»E la scena finì;»..... ma non finirono del pari le lotte per l’annessione siciliana. Gli annessionisti, capitanati principalmente dal Cordova, e spalleggiati dal Depretis, non volevano desistere dal loro proposito; anzi in un Consiglio di Ministri ventilarono persino se non si dovesse bandire il plebiscito anche malgrado la lettera di Garibaldi. Il Crispi invece colla parte più rivoluzionaria e garibaldina insisteva perchè la volontà del Dittatore fosse rispettata; onde tumulti in piazza e conflitti in Palazzo, che mantenevano Palermo in uno stato d’agitazione assai presso all’anarchia e scrollavano sempre più la poca autorità al Prodittatore. Quando però corse la nuova che Garibaldi era entrato in Napoli, tanto il Crispi, quanto il Depretis, decisero, l’uno dietro l’altro, di partire pel Continente, onde rendere giudice un’altra volta il Dittatore della perpetua controversia. E il Dittatore fu ancora del parere di Fortino; sicchè il Crispi continuò a stargli al fianco Ministro degli affari esteri, ed al Depretis, fallitogli ormai il principale scopo della sua missione, non restò che rassegnare l’ufficio. La rinuncia del Depretis però lasciava la Sicilia senza Prodittatore e senza governo, e all’urgente bisogno Garibaldi pensò di provvedere egli stesso in persona. La sera del 16 settembre, infatti, s’imbarca quasi di nascosto; approda l’indomani a Palermo; radunati tostamente i Ministri e trovatili fermi nella loro idea, con parole fin troppo dittatorie li congeda; elegge a Prodittatore Antonio Mordini, allora Auditore generale dell’esercito garibaldino, e lo fiancheggia di Ministri a lui graditi; fattosi al balcone del Palazzo arringa il popolo impaziente di acclamarlo dopo i recenti trionfi, lo ringrazia d’aver avuto fede in lui e di aver respinto un’annessione ch’egli credeva intempestiva, l’incuora a persistere finchè vi siano fratelli da liberare;[121] e dopo aver protestato nuovamente della sua amicizia per Vittorio Emanuele, «l’unico rappresentante della causa italiana,» si accommiata colla lusinga di aver per alquanto tempo restaurata la pace e l’autorità in Sicilia, e ritorna a Napoli, dove le faccende della guerra s’erano già troppo risentite della sua mancanza.

IX.

Appena potè aver sottomano un nucleo di forze, Garibaldi aveva spedito in tutta fretta il generale Türr ad Ariano per soffocarvi una sommossa borbonica suscitata dal Vescovo di colà, e spalleggiata dal generale Bonanno che presidiava con una brigata l’Abruzzo Ulteriore. E il valoroso Ungherese se n’era sbrigato presto e bene; costretti i reazionari a piegar la testa, il Bonanno a render l’armi con tutta la sua brigata, il Vescovo, divenuto da quel giorno fervente patriotta, a ringraziarlo della sua umanità e cortesia. Questo felice successo però nè cansava nè ritardava per nulla l’estrema prova, a cui la rivoluzione, non ostante la sua corsa vittoriosa, era chiamata. L’esercito, ritiratosi dietro il Volturno, contava ancora tra Capua e Gaeta circa cinquantamila[122] uomini, era provveduto d’un ricco materiale, protetto da un fiume di cui signoreggiava le due sponde, appoggiato infine, senza dir dell’estremo propugnacolo di Gaeta, da una fortezza di prim’ordine, quale Capua; e se, come certi indizi facevan credere, l’appello di Francesco II, il quale da Gaeta invitava i suoi fedeli alla riscossa, era ascoltato, la partita giuocata allora con tanta fortuna poteva ridiventare molto combattuta ed incerta.

Garibaldi però ne era impensierito più di quello che volesse confessare; ma obbligato ad attendere che le sue truppe, disseminate dal Golfo di Policastro a quelle di Salerno, si rannodassero, molestato ai fianchi dall’insorgere della reazione e costretto egli stesso dalla controversia annessionista ad allontanarsi da Napoli ed a partire per Sicilia, non potè nei primi giorni consacrarsi alle cose della guerra con l’intera energia del suo spirito, o se anche tutto lo spirito, non avrebbe potuto consacrarvi soldati. Però soltanto tra il 12 e il 13 di settembre aveva potuto mandare la divisione Türr, forte non più di quattromila uomini, ad appostarsi tra Caserta e Santa Maria; raccomandando però così al suo Comandante, come al generale Sirtori, capo di Stato Maggiore, di tenersi in sulla difesa, spiccando tutt’al più delle bande volanti sui fianchi ed alle spalle del nemico, onde tentare di sollevargli dattorno le popolazioni e turbarne le mosse.

Ma bastò ch’egli fosse lontano, perchè la fortuna, schiava fin allora del maliardo eroe, scuotesse la chioma e tentasse fuggire dalle sue insegne.

Il generale Türr (se d’accordo col Sirtori o di suo capo, è controverso; ma certo frantendendo od oltrepassando gli ordini precisi del suo Generale) s’era proposto di tentare una grande operazione strategica; nientemeno che di impadronirsi delle due sponde del Volturno, e di occuparvi sulla destra il forte luogo di Caiazzo che domina uno dei suoi passi. Infatti il 19 mattina mentre la brigata Rustow fingeva un attacco contro la fronte di Capua, spinto poi troppo a fondo o dall’imprudenza dei capi o dalla foga dei combattenti; il battaglione Cattabeni marciava per il passo di Limatola sopra Caiazzo e con poco sforzo se ne impossessava. All’apparenza il colpo pareva riuscito; molto sangue di prodi era stato versato, ma insomma i Garibaldini potevan credersi padroni delle due rive del Volturno e felicemente piantati come una punta aguzza sulla costa sinistra del nemico. Illusione d’inesperti coraggiosi che sole ventiquattro ore basteranno a dileguare!

Già reduce da Sicilia e precisamente nella sera del 19 al campo di Caiazzo, Garibaldi aveva tosto compreso il grosso fallo del generale Türr, e se n’era accorato; ma o perchè gli repugnasse abbandonare nel pericolo il battaglione del Cattabeni, uno dei suoi vecchi soldati, o perchè temesse il triste effetto che sulla accendibile fantasia dei Napoletani poteva produrre una ritirata; per ragioni insomma di umanità o di politica, quelle ragioni che furono sempre le peggiori nemiche dei migliori concetti di guerra, comandò che il Cattabeni, minacciato d’imminente attacco, fosse soccorso prima con una brigata del Medici; poi, la brigata non essendo pronta, con un reggimento, quello che comandava il colonnello Vacchieri. E il preveduto accadde. Il Cattabeni e il Vacchieri, assaliti il 21 mattina da forze quattro volte superiori, furono, malgrado la prodezza dei capi e dei soldati, interamente sbaragliati; ferito e prigioniero col grosso del suo battaglione lo stesso Cattabeni; salvatosi a stento coll’avanzo dei suoi il Vacchieri; molti che, cercando scampo nel fiume, tentarono guadi mal noti, miseramente affogati.

Era il primo errore commesso durante quella campagna; era il primo e l’unico rovescio. Però se gli ordini lasciati da Garibaldi ai suoi fossero stati osservati, e l’errore ed il rovescio sarebbero stati evitati.

Garibaldi aveva certamente ordinato al Türr di lanciar scorribande al di là del Volturno; ma non gli aveva dato facoltà di prendere posizioni fisse, molto meno poi di dare battaglia per prenderle. Non si tengono con iscarse forze le due rive di un fiume privo di ponti, dominato da una fortezza; e il nostro Capitano l’aveva tosto compreso. Il difficile non stava tanto nel prendere Caiazzo, quanto nel conservarlo; e poichè a conservarlo occorrevano una e forse più teste di ponte sul Volturno e forze pari ai borbonici, così la rotta del 21 settembre era prevedibile ed inevitabile[123]

X.