rimartellano tanto che egli corre in camicia ad aprire la finestra per dare il fatto suo al notturno disturbatore. Pensate come rimase trovandosi di fronte a Sua Maestà il Re d'Italia, il quale da cavallo aveva picchiato ai suoi vetri e rideva ora della sua attonita confusione.
—Prima di tutto si vesta, che a queste arie gelate c'è da pigliarsi un malanno e poi si riaffacci che le voglio parlare.
Come fu vestito e tornato alla finestra, il Re gli disse:
—Senta, ho veduto il disegno che lei ha fatto per Bertolè, e vorrei averne uno che raffiguri [pg!276] tutto il mio campo. Io vado ora a Torino a ricevere lo Scià di Persia; starò al caldo cinque o sei giorni, poi tornerò, non più a Cogne ma a Valsavaranche. La prego dunque di farmi quel disegno e di portarmelo colà fra una settimana. Ho dato ordine che non smontino il campo finchè lei non vi sia salito. È inteso?
L'altro a scusarsi di non saper fare cosa degna del Re e il Re a lodargli il disegno che aveva veduto; breve: si rimase che il lunedì venturo lo studente sarebbe andato ospite della Maestà Sua a Valsavaranche.