Dirupi un trono al Vero;
È Garibaldi un fulmine
Che fa l’americane acque stupir.[89]
XVIII.
Garibaldi restò ancora alcuni mesi al Salto, continuando a battagliare colla flottiglia e colla Legione fino a che il Governo stesso lo richiamò a Montevideo, dove ritornò difatti in sul cominciare di settembre. Nella Banda Orientale però erano accaduti nel frattempo dolorosi, ma importanti avvenimenti.
Il general Ribera, che era rientrato, pochi mesi prima, nella capitale, si mette a capo, il 1º aprile 1846, d’una sedizione militare; assale e rovescia il Governo e s’impadronisce del potere. Da quel giorno, nota Garibaldi stesso, la guerra cessa d’essere nazionale, e diventa una meschina lotta di fazioni personali che indeboliscono la difesa e insanguinano la città, la quale di certo sarebbe caduta nelle mani del Rosas, se la Francia e l’Inghilterra coi loro negoziati non avessero ritardata la catastrofe. Nemmeno il governo del Ribera durò a lungo, che ripreso dalla sua incurabile manía di capitanare eserciti in rasa campagna e di dar battaglie, pochi giorni dopo la sua uscita da Montevideo nel gennaio 1847, è nuovamente disfatto e per la seconda volta forzato a riparare nel Brasile, da dove non ritorna più che uomo privato ed impotente.
Ciò nonostante Garibaldi non s’era lasciato sfuggire occasione veruna per rendere ancora alla Repubblica quanti servigi erano da lui, e col disegno di secondare le operazioni del Ribera in campagna risaliva con una nuova flottiglia e nuove truppe l’Uruguay fino a Las Vacas, correva fino all’influente del Dajman; vi sbaragliava, il 20 maggio, in un brillante combattimento di cavalleria le truppe riunite del Lama e Vergara, luogotenenti del Gomez, spazzando per alcun tempo d’ogni nemico tutto il territorio attorno al Salto; quando il generale Pacheco, risalito, per la caduta del suo rivale, al potere, lo chiama in Montevideo, e gli offre il comando della piazza.
Garibaldi però, a cui era parso eccessivo onore persino il grado di Generale, avrebbe volontieri rifiutato l’arduo incarico, se la deferenza al rispettato amico, e il desiderio di prestare fino all’ultimo l’opera sua alla Repubblica, non l’avessero indotto a sobbarcarsi ad un ufficio, in cui il cuore gli presagiva di non incontrare che difficoltà ed amarezze. E non s’ingannò. Fin che Garibaldi dava gratuitamente il sangue e la vita per la causa orientale e s’accontentava dei secondi onori e dei posti subalterni, era un fratello, era un eroe, e gli ambiziosi, anzichè adombrarsene, potevano sperare di farsene sgabello e per la stessa degnazione con cui l’onoravano ingrandire sè stessi; ma quando lo videro salire ai primi onori ed occupare, anche forzato, quei posti, a cui essi avevano, forse senza merito, agognato, non gli perdonarono più.
Il fratello divenne uno straniero, l’eroe un avventuriere, il vincitore di Nueva Cava e di Sant’Antonio un inetto, tutta la congiura delle piccole e grandi gelosie, dei pregiudizi locali, delle permalosità spagnuole scoppiò contro di lui e lo costrinse a deporre l’ufficio.
Non prima però d’aver reso alla Repubblica un ultimo e segnalato servigio. Ammutinatosi, forse per istigazione de’ suoi stessi nemici, un reggimento di Negri, e nessuno dei capi osando affrontarlo per rimetterlo all’obbedienza, «Rimanete adunque se avete paura,» esclamò Garibaldi; e seguíto dal solo Sacchi si presenta a cavallo innanzi al reggimento ribelle, penetra nelle sue file, lo arringa con alcune di quelle toccanti e incisive parole che solo i grandi capitani sanno trovare in simili occasioni, e lo riconduce al dovere.