Potevano essere le sei del mattino. Circa all’ora medesima gli avamposti del Bixio si scontravano con l’avanguardia di Von Mechel, e il Perrone passava il Volturno a Limatola. Se non che, giunta verso la metà della strada che da Santa Maria mena a Sant’Angelo, la carrozza di Garibaldi è all’improvviso tempestata da una grandine di fucilate, e al tempo stesso involta in un nugolo di nemici sbucati da certe fosse asciutte che tenevan luogo di vere strade coperte. E già quella prima scarica aveva morti il cocchiere ed un cavallo della carrozza; talchè Garibaldi stesso, in presentissimo pericolo, fu costretto a balzare a terra ed a mettersi co’ suoi aiutanti in sulla difesa. «Ma (narra egli medesimo) mi trovavo in mezzo ai Genovesi di Mosto ed ai Lombardi di Simonetta. — Non fu quindi necessario di difenderci noi stessi; quei prodi militi, vedendoci in pericolo, caricarono i Borbonici con tanto impeto, che li respinsero un buon pezzo distanti e ci facilitarono la via verso Sant’Angelo.[126]»

Pure anco l’arrivo a Sant’Angelo non fu senza pericolo. Intanto che la prima catena del Rivera per quelle fosse o strade coperte, che dicemmo, s’insinuava non vista dentro il fianco sinistro del Medici e stava per tagliargli ogni comunicazione col Milbitz, dal lato opposto le avanguardie del Colonna, tragittata nella notte la Scafa di Triflisco, aggiravano favorite dalle tenebre la destra di Sant’Angelo, e per sentieri ascosi di monti arrivavano in sul fare dell’alba sui poggi di San Vito, uno dei contrafforti del Tifata. Poco mancò pertanto che Garibaldi, il quale appunto verso quella medesima ora arrivava su quell’altura, cascasse in mezzo a quella nuova imboscata di nemici; e sarebbe certamente accaduto se appena scortili non li avesse arrestati, cacciando loro incontro il drappello della sua scorta, facendoli al tempo stesso pigliar di costa da una compagnia del Sacchi che chiamò in tutta fretta da San Leucio.

Liberato, con tanta fortuna sua e della giornata che stava combattendo, da quel nuovo pericolo, Garibaldi potè abbracciare dal suo osservatorio di Sant’Angelo tutto il quadro della battaglia. E gli apparve formidabile. Il Milbitz e il Medici resistevano prodemente, ora contrastando, ora riacquistando con infaticabili contrassalti i punti capitali delle loro posizioni; ma il nemico, forte delle sue grosse riserve, rinnovava di continuo con truppe fresche gli assalti, mentre i Garibaldini, diradati dalla strage e dalla stanchezza, erano all’estremo della loro possa. Si combatteva da una parte e dall’altra da oltre sei ore; ma verso il tocco pomeridiano un nuovo e generale assalto del Tabacchi contro il Milbitz, e di Afan de Rivera contro il Medici, addossa i difensori agli ultimi ripari delle loro linee. Il Milbitz a Santa Maria è ridotto alla difesa di Porta Capuana; il Medici a Sant’Angelo è forzato a disputare con un pugno di gente il crocivio Capua-Sant’Angelo, Santa Maria-Sant’Angelo, centro delle sue, e chiave di tutte le posizioni a occidente di Caserta. Ancora un passo de’ Borbonici e la giornata è perduta. Garibaldi lo vede, ed afferrando a volo l’istante, scende a galoppo dal Tifata, rincora, rampogna, raduna, risospinge al combattimento quanti fuggiaschi o sbandati incontra per via: raccomanda al Medici, cui ogni raccomandazione era superflua, di tenersi a Sant’Angelo fino all’ultimo fiato; spicca ordine al Sirtori di mandare incontanente a Santa Maria tutte le riserve, e pei sentieri bistorti e ruinosi della montagna, poichè la strada diritta era in potere del nemico, corre egli stesso a Santa Maria per attendervi le riserve e ristorare la pugna.

Le riserve infatti, verso le due pomeridiane, parte per la consolare, parte per la ferrovia, arrivarono. Non v’era più un solo istante da perdere; ogni altro capitano le avrebbe cacciate, senza dar loro un secondo di riposo, nella mischia: Garibaldi no. Composto il viso all’abituale placidezza, non tradendo alcun segno d’interna trepidazione, rassicura col solo aspetto le truppe sopravvenienti, comanda agli ufficiali che siano lasciate riposare, dice ad alta voce al generale Türr, in guisa che tutti possano sentirlo: «La vittoria è certa, manca solo il colpo decisivo;[127]» poi, senza fretta, senza trambusto, con ordine e calma mirabili, piglia egli stesso la brigata Milano e parte della Eber e la caccia sulla strada di Santa Maria a Sant’Angelo; intanto che il Türr col rimanente della Eber e gli avanzi della Milbitz va a rinforzare la difesa di Porta Capuana e a fronteggiare il nemico su tutta la sinistra. Nel suo concetto le riserve mandate alla riscossa sulla destra dovevano attaccare il nemico in due colonne e con due obbiettivi affini, ma diversi: l’uno, cioè, urtare diagonalmente la destra del Tabacchi in modo da spuntarlo e separarlo da Afan de Rivera; l’altro marciar perpendicolarmente sul fianco sinistro di questi, in guisa da minacciarne la ritirata e da liberar a Sant’Angelo il Medici che eroicamente agonizzava. E tutto riuscì a seconda. Pochi colpi, alcune cariche a fondo brillanti, soprattutto quelle della Legione ungherese e del battaglione Milano, e i Generali borbonici, sconfidati da tanta resistenza, se non stremati di forze, fatta coprire la loro fronte, spezzata da un’ultima carica di cavalleria, male guidata e presto risospinta, suonarono a ritirata. Alle 5 della sera tutte le posizioni garibaldine erano riconquistate. Il Medici tornava signore indisputato del suo quadrivio. Il Türr e il Rustow (il Milbiltz era rimasto ferito) inseguivano le schiere disordinate del Tabacchi e del Rivera, fin sotto le mura di Capua. Alla stessa ora il Bixio, dopo avere per tutta la giornata ributtati gli assalti di Von Mechel, lo ricacciava colle baionette alle reni di là dai Ponti della Valle fin presso a Ducenta; al Perrone infine, trattenuto sei ore sotto Castel Morone dall’eroico petto di Pilade Bronzetti e de’ suoi trecento, sacratisi a certa morte per la salvezza comune, era tolto di tentare per quel giorno il divisato colpo su Caserta; sicchè in quell’ora stessa, 5 pomeridiane, Garibaldi poteva telegrafare a Napoli: «Vittoria su tutta la linea.[128]»

PIANO DELLA GIORNATA DEL VOLTURNO ([Versione più grande])

XII.

E vittoria era, piena, compiuta, gloriosa e, checchè altri abbia novellato, tutta dell’armi volontarie, tutta garibaldina. All’indomani, come suol spesso accadere dopo i grandi fatti d’arme, la battaglia ebbe uno strascico che poteva arricchire e quasi allietare la vittoria, ma non avrebbe mai potuto, non che metterla in forse, turbarla un istante. Dicemmo che Pilade Bronzetti, anzichè cedere il passo di Castel Morone, a lui affidato, aveva tolto di morire col fiore più eletto de’ suoi. Da ciò era conseguíto che il Perrone, perduto intorno a quella vetta il suo tempo migliore, e ritardato novamente da un contrassalto ardito di alcune compagnie della brigata Sacchi, era stato sopraggiunto dalla sera e non aveva più potuto proseguire per Caserta, come era suo disegno. Tuttavia, o perchè ignorasse (strana cosa invero) la ritirata dell’esercito suo, o perchè fosse d’animo temerario e sconsiderato, non volle rinunziarvi per l’indomani, e all’alba del giorno mosse per la via di Caserta Vecchia alla sua mèta. Il generale Sirtori, che tutta la giornata del primo aveva vegliato con grande alacrità all’invio dei rinforzi e delle munizioni, e insieme alla sicurezza del Quartier generale, fu il primo ad avvertir l’avanzarsi del corpo del Perrone e nella notte stessa n’aveva mandato l’annunzio a Garibaldi, che spossato dalla grande fatica della vigilia era rimasto a prendere un po’ di riposo a Sant’Angelo. Egli però fu più noiato del sonno interrotto, che conturbato dalla gravità del messaggio. Anche senza vederlo aveva, per istinto, compreso che si trattava d’un corpo isolato, rimasto spensieratamente di qua dal Volturno e che non poteva in alcuna guisa rimettere in dubbio la vittoria della vigilia. Montato tuttavia a cavallo, corre nella notte stessa a Caserta, dove concorda col Sirtori le disposizioni necessarie, non tanto per combattere, quanto per irretire e prendere il nemico. Il Sirtori con una frazione della brigata Assanti levata da Santa Maria, e un battaglione di Bersaglieri dell’esercito settentrionale chiamato il dì innanzi da Napoli, quando più ondeggiava la fortuna, doveva stare alla difesa di Caserta, quindi del centro; il Bixio ebbe ordine di attorniare il nemico dal lato di Monte Viro e Caserta Vecchia, cioè dalla sua sinistra; mentre Garibaldi in persona con un manipolo di Carabinieri genovesi, alcuni frammenti della brigata Spangaro razzolati a Sant’Angelo, un battaglione regolare della brigata Re e l’intera brigata Sacchi, si era assunto di accerchiarlo dalla destra, togliendogli così ogni scampo.

Se non che, intanto che le truppe destinate all’azione si ordinavano e mettevano in marcia, l’avanguardia del Perrone, che già nel mattino era stata scoperta dalle guide del Missori a Caserta Vecchia, si avanzava alla sprovveduta sino alle prime case di Caserta,[129] talchè il Sirtori, costretto ad accorrere alla difesa con quanta gente si trovava fra mano, diè modo a quei bravi Bersaglieri dell’esercito settentrionale, chiamati la vigilia, di barattare coi Borboni alcuni felici colpi di carabina, e di suggellare anche sui campi del Mezzogiorno la fratellanza non mai smentita tra i soldati di Vittorio Emanuele e le camicie rosse della rivoluzione.[130] Intanto però che il Sirtori respingeva l’attacco di fronte, le truppe destinate all’aggiramento giungevano a’ loro posti, sicchè non restò più che a dar sul nemico l’ultimo colpo. Infatti verso le tre pomeridiane, attaccata dai Calabresi dello Stocco, e dal battaglione della brigata Re, lanciati alle spalle ed ai fianchi di Caserta da Garibaldi stesso, attorniata e serrata da due brigate del Bixio, perseguitata dal battaglione Isnardi della brigata Sacchi, opportunamente accorsa a chiudere il passo ai respinti da Caserta, tutta la colonna del Perrone o restò prigioniera, o andò dispersa di là dal Volturno, assicurando con nuovi trofei la vittoria della giornata precedente.