Ora tra le provincie che non furono paghe nemmeno dell’Atto addizionale di Don Pedro II, e levarono prime il vessillo della rivolta, fu quella di Rio Grande del Sud. E non senza qualche ragione. Tra le ultime ad entrare nella famiglia delle colonie brasiliane, ultima perciò a spogliarsi delle sue tradizioni di selvatichezza e d’indipendenza, perduta quasi nell’estremità meridionale dell’impero, quindi meno prossima all’influenza della capitale ed alla vigilanza del governo; confinante con quella capitaneria di San Paolo che dava al Brasile i suoi più intraprendenti Mamelucchi; ricca di pascoli e di mandrie; abitata da un popolo educato dall’infanzia a correre sulla groppa dei nativi cavalli le vaste pianure, e superbo di fornire agli eserciti brasiliani una delle cavallerie più famose del Nuovo Mondo; gittata come una marea contro le invasioni spagnuole da un lato e le incursioni gesuitiche dall’altro, quindi obbligata all’esercizio d’una guerra perpetua, si comprende di leggeri come la provincia di Rio Grande potesse apprestare un terreno più d’ogni altro propizio ad un partito autonomo e repubblicano, ed essere atta a difenderne le ragioni coll’armi in pugno.

A dare poi il tracollo alla bilancia toccò ai Riograndesi la pessima amministrazione del presidente imperiale Giuseppe Aranjo Ribeira, sicchè il 20 settembre 1836 il popolo di Porto Allegre, capitale della provincia, si getta in armi contro il governatore che si salva a stento colla fuga, e ben presto secondato dalle altre comarche (Comarcas) di Rio Grande grida la Repubblica, e ne proclama presidente Bento Gonçales de Silva.

VI.

Ora segretario di questo era quel Livio Zambeccari di Bologna, figlio dell’infelice areonauta, patriotta ardentissimo, il quale fuoruscito d’Italia nel 1823, riparato prima in Ispagna, poi di là nel 1825 emigrato alla Plata, prese le armi per l’indipendenza di Montevideo contro il Brasile, combattè più tardi colle bande del Lavalle la tirannia di Rosas e passò finalmente nel 1831 a Rio Grande, dove era divenuto uno dei più caldi banditori delle idee repubblicane e dei più energici attori della rivoluzione del 1836. La vittoria degl’insorti però fu breve; non andò guari infatti che il Governo imperiale di Rio Janeiro, rotto nei campi di Fanfa il piccolo esercito riograndese, potè mettere le mani sul presidente della neonata repubblichetta e sul suo segretario, e tradurli prigionieri nel forte di Santa Cruz presso Rio Janeiro.

Gli è allora che il patriotta bolognese e l’esule nizzardo s’incontrano per la prima volta, e che il primo serve di mediatore, forse inconsapevole, alla fortuna del secondo.

Come avvenisse, se pensatamente o per caso, se pubblicamente o di nascosto, il fatto è che Garibaldi e Rossetti visitano nel suo forte il Zambeccari, e questi propone loro di fare la guerra di corsa contro il Brasile. La proposta del segretario della Repubblica dava troppo nel genio ai due amici, perchè pensassero a rifiutarla. Tutt’altri avrebbe potuto restare indifferente a quella rivolta d’una piccola provincia contro un colossale impero, mossa da interessi ignoti e da ragioni ambigue, ribelle in nome d’una fantastica repubblica ad un governo benemerito dell’indipendenza e della libertà del suo paese; tutt’altri, fuorchè Garibaldi e Rossetti.

Alle loro menti affratellate dal medesimo nobile ardore, l’insurrezione riograndese rappresentava la riscossa del debole contro il forte, dell’oppresso contro l’oppressore, della libertà contro il dispotismo; adombrava quasi in simbolo la lotta che l’Italia doveva combattere un giorno per la medesima causa. Oltredichè, quante attrattive in quella insurrezione! Essa schiudeva un campo più adatto e più gradito alla loro operosità, rispondeva alle loro più segrete vocazioni di soldati e di marinai, occupava il loro braccio e soddisfaceva al tempo stesso il loro cuore.

Accettarono quindi; e presentati dallo Zambeccari al presidente Gonçales, e ottenuto da lui le lettere di corsa e aiuti di armi e di denari per eseguirla, armano in guerra il Mazzini, una delle barche colle quali facevano il cabotaggio e prendono il mare.

VII.

Ed ecco Garibaldi corsaro!