»I nostri vicini da ponente a levante devono capire esser finiti i tempi delle loro villeggiature nel bel paese. E se han paura i........, gl’Italiani sono disposti a non tollerare oltraggi.

»Sono

»vostro
»G. Garibaldi.[402]»

Nè di sole parole si contentava. Udito che Palermo si prepara a festeggiare il suo Vespro, vede in quella commemorazione della disfatta angioina un risveglio del sentimento nazionale, e ad ogni costo, non sappiam se sprezzando i consigli de’ medici e de’ parenti, perchè di questi consigli non si vide la prova, ma certo sprezzando i consigli della sua salute, deliberò di recarsi a Palermo. Solo concede a sè stesso, non sapremmo se dire il riposo, o la fatica maggiore, di arrivarvi a piccole giornate, posando prima a Napoli, rivedendo le Calabrie, rifacendo a ritroso, come chi ricorda, la strada trionfale del 1860. E parte, e il 21 gennaio è a Napoli: ricevuto con delirio dalla città, che dal 60 in poi non l’aveva più riveduto, ma che rispettando il suo stato lo lascia tranquillo per oltre due mesi nella villa del signor Maclean a Posilipo, dove entrando, alla vista del magnifico golfo, esclama col nostalgico affetto del vecchio marinaio: «Oh bello questo mare!»

Colà però il corpo riposava, non lo spirito ancora. Egli non perde d’occhio Tunisi, e ad un certo punto è tale la nausea che lo prende delle rodomontate francesi e della dappocaggine italiana, che a pochi giorni di distanza scrive al signor Leo Taxil: «È finita, la vostra repubblica chiercuta non ingannerà più alcuno. L’amore e la venerazione che avevamo per lei si son mutati in disprezzo.[403]» E ad un ministro italiano andato a visitarlo, soggiungeva: «Lessi in qualche giornale che trattate con la Francia, per trovar modo di accettare senza scandalo il trattato del Bardo. Non lo fate. Una nazione non può mai tollerare le offese. E, se lo farete, io, vecchio, che non potrò correre l’Italia gridando vendetta contro di voi, io mi farò trascinare qui alla Riviera di Chiaia e in via Toledo, e sputerò sul viso alle guardie di pubblica sicurezza e alle sentinelle dell’esercito italiano, finchè o una mi uccida con un colpo di baionetta, o mi si porti a morire in prigione. Così, se voi farete quello, io farò che voi mi ammazziate, sperando che la mia morte muova contro di voi il popolo.[404]»

Tanta era ancora la fiamma vitale in quel settuagenario disfatto!

E dicasi pure ch’egli esagerava; a parer nostro, l’esagerazione era più nella forma che nel sentimento; ma gli è sol quando un paese esagera a questo modo, sente di sè e del proprio onore in siffatta guisa, che si fa rispettare dagli amici e dai nemici, e diventa grande.

IV.

Da Napoli a traverso le Calabrie, posando una notte a Catanzaro, parte in vettura, parte in ferrovia, pellegrinaggio micidiale a quell’uomo, arrivò allo Stretto, e di là, salutata la sua Messina, entrò il 28 marzo, di mattina, a Palermo.

Ma qui pure, come a Milano, come a Napoli, sorvoleremo alle accoglienze, poichè l’immaginarle è più facile che il descriverle. Noteremo soltanto un episodio singolare. Si era fatta correre la voce che il Generale, affranto dal lungo viaggio, avesse talmente bisogno di riposo che persino le grida e gli applausi avrebbero potuto nuocergli. Ond’ecco tutta la popolazione palermitana, concorde per incanto in un solo sentimento, soffocare le voci, smorzar i passi, domar l’indole espansiva ed entusiastica, e al Generale, cui aveva forse preparato uno dei suoi più strepitosi baccanali di gioia, render l’omaggio, nobile, delicato, figliale del silenzio.[405]