Sennonchè tornato il Bonnet in compagnia d’un amico all’asilo de’ suoi profughi, ode e vede tutti i suoi piani minacciati di rovina ed ogni cosa rimessa nuovamente in forse. La padrona della fattoria, indovinato che gli ospiti fino allora ricoverati erano Garibaldi e sua moglie, gridava e smaniava che non voleva più tenerli in casa; l’amico mandato a sorvegliare i guardiani veniva a dirgli, che scoperto l’inganno del supposto fratello e spaventati dalle minaccie delle molte pattuglie che battevano i dintorni, si rifiutavano al promesso tragitto. Fu pel bravo Bonnet un momento angoscioso, e non vide altra speranza che in una disperata audacia. Corre dai guardiani, confessa loro che colui che trattavasi di salvare era realmente Garibaldi, ma li ammonisce che se nol faranno ne va della loro vita; che nessuno degl’Italiani avrebbe lasciato impunito un tanto misfatto, che essi possono guadagnare, se lo aiutano, una bella somma, ma quando si ostinino nel rifiuto egli non rispondeva più di quel che poteva loro accadere. Il discorso fatto da un uomo autorevolissimo fra i Comacchiesi, corroborato da quei due argomenti sempre validi pel cuore umano: la paura e l’avidità, fece istantaneamente l’effetto suo, e i guardiani ripromisero che avrebbero fatto quanto il signor Bonnet richiedeva.
Allora questi ritorna al Generale, lo traveste dei suoi abiti, gli dà il passaporto di suo fratello Gaetano morto in Roma;[160] fa trasportare sulla barca Anita, le compone sotto alla persona materassi e guanciali e ve l’adagia, coll’aiuto del marito, come in un letto, e sparsa ad arte la voce che il Generale si fosse imbarcato con una mano d’armati al Po di Volano diretto a Venezia, appena s’è assicurato che tutte le pattuglie nemiche sono incamminate a quella volta, ordina ai guardiani di prendere l’opposta direzione di Ravenna, fissando loro per prima tappa la fattoria del marchese Guiccioli posta alle Mandriole presso Sant’Alberto.
IX.
Era la notte del 3 agosto, e quando il Bonnet vide in moto la barca fatale partì per Comacchio, onde addormentare colla sua presenza i sospetti della Polizia e prendere egli stesso un po’ di riposo. Ma quale sorpresa! quale colpo di fulmine per lui nel vedere il mattino dopo entrare in camera la sorella tutta conturbata e udirla dire: «I guardiani essersi rifiutati a proseguire il cammino e aver gettato Garibaldi sulla Costa di Paviero.» Balzò dal letto, mandò un suo fidato alla barca sì per guidar Garibaldi, come per mettere al dovere i guardiani, ed egli stesso, quantunque zoppo, salta in biroccino per correre alla fattoria Guiccioli a riconoscere lo stato delle cose. E il pensiero fu ottimo, poichè là potè accertarsi di più fatti: che Garibaldi non era ancor giunto; che la fattoressa in assenza del marito era ben disposta a ricevere gli ospiti annunciati; che infine dovunque si trovassero in quel momento non correva voce che fosse accaduta loro alcuna disgrazia. Rassicurato di nuovo, l’infaticabile uomo parte a carriera per Ravenna, sguscia con arte e felicità somma in mezzo ai perlustratori tedeschi che scontra sul suo cammino: a Ravenna concerta con un suo amico, il maggiore Montanaro, il modo con cui Garibaldi potrà penetrare in città e di là passare in Toscana; e ciò fatto, nel mattino del 5 agosto torna nuovamente alla fattoria Guiccioli, dove ode dal fattore Ravaglia questa lugubre novella: Garibaldi, condotto dai noti guardiani sin presso a Sant’Alberto, aveva potuto procacciarsi, non sapremmo dire con qual mezzo, un biroccino e trasportatovi sopra la moglie agonizzante era giunto con essa alla fattoria. Colà però il dottore Nannini, che per caso vi si trovava, esaminata l’inferma capì che le restavano pochi minuti di vita. Infatti appena adagiata in letto, ella chiese con voce semispenta un po’ d’acqua fresca, ne trangugiò alcuni sorsi e spirò, come di colpo, nelle braccia del marito.
«Fu sepolta?» chiese il Bonnet. «Ah no! (rispose il Ravaglia). La povera Anita era appena spirata, che gli Austriaci comparivano in faccia alla casa; onde il Generale ebbe appena il tempo di fuggire, lasciandomi per ultima preghiera che dassi io onorata sepoltura a sua moglie, fino a che potesse tornare egli stesso in ora più propizia a riprendere i sacri resti mortali!»
Così morì il 4 agosto 1849 verso le 4 di sera Anita Garibaldi. Della sua agonia e della sua morte fu scritto sino ad ora con poesia, non con verità; ed era naturale che fino al giorno in cui questa fosse interamente scoperta, la fantasia impietosita intessesse di poetiche invenzioni la luttuosa catastrofe, e coltivasse sulla tomba della martire il gentil fiore della leggenda. Persino il romanzo di Garibaldi, che prima di riprendere la sua fuga trangosciata scava colle sue mani la fossa e dà sepoltura alla donna del suo cuore, non è più credibile. Come vedemmo, Garibaldi non potè adempiere a quell’ultimo ufficio, che pur avrebbe sparsa di qualche balsamo la grande piaga del suo cuore; ciò non vieta che lo spettacolo di quell’uomo costretto a staccarsi dalle spoglie della sua donna appena morta, ed a lasciarla insepolta in balía d’estranei, non sia tragedia ancora più pietosa e terribile.
Quindici giorni dopo, alcuni contadini videro una mano sbucare da un monte di sabbia: chiamata l’Autorità e scavata la terra, fu trovato il corpo di una donna sfigurata dalla incipiente putredine, colla lingua schizzata fuori dai denti sprangati, la trachea rotta, il collo segnato da un cerchio livido, un feto di sei mesi nelle viscere.
X.
Era Anita Garibaldi. Ma perchè sepolta a quel modo? Perchè quel cerchio livido intorno al collo? D’onde il deturpamento e il nuovo strazio di quel misero corpo?
Il medico delegato dal Governo pontificio all’autopsia del cadavere vide in quei segni altrettante prove di strangolamento,[161] onde la voce che Anita Garibaldi fosse stata strozzata dalle mani stesse che l’avevano sepolta, alimentata con infami artificii dalla polizia pretesca, si diffuse e s’accreditò siffattamente nei popoli delle Romagne, che il povero Ravaglia fu segnato a dito, per molti anni, come l’unico autore del sacrilego assassinio, e poco mancò che il famigerato Passatore, eroe teatrale del masnadierume romagnolo, erettosi esecutore della vendetta popolare, non gli facesse scontare colla vita l’immaginario delitto.[162] Era un errore: se pure non gli va dato un più triste nome; e lo stesso Bonnet si studia, nelle sue Memorie, di chiarirne le origini ed i motivi.