Perchè? Come mai il capitano marittimo consentiva di ridiscendere al grado di semplice marinaio, e il patriotta s’acconciava a servire nella flotta di quel Re, a cui aveva giurata la guerra? Per qualcosa la Giovine Italia doveva entrare in quella risoluzione, e il motivo doveva essere quell’unico e supremo che governava ormai tutti i pensieri e tutte le azioni del novello iniziato: la patria. Infatti l’arruolamento di Garibaldi si collega direttamente e alla spedizione di Savoia e al moto di Genova che doveva secondarla. Nel concetto dei rivoluzionari genovesi il moto della loro città doveva essere fiancheggiato e sostenuto in mare da una rivolta della flotta, o almeno da qualche legno di essa; e per questo era necessario che qualche marinaio accorto e ardito s’insinuasse tra gli equipaggi, e segretamente li catechizzasse e attirasse nella congiura.

Ora a questi uffici nessuno parve più idoneo di quel Garibaldi, che già tra la gente di mare era popolarissimo; ed ecco come il cospiratore Borel divenne sui ruoli d’una marina regia il marinaio Cleombroto.

Intanto l’ora dell’azione s’avvicinava a gran passi. Mazzini, vinti alla fine i temporeggiamenti del Ramorino, cui per un inconcepibile acciecamento (fatale in quell’anno ai repubblicani come lo sarà quindici anni dopo ai regi) era stato affidato il comando supremo della spedizione di Savoia, la fissava immutabilmente per i primi di febbraio, e ne rendeva edotti tutti i caporioni perchè si tenessero pronti.

Ora come rispondesse a quell’appello il Piemonte, l’evento lo chiarì; come vi rispondesse da parte sua Garibaldi, l’udimmo da lui stesso narrare così.[29] Riuscito a farsi imbarcare il 3 febbraio sulla fregata Des Geneys, la quale per essere ancorata nel porto a Genova e servita da gran numero di marinai suoi amici sembrava una delle prede più facili ai patriotti, vi stette aspettando tutto quel giorno, deliberato e sicuro, l’ultimo cenno. E l’ultimo cenno venne; era di agire per la sera del 4 febbraio; i marinai impadronirsi delle navi; i cittadini assaltare la caserma di Piazza Sarzana e insignorirsi della città. Sennonchè, poco prima del tramonto, Garibaldi, o perchè disperato di non potere agire con buon successo sul Des Geneys, o perchè all’ultimo istante gli fosse entrata nell’animo la ripugnanza di voltar le armi contro i suoi camerati e ufficiali (i motivi per cui lasciò il Des Geneys restarono sempre un po’ oscuri), il fatto è che intasca due pistole, diserta da bordo, scende in città e corre alla Piazza Sarzana, pronto ad unirsi ai primi gruppi d’insorti che certo non potranno tardare a comparire. Ah! Garibaldi non sapeva ancora che cosa sieno le insurrezioni decretate dal fondo d’un gabinetto, a ora fissa di cronometro, con battaglioni di combattenti scritti sulla carta, affidate a giuramenti di segretezza che la storditaggine e la perfidia avevano violati prima di pronunciarli. Noi lo sappiamo. Son due ore infatti ch’egli aspetta: due lunghe ore ch’egli gira e rigira per quella piazza, e palpa impaziente le sue pistole, e appiattato nei canti interroga cogli occhi i rari viandanti nella speranza di trovare in essi gli attesi compagni; che tende l’orecchio per udire se qualche colpo di fucile, almen qualche eco lontana di sommossa gli arrivi dall’altra parte della città. Indarno: non un uomo sulla piazza; non un moto per le vie; non un amico dei tanti giurati; non un grido per tutta Genova.

Già da ogni parte arriva fino a lui la voce che tutto è fallito, che il corpo di Ramorino è disciolto, che l’altra banda di Chambéry è dispersa, che nessuna città ha risposto all’appello, che il governo consapevole della congiura ha già cominciato le persecuzioni e gli arresti; pure egli non sa rassegnarsi a crederlo, esita ad abbandonare il posto di battaglia che gli è assegnato; vorrebbe attendere ancora. Che mai? Fitti pelottoni spuntano da tutti gli sbocchi della piazza e cominciano ad asserragliarla: ancora pochi istanti, e Garibaldi sarà chiuso in un cerchio di ferro senza uscita: l’indugiarsi più oltre sarebbe stata follía. Allora, ormai convinto dalla innegabile testimonianza de’ suoi occhi, si slancia fuori della piazza; si rifugia nella bottega d’una fruttivendola e raccontatole il suo caso la impietosisce; cambia nei panni d’un contadino la sua camicia di marinaio; esce ardito dalla casa ospitale, s’avvia franco come andasse alla passeggiata verso Porta Lanterna e la varca insospettato; fatti pochi passi, lascia la via maestra, traversa campi e giardini, salta muri e siepi e infila la montagna; marcia tutta la notte, guidandosi colle stelle, nella direzione di Sestri Ponente; mangia e dorme alla meglio nelle osterie fuori di mano, nelle capanne de’ contadini, sotto le tettoie de’ campi; arriva il decimo giorno a Nizza; sta nascosto un giorno nella casa di una sua zia, dove rivede ed abbraccia sua madre; riprende nella notte seguente, accompagnato da due amici, il cammino verso il Varo; trovatolo ingrossato dalle pioggie, lo traversa parte a guado, parte a nuoto; dice addio a’ suoi compagni; tocca il suolo francese; è in salvo.

X.

Almeno lo crede; anzi è tanto lontano dal pensare che la Francia di luglio respinga o mandi a confino i profughi politici, che, date appena le spalle al fiume, cammina diretto verso il posto dei doganieri di custodia al passo, e si mette volontario nelle loro mani. Mal glien’incolse, che i doganieri ubbidienti alla loro consegna lo dichiarano in istato d’arresto, e se lo conducono in mezzo di là a Grasse, e da Grasse a Draghignan, ove aspetteranno, dicevano, nuovi ordini da Parigi.

Nè il prigioniero oppose resistenza di sorta. Soltanto avvistosi che s’era un po’ troppo affrettato a fidare nella ospitalità del governo di Luigi Filippo, ed essendo in ogni caso troppo uccello di bosco per accomodarsi in una gabbia qualsiasi, delibera in cuor suo di ottenere colla destrezza quello che sarebbe vano tentare colla forza; e come un uomo sicuro che o prima o poi l’opportunità di schizzar dalle mani di quegli inaspettati custodi non gli può fallire, si lascia tranquillamente condurre. E non ebbe ad attendere molto. Giunto infatti a Draghignan e condotto al primo piano di non so quale caserma, Garibaldi s’affaccia alla finestra, coll’aria noncurante di uno che contempli il paesaggio; s’assicura in un baleno che ogni dintorno è deserto; misura d’un’occhiata la distanza dal suolo (una miseria di quindici piedi, quanto basta, a dir vero, per fiaccarsi il collo); e colto l’attimo in cui i doganieri voltano l’occhio, spicca il salto, si trova in un giardino, ne scavalca la muraglia, è in un balzo nei campi; e prima che quei valenti guardiani delle dogane francesi, non abbastanza acrobati per seguitarlo per quella via aerea della finestra, abbiano scossa la sorpresa, e poi presa la scala, girata la casa e girato il giardino, egli è già una macchia confusa tra le giravolte della montagna, e li saluta tanto.

La mira del nostro profugo è Marsiglia, e come aveva fatto da Genova a Nizza, viaggiando la notte, guidandosi colle stelle, tenendo la montagna, cansando i grossi paesi, mangiando come poteva, dormendo dove capitava, s’avvicina a grandi giornate alla mèta. Sennonchè, più a rompergli la monotonia del viaggio che a conturbarlo seriamente, ecco un’altra avventura.

Giunto non sa nemmeno lui in quale villaggio, entrato per un po’ di cibo e di riposo in una locanduccia, incoraggito dall’affabile accoglienza dell’oste e dell’ostessa, commette l’imprudenza di raccontar loro tutta la storia della sua fuga. L’oste, al contrario, tutt’altro che rassicurato dall’aspetto di quel cliente che aveva due polizie alle calcagna, passava i fiumi a nuoto, aveva così in uggia le strade maestre, saltava le finestre di quindici piedi e probabilmente saldava allo stesso modo lo scotto delle osterie; l’oste, dico, gli si volta con un viso tutto annuvolato, e gli annuncia, con grande suo dispiacere, d’essere nella dura necessità di arrestarlo.