Il sole del 31 maggio doveva essere foriero di una non lieta novella. Anzitutto il generale Urban s’accostava minaccioso e ringagliardito a Varese, e Garibaldi, che aveva tutto predisposto per ritornarvi, dovette prudentemente mutar pensiero e risalire la via di Valcuvia, dove poteva, protetto dai monti, attendere gli eventi. Dal canto loro i Varesini, sgomenti, ma non avviliti, dall’annunzio del pericolo imminente, inviano a Garibaldi per richiederlo d’aiuto e di consigli; ma a lui non restava altro che a rispondere: «Uscissero i cittadini validi, portando seco le armi e le munizioni e riparassero ai monti.» Consiglio disperato, ma l’unico effettuabile in quel caso.
Non tramontava difatti la giornata del 31, che il generale Urban compariva con due colonne da Tradate e da Gallarate sulle alture di Giubiano e di San Pedrino che da quel lato attorniano Varese, e vi si accampava militarmente. Conduceva dodicimila uomini d’ogni arma e diciotto pezzi d’artiglieria; sbuffava fuoco e fiamme; annunziava alla ribelle città strage e rovina; la multava dell’assurdo tributo di tre milioni e di proviande in pazza quantità; prendeva statici anche fra i più innocenti e li minacciava ad ogni istante di morte; esigeva per sè e pe’ suoi ufficiali strane leccornie di vini e di vivande; e non soddisfatte le sue insensate pretese (nè potevano esserlo da una città non ricca e vuota de’ suoi abitatori), apriva contro di essa un furibondo bombardamento e l’abbandonava per parecchie ore al saccheggio.[199]
Intanto che Varese fuggiva e si riparava alla meglio da quel flagello, più per confortare di sua vicinanza la tribolata città e spiare davvicino le mosse del nemico, che per deliberato proposito di cercargli battaglia, Garibaldi scendeva da Valcuvia fino in faccia di Santa Maria del Monte; e di là nella mattina del 1º giugno giù fino a Sant’Ambrogio e Robarello, discosti un’ora di cammino da Varese. E certo più bella occasione di vendicarsi di quel brigante di Garibaldi, al Generale austriaco non si poteva porgere. Aveva tanto giurato e sacramentato di volerlo appiccare con tutti i suoi; ed ecco che lo teneva, può dirsi, nell’ugne; era tornato espressamente a Varese con forze quadruplicate per schiacciare con un colpo magistrale l’aborrito nemico, e la fortuna glielo faceva incontrare a un tratto di cannone, in una posizione quasi disperata; o perchè dunque non lo assaliva? Perchè se ne stava immobile dietro Varese, occupato soltanto a bombardare una vuota ed inerme città, quando Garibaldi scendeva a sfidarlo così da vicino? Perchè lasciò scorrere tutta quella giornata del primo senza muovere un passo, senza tentare nemmeno una ricognizione a fondo, e soltanto la sera del giorno stesso si decise ad occupare la posizione di Biumo Superiore; quel Biumo, come dicemmo, chiave di tre vie e baluardo bifronte che il Garibaldi italiano aveva subito afferrato, appena entrato in Varese, e il Garibaldi austriaco, come chiamava sè stesso, contemplò da lontano tre giorni prima di conoscerne l’importanza? E si fu appunto perchè il Generale austriaco non s’era accorto di Biumo, che Garibaldi rivolse in mente per alcune ore l’idea di prender egli quell’offensiva, che il nemico più forte non sapeva prendere; e soltanto verso sera, quando seppe occupata quell’importante postura, ne depose il pensiero.
XXI.
Intanto più grossi avvenimenti erano accaduti sul maggior teatro della guerra. Fra il 27 e il 28 l’esercito alleato iniziava quel grande movimento di fianco dal Po sul Ticino, che fu l’unica manovra strategica di tutta la campagna; il giorno 30 dello stesso mese l’esercito piemontese sforzava i passi della Sesia e colla seconda vittoria di Palestro se n’assicurava il possesso; in conseguenza de’ quali fatti tutto l’esercito franco-sardo veniva a trovarsi ammassato tra Mortara e Novara, pronto, vorremmo dire, a varcare il Ticino, se la prontezza fosse stata la dote della mente direttrice di quell’esercito. Ora questi avvenimenti erano affatto ignoti al generale Garibaldi, poichè nessuno al Quartier generale principale aveva pensato a mandargliene pur un cenno; ma non lo erano naturalmente al generale Giulay, il quale, penetrato il segreto della mossa nemica e accortosi oramai che lo aspettava una battaglia difensiva sull’alto Ticino, aveva pensato a rinforzarsi su quel punto quanto più poteva, e non attribuendo, giustamente, alcuna importanza alla diversione di Garibaldi,[200] s’era affrettato a richiamare la divisione Urban da Varese dandole per obiettivo Turbigo.
L’ordine, a quanto assicura uno storico,[201] giunse al Generale austriaco in sulla sera del 1º maggio; e può essere; certo egli non lo eseguì immediatamente, perchè la mattina del 2 era ancora in battaglia sulle sue posizioni del giorno precedente. Comunque, oramai da Garibaldi egli non aveva più nulla da temere; chè il nostro condottiero, considerati i rischi d’un combattimento sì disuguale, ignaro, come dicemmo, di tutte le mosse degli alleati, epperò anche dell’ordine di ritirata ricevuto dal suo avversario, s’era a sua volta deciso di ripiegare su Como; e nella stessa mattina aveva appoggiato ad Induno ed Arcisate, che erano appunto le prime stazioni della via che s’era proposto di percorrere.
Però, com’è suo costume, egli aveva mascherato sì bene il suo movimento, che il generale Urban non ne ebbe sentore; anzi vedendolo appostarsi fortemente nei dintorni d’Induno, lo prese piuttosto come un preparativo di nuove operazioni offensive, che di ritirata; e sollecito assai più di guardar sè stesso che di tentare il nemico, si accontentò di far correre il terreno circostante da piccoli drappelli, che non giunsero mai nemmeno a tiro delle vedette italiane.
In realtà erano due avversari che pensavano a ritirarsi: l’Italiano obbligato dalla esiguità della forza e dalla debolezza delle posizioni; l’Austriaco dagli ordini del suo Generalissimo e dal precipitar degli eventi. Perciò, intanto che Garibaldi levava il suo nuovo campo d’Induno, e per Arcisate, Rodero Casanova s’avviava su Como; l’Urban lasciava una forte retroguardia di circa duemila uomini a guardia di Varese e Como, e col grosso della sua divisione contromarciava su Gallarate diretto al Ticino.
XXII.
Se non che Garibaldi, cui era mancato ogni indizio per supporre quella ritirata, continuava a marciar molto circospetto, guardingo, come uomo che non sia ben sicuro nè della sua testa, nè delle sue spalle.