Allora il Generale vide che non c’era più tempo da perdere, o «perduto sarebbe stato quel pugno di prodi,» e ordinò una carica generale di tutte le sue forze. Il Bixio da sinistra, le rimanenti compagnie da destra; i Carabinieri, le Guide, lo Stato maggiore, Garibaldi stesso, s’avventano a baionetta calata sulla catena borbonica; traversano senza balenare un istante l’arsa pianura tempestata dalla moschettería e dalla mitraglia nemica; e nel solo tempo richiesto al tragitto, sforzano il nemico a riparare sulle prime falde del monte. Era il prologo della battaglia; ma il dramma e la catastrofe eran lontani, in alto, molto in alto, là sulla cima di quel monte che il nemico occupava, e per giungere alla quale era mestieri salire per sette ardui scaglioni, custoditi da forti battaglioni squisitamente armati e da quattro bocche d’artiglieria, e ai quali que’ poveri Mille non potevano opporre che le punte arrugginite delle loro baionette, il loro ardimento e i loro petti.

Lo vide Garibaldi, ma intendendo che la vittoria era a quel patto, e che in quel giorno, su quel monte, si decidevano le sorti della Sicilia, deliberò di tentare il cimento.

Concesso pertanto un po’ di riposo a’ suoi Legionari; prescritto lo stesso ordine di battaglia; avvisate le bande di appoggiare dalle loro cime il movimento; fece dar nuovamente nelle trombe, e si slanciò contro il primo scaglione. Era il tocco e mezzo! incominciava allora la vera battaglia.

XVI.

Noi non presumiamo descriverla. In siffatti combattimenti, dove tutta l’arte riducesi a chi primo avanza o retrocede, e tutto lo spettacolo in un succedersi alternato di assalti e di fughe, di singolari certami e di epiche mischie, lo storico militare non ha più voce; la tavolozza d’un Meissonier, la fantasia d’un Victor Hugo dovrebbero parlare per lui.

«Ad ogni terrazza una scarica, una corsa fremebonda sotto la mitraglia nemica, una mischia rapida, muta, disperata, un momento di riposo a’ piedi della terrazza conquistata, e daccapo un’altra scarica, un’altra corsa, un’altra mischia, altri prodigi di valore, altro nobile sangue che gronda, altri Italiani che uccidono Italiani;[51]» finchè viene un punto, in cui il coraggio avendo ragione del numero, e la costanza della morte, il nemico, scacciato da altura in altura, abbandona il campo: ecco Calatafimi.

Svariati, invece, e mirabili gli episodi del valore personale. Qua il Bixio che urla, tempesta, fiammeggia, galoppa contra il nemico colla furia del Telamonio; là il Sirtori, montato su uno squallido cavalluccio, tutto vestito di nero, abbottonato fino al mento come un quacquero, che s’avanza in mezzo alla mischia, lento, impassibile, melanconico, più somigliante ad un sacerdote che benedica que’ bravi, o all’apostolo che cerchi il martirio, anzichè ad un soldato; mentre poco lunge, a render più vivo il contrasto, «un frate francescano caricava un trombone con manate di palle e di pietre, si arrampicava e scaricava a rovina.[52]» Altrove Deodato Schiaffino, da Camogli, leonardesca figura di Genovese, più biondo di Garibaldi, ma più alto e tarchiato di lui, presa in mano una piccola bandiera, s’avventa, seguito dal Menotti, dall’Elia e da altri pochi nel fitto de’ battaglioni napoletani; ma ad un tratto eccolo spalancare le braccia, abbandonare la bandiera e stramazzare crivellato il largo petto da una scarica intera, fra una cerchia di nemici. A quella vista il Menotti si precipita per ricuperare la bandiera e vendicar l’amico; ma una palla gli fracassa la destra, e lo costringe a sua volta a lasciare al nemico la contrastata insegna; preda male decantata dai Regi, poichè quella pretesa bandiera non era che un umile cencio tricolore improvvisato da qualche gregario, e di cui lo Schiaffino s’era fatto in quel momento dell’assalto volontario alfiere. Incontrastabile invece, glorioso il trofeo del cannone da montagna, centro per parecchi minuti d’una zuffa accanita, strappato finalmente ai Regi a prezzo delle vite più preziose.

E girando per il campo avreste incontrato ancora, ora il Bandi di Siena, grondante da più ferite; ora il Majocchi di Milano, fracassato un braccio; ora l’elegante Missori, l’occhio livido da una sassata; e qua e là stesi a terra, placidi, composti, colla faccia vòlta al nemico, il Sartori di Sacile, morto; il Pagani di Borgomanero, morto; il Montanari, veterano di Montevideo e di Roma, morto.

E non parliamo di Garibaldi. In quella pugna, dove il Capitano s’identificava all’eroe, egli era gigante. A piedi colla sciabola inguainata sopra una spalla, il mantello ripiegato sull’altra, inerpicandosi su per que’ greppi coll’agilità d’un montanaro e l’ardore d’un gregario; gridando di quando in quando uno squillante Avanti, che echeggiava nel petto dei Mille come un clangore di trombe; incoraggiando con amorose parole i feriti che trovava per via; pagando d’un sorriso i forti e invitandoli a riposarsi, egli seguiva, sereno, imperturbato, infaticabile, tutte le peripezíe della pugna; ed ora partecipandovi, ora dominandola, attento a tutti i casi, esposto a tutti i pericoli, e pronto a tutti i consigli, ne era davvero, per la sola sua presenza, l’anima invisibile e il Genio tutelare.

Finchè egli era vivo, la speranza viveva; lui morto, tutto era perduto. E lo sentivano i suoi Mille; lo sentivan così quelli che da lontano vedevano sparire e ricomparire nella zuffa il suo mantello grigio, come quelli che l’attorniavano e gli facevano scudo de’ loro corpi; l’aveva sentito il suo Bixio che fin dai primi assalti lo scongiurava a ritirarsi, per amor d’Italia; l’aveva sentito l’Elia, quando al vederlo preso di mira da un Cacciatore regio balzava davanti a lui e riceveva egli nella bocca la ferita quasi mortale, destinata forse al cuore del suo Generale.