Da quell’istante non si separarono più. Le peripezie della ritirata da Roma sono note; e già sappiamo che la intrepida donna se non fu di stimolo ai pigri, di conforto agli abbattuti, d’esempio ai forti, non fu mai di fastidio o d’impedimento ad alcuno.
Fame, sete, guerra furono le promesse del Capitano a’ suoi soldati, ed essa le accettò tutte come l’ultimo dei gregari.
Quel che dovesse soffrire incinta di sei mesi, sotto quei sollioni di luglio, in quelle notti senza sonno, in quelle marcie senza ristoro, in quegli incessanti allarmi e quei perpetui batticuori, lo pensino le madri; ma non un lamento usciva dalle sue labbra, non un segno tradiva il suo martirio.
Beata del suo amore ringiovanito, pareva fatta insensibile a tutte le sofferenze del corpo. Finchè poteva dividerli col suo amante, nè i travagli nè i pericoli, che pure fiaccavano i più gagliardi, le sembravano maggiori delle sue forze. Che se più d’una volta un malore repentino l’aveva avvertita che era donna ed era madre, il primo suo studio era stato quello di nasconderlo persino a sè stessa, affinchè nessuno potesse crederla un inciampo all’impresa dei forti, e il marito soprattutto non avesse mai alcun motivo, nemmeno quello pietoso della sua salute, di fermarla per via e di allontanarla da sè.
Pure a San Marino la natura reclamò alla fine i suoi diritti, e la febbretta, che da giorni le covava nel sangue, non le accordò più tregua, e divampò con tutti i caratteri d’una violenta perniciosa. Non le fu più possibile allora l’infingersi; pure quando Garibaldi la consigliò d’arrestarsi in quel luogo ospitale e pronunciò quella odiosa parola di separazione, essa non volle a nessun patto ascoltarla, e simulando ancora una forza che ad ogni istante l’abbandonava, si ostinò a voler proseguire il suo fatale cammino. Era un suicidio; e non è troppo il dire che la soverchia arrendevolezza del marito ne fu complice involontaria.
Pochi giorni dopo infatti, della forte Anita non restava più che un corpo agonizzante; e il disperato marito, dopo averla portata sulle sue braccia traverso l’acque e le boscaglie d’una contrada irta di agguati e di pericoli, dovrà credere ancora somma ventura se la pietà coraggiosa di alcuni amici gli porgerà un letto su cui adagiarla, una stilla d’acqua con cui bagnarne le labbra spiranti, risparmiando alla morente l’ultimo oltraggio del destino, di finir come belva traccheggiata, dalla muta feroce, nel canneto d’una maremma.
Era pietà che la luttuosa tragedia finisse, e il 4 agosto 1849 Anita Garibaldi non era più. Ella aveva invocato suprema grazia dal marito di non essere separata da lui che morta, e il suo voto fu esaudito. Anita morì come aveva sognato, tra le braccia del suo caro, specchiando fino all’ultimo anelito i suoi occhi moribondi in quel volto tanto adorato; ma chi potrebbe dire ch’ella sia morta felice? Chi può affermare che il pensiero di lasciar solo sulla terra, bandito e cerco a morte, l’uomo dell’anima sua, non abbia funestato i suoi ultimi istanti, e che l’oscura visione del suo eroe, tradotto fra uno stuolo di soldati, moschettato contro una muraglia, appeso ad una corda infame, non sia passata come meteora sanguinosa, nella tenebra della sua agonia, perseguitando fino all’orlo della fossa il suo spirito fuggente?
Innanzi a questo pensiero il cuore si stringe e la penna s’arresta. Se la poesia tornerà alle eccelse sorgenti dell’ideale, e questa Bradamante troverà il suo Ariosto, tutta l’intima bellezza di codesta eroina dell’amore sarà conosciuta, e la mesta plejade di Francesca e di Sofronia, di Tecla e di Margherita, avrà una stella di più.
Povera fanciulla strappata dal fato all’ombra della sua casa natía, travolta nel turbine d’un arcangelo ribelle, trapassata sulla terra in una vicenda incessante d’affanni e di perigli, consacrata volontaria ad un olocausto perpetuo di fede, di devozione e d’amore, venuta infine a morire in Italia per una causa non sua, un solo dolore, forse, le fu risparmiato, ma il supremo: quello di vedere il suo eroe profanare d’amori senili l’epica bellezza del suo amore giovanile, e il suo idolo sgretolato dagli anni mostrare il torso di creta dell’Adamo volgare.