E i più fervidi dei patriotti siciliani, parvero disposti ad ascoltarlo; e serrate le fila, assegnati i posti, distribuite le poche armi e munizioni, la sollevazione fu deliberata pel 4 ottobre; poi, per difficoltà sopravvenute, differita all’11 di quello stesso mese.[12] Ma anche in quel giorno l’impresa, chi scrisse perchè già scoperta dalla Polizia, chi affermò per effetto delle lettere di alcuni Lafariniani venute a raccomandare novelli indugi,[13] dovette essere differita a più propizia occasione. Differita, diciamo, non abbandonata e soltanto in alcune parti del suo disegno modificata.

Così i patriotti siciliani, come Francesco Crispi, come in generale tutti quanti lavoravano a quell’opera, avevan finito col convenire che un moto nell’Isola non poteva scoppiare, e scoppiato espandersi e trionfare se non l’iniziava o almeno non lo soccorreva immediatamente una spedizione armata di fuori, capace di divenire il nerbo dell’insurrezione e di governarla. Però fu intorno a questo nuovo concetto che s’appuntarono tutti gli sforzi del partito d’azione dal novembre del 1859 fino alla spedizione di Quarto che ne fu l’incoronazione.

Il Crispi, che a stento era scampato da Sicilia, pellegrinava dal Farini al Rattazzi e dal La Farina a Garibaldi chiedendo a tutti: armi, danaro, aiuti per la vagheggiata impresa; Nicola Fabrizi, che da Malta per oltre venti anni era stato l’anello di congiunzione tra la Sicilia e il partito d’azione, tornava colà per riannodarvi le trame già allentate; Giuseppe Mazzini moltiplicava le lettere, i proclami, gli emissari, cercando nella Falange sacra di Genova, dove già avea trovato i seguaci del moto del 1856, il nucleo della spedizione di cui proponeva il comando, se Garibaldi ricusava capitanarla, al Bixio, al Medici, a chicchessia, e racimolando a spizzico schioppi, polveri e moneta, goccie a innaffiare un deserto, ma che facevan testimonianza non solo della sua incrollabile fede, ma quella volta almeno d’un senso profondo e quasi fatidico delle necessità d’Italia. Infine nella notte del 20 marzo Rosolino Pilo, dei Conti di Capaci, elettissima anima d’eroe e di martire, d’intesa col Mazzini e col Crispi, incuorato da Garibaldi stesso, salpava su fragile paranza in compagnia di Giovanni Corrao con poche armi e poco peculio alla volta della sua isola natía, deliberato a chiamarvi alle armi i suoi compaesani e a dar egli, per primo, l’esempio della magnanima rivolta.

Ma questa scoppiò per forza propria anche prima del suo arrivo.[14] La brutalità del Governo aveva cospirato più di tutte le propagande. Le fila da lui spezzate si riannodarono da sè stesse; ad ogni patriotta incarcerato o spento, ne subentravano cento; un ignoto pugnalava in pien meriggio sulla porta della Matrice lo stesso Maniscalco, che dava così egli pel primo col proprio sangue il segnale della riscossa.

Il disegno era: far del Convento della Gancia, i cui frati sapevansi devoti alla causa nazionale, base d’operazione; preparare, nascosti ne’ suoi sotterranei, colle poche armi già introdotte in città, un manipolo di animosi disposti a trattarle; all’alba del 4 aprile al suono delle campane a stormo sbucare dal Convento, chiamando la città alle armi; altre schiere di patriotti frattanto, già appostati in Via Scopari e nella chiesa della Magione, uscirebbero a lor volta ad appoggiare il movimento: simultaneamente le squadre del contado, già preste, sforzerebbero le porte, e mettendo il nemico fra due fuochi compirebbero l’opera.

E così fu fatto. Capo degli animosi che dovevan cominciare il fuoco dalla Gancia si profferì un popolano, certo Francesco Riso, fontaniere d’arte, anima candida di patriotta e di eroe, che fu il vero iniziatore della rivoluzione palermitana, e il cui nome va ormai proferito in Italia accanto a quelli de’ suoi martiri più gloriosi.

Se non che il Maniscalco, per una delle consuete e fatali imprudenze inseparabili da siffatte imprese,[15] ebbe vento della trama, e sebbene in una perquisizione, fatta la sera del 3 al Convento, non gli fosse riuscito di scoprire nulla di più, fece tuttavia occupare durante la notte tutti gli approcci della Gancia da picchetti di truppa e di sbirraglia, e si tenne preparato ad ogni evento. Infatti all’alba del 4 fu pronta la campana di Santa Maria degli Angeli a dare il segnale; pronto Francesco Riso ad uscir al cimento; pronti i due drappelli di Via Scopari e della Magione a far la parte loro; ma sorpresi e questi e quelli e colti dalle soldatesche già appostate a tutti i varchi; sopraffatti in breve da altre sopravvenienti da ogni banda; furono parte dispersi, parte costretti a ricoverarsi nel Convento della Gancia, che divenne così l’estrema rôcca de’ patriotti. Ma non tardarono ad assalirli, superbi del numero, i Borbonici, e atterratane, senza grande sforzo, la porta, ricacciati di scala in scala, di piano in piano, i disperati difensori, ferito a morte l’eroico Francesco Riso, freddato d’un colpo il Padre Angelo di Montemaggiore, in brev’ora rimasero padroni del campo sanguinoso. Allora i vincitori non conobbero più freno; e trucidando alla cieca quanti incontravano; scorrazzando, manomettendo, guastando l’intero Convento; non arretrandosi nemmeno dinanzi alla santità degli altari, spogliando le immagini sacre de’ loro arredi e sperdendo al suolo persino le particole consacrate, coronarono con quest’ultima prodezza la vittoria del trono e dell’altare.

E fu crudele disdetta; chè le bande del contado fide alla promessa si erano già da ogni parte appressate ai sobborghi ed alle porte, richiamando verso sè stesse molta forza de’ Regi e appiccando in più luoghi, come ai Porrazzi, zuffe ardimentose, le quali potevano anco volgersi in vittoria, se l’insurrezione cittadina avesse potuto dilatarsi e dar loro la mano.

VI.

E tuttavia l’insurrezione poteva dirsi sbaragliata, non vinta. Le squadre ritiratesi nei dintorni continuavano bravamente la resistenza, e ne erano principali: quella di Piana de’ Greci comandata da Luigi Piediscalzi; quella di Corleone guidata dal marchese Firmaturi; quella di Termini condotta dal Barrante e da Ignazio Quattrocchi; quelle di Ventimiglia, di Ciminna e Villafrati organizzate da Luigi La Porta; infine quelle dei distretti d’Alcamo e di Partinico capitanate dai fratelli Sant’Anna; le più numerose di tutte. Quanto al rimanente dell’Isola poi, appena corse l’annunzio del 4 aprile, tutte le maggiori città si apparecchiarono, secondo le forze e la possibilità, a secondare il moto, e quali con protesta solenne, come Messina; quali levandosi in aperta rivolta, come Girgenti, Noto, Caltanissetta, Trapani; non conseguendo, è vero, in alcun luogo alcun successo decisivo; ma dove scacciando o bloccando i piccoli presidii, dove inviando la più belligera gioventù a ingrossare le squadre alla campagna, dove organizzando, come a Trapani, le guardie nazionali, persino col consenso dell’Intendente borbonico, alimentavano, se non potevano afforzarlo, il fuoco dell’insurrezione, al quale mancava bensì la forza di divampare in incendio struggitore, ma s’appiccava con cento fiammelle in cento luoghi, molestando gli oppressori e facendo testimonio della vitalità degli oppressi.