E fu allora che gli abitanti di Layes e di Vaccaria ebbero uno strano spettacolo. Per due giorni un fantastico cavaliere, montato sopra un nero cavallo, fu visto saltar al galoppo dirupi, tragittare a nuoto torrenti, traversare a volo come uno spettro di Bürger la tenebra d’una notte tempestosa, comparire, scomparire tra i tuoni e le folgori, or sulla vetta de’ monti, or nel fondo delle valli, lasciando esterrefatti sul suo passaggio abitatori e viandanti, mettendo in fuga col suo sovrumano fantasma gli stessi cavalieri imperiali mandati alla sua caccia.[163]

Era Anita, che, procacciatasi, colla facilità consueta a que’ paesi, un generoso cavallo, e sorpresa, ma non atterrita, da un uragano, continuava la sua corsa fortunosa, e già pianta dallo stesso marito, per il medesimo inganno ond’ella aveva pianto lui, riusciva dopo otto giorni di disperata separazione a trovarlo nei dintorni di Layes, ed a cadere beata nelle sue braccia.

XII.

Da quell’istante fino a Montevideo Anita e Garibaldi non si separarono più, e per quali nuovi patimenti e perigli siano passati assieme durante quella travagliatissima ritirata da Layes all’Uruguay, noi lo sappiamo.

A Montevideo però, fosse la volontà del marito, fossero le cure crescenti della maternità,[164] la vita guerriera di Anita ha una tregua, e da eroina la vedete tornar di nuovo ritirata e casalinga. E fu a Montevideo, come vedemmo, che Garibaldi volle consacrare coi riti della Chiesa le sue libere nozze, e che Anita diventò anche per le leggi del mondo, come lo era stato sempre per quelle del suo cuore, sua legittima moglie.[165] Non fu per questo nè più tranquilla, nè più felice. Quel vedere il marito partire per le lontane e perigliose spedizioni, e non poterlo accompagnare; quell’udire dalla sua casetta di Montevideo, quella casetta così povera che non aveva lume, il fragore delle cannonate e il tumulto della battaglia, e non potervi partecipare; quel sapere insomma il suo eroe in balía ad ogni istante alla morte, e non poter essergli al fianco per proteggerlo e soccorrerlo, erano all’innamorata donna, muta, ma inconsolabile doglia.

Oltre di che il troppo ardente amore aveva generato il suo serpe: Anita era gelosa. La gelosia nasce generalmente da un sentimento di inferiorità, ed ella povera creola non bella, non colta, quasi selvaggia, si sentiva troppo inferiore a quel suo bellissimo e celebrato amante, per non tremare ad ogni istante di perderlo. Egoista, in questo, al pari di tutti gli innamorati, ella l’avrebbe voluto brutto per essere sola ad ammirarlo, talvolta l’avrebbe persino desiderato oscuro per non aver rivali a glorificarlo. La bellezza che l’innamorava era il suo tormento, la gloria che l’inebbriava il suo martirio. Quel nome del suo Garibaldi su tante labbra femminili, la inquietava; tutte quelle donne che nei ritorni trionfali della Bojada e del Salto s’affollavano sul di lui passaggio, e lo plaudivano e gli sorridevano e lo coprivano di fiori, persino la cura singolare ch’egli aveva della nettezza della sua persona e dell’eleganza della sua acconciatura, la turbava e ingelosiva.

Un giorno Garibaldi fu visto comparire tra i suoi Legionari colla barba e i capelli accorciati.

— O come va, Colonnello (chiese taluno), che s’è fatto tagliare i suoi stupendi capelli!

— Cosa volete, amigo,[166] mia moglie è gelosa, e pretende che porto i capelli lunghi per dar nell’occhio alle belle. Però mi ha tanto tormentato per questi benedetti capelli, che io, per la pace di casa, ho finito ad accontentarla. —

E quella gelosia l’accompagnerà anche negli anni più maturi e morirà molto probabilmente con lei.