«Voi finalmente imputate chi vi svelò nel n. 70 di ravvolgersi nel velo dell'anonimo, mentre voi segnate il vostro nome. Voi mentite, Cesare Galvani che allora scrisse di voi, e qui scrive di nuovo, non si è occultato, né si occulterà mai, perché non vi teme. Egli fin dal n. 30 del suo Giornale pubblicava in simile circostanza il suo nome; egli si fa gloria della propria opinione, e degli insulti che gli versano sopra i nemici di Dio e dei legittimi Re»[24].

Né qui sostarono gli eroici redattori della Voce della Verità, perché nel supplemento al n. 106 il Canosa volle farsi anche paladino di quei Borboni di Napoli, che aveva così ben serviti, meritandosi poi, come premio, la via dell'esilio, e precisamente polemizzando col La Cecilia, il quale, nel [pg!xxxii] Cenno storico ad onore dell'estinto Pietro Colletta aveva affermato esser la ferocia il «primo attributo dei Borboni».

L'articolo, che non ristampiamo, perché edito già molte volte, era preceduto da questa dichiarazione: «Pubblichiamo una lettera scritta da un valente difensore dell'Altare e del Trono, in confutazione del primo fascicolo della Giovine Italia, riserbandoci di pubblicare ancora le nostre osservazioni sopra questa sozza insolente, che per comando della sediziosa propaganda di Parigi tiene i suoi torchi nei bordelli di Marsiglia». Ed infatti il periodico tenne la sua parola. Quattro giorni dopo, nel n. 108, pubblicava «Alcune riflessioni sopra un articolo della Giovine Italia, firmato U. D. F.», cioè sull'Elogio di Cosimo Delfante scritto dal Guerrazzi, elogio alla lettura del quale l'autore delle Riflessioni provò un fremito paragonabile «a quello che agitava il suo cuore quando una mesta curiosità lo condusse a por piede, ad osservare, a dar ascolto nel reclusorio d'Aversa», dove, come si sa, stanno i pazzi delinquenti. Al Canosa successe il balí Cosimo Andrea Sanminiatelli, nel n. 149 del 19 luglio 1832, con un articolo intitolato Brevi parole agli scrittori e partigiani della «Giovine Italia»[25]; e di nuovo, nel supplemento [pg!xxxiii] al n. 180 del 29 settembre, il feroce consigliere di Francesco IV, che prese la difesa de' Borboni contro gli attacchi ripetuti del La Cecilia.

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Abbiamo detto che, nonostante la guerra feroce che gli si muoveva, il periodico continuava le sue pubblicazioni, alle quali il Mazzini sorvegliava [pg!xxxiv] con grande cura, rimediando alle mille difficoltà che sorgevano per la compilazione di esso, resa ancor più difficile quando il grande Italiano, espulso da Marsiglia, dové nascondersi ne' pressi [pg!xxxv] della città, e colà vivere intanato come una bestia feroce, sino al giorno in cui, cedendo alle infinite persecuzioni, fu costretto a rifugiarsi nella Svizzera. Seguitò a pubblicarsi anche dopo il tentativo [pg!xxxvi] d'invasione savoiardo, anzi nel sesto fascicolo trovarono luogo que' preziosi documenti con i quali il Mazzini rese conto presso gli Italiani della sua parte di responsabilità; ma questo sesto fascicolo [pg!xxxvii] uscito nel giugno 1834, fu l'ultimo della serie; e cosí veniva a spegnersi la «prima rassegna del Partito Nazionale Italiano, ispirata, dal bisogno di ordinare a sistema le idee sconnesse ed isolate frementi nell'associazione»[26]. «Stamperemo anche il settimo — scriveva il Mazzini al Rosales il 20 luglio di questo anno; — appunto perché i governi non vogliono; ma per non aver vincoli, non riceveremo abbonamenti. Faremo pagare a volumi»[27]; nondimeno il proposito non ebbe effetto per molte ragioni, finanziarie e politiche. Alle prime il Mazzini accenna in varie sue lettere alla madre e al Rosales; le seconde crediamo riconoscere nel fatto che altri orizzonti, piú vasti, lumeggiati di ben altre tinte, si erano aperti alla mente di questo «sultano della libertà», rischiarando il cammino ad altre mète piú gloriose, se bene irte di pericoli ancor piú insormontabili; egli stava vagheggiando la fratellanza dei [pg!xxxviii] popoli europei, dapprima con la Giovine Svizzera, poi con la Giovine Europa, antiveggendo fin d'allora, in momenti di tristissimo servaggio per tutte le popolazioni europee, una nuova epoca di progresso sociale. Credette quindi troppo inadeguato allo scopo il giornale di Marsiglia, come mezzo di diffusione delle sue idee; un anno dopo il Proscrit, quindi la Jeune Suisse e nel 1840 l'Apostolato Popolare erano gli organi della nuova generazione, la quale, sia pure indirettamente, assorbiva la parola calda, e fascinatrice del Mazzini, e si preparava alle grandi lotte del Risorgimento, non solo, ma di tutta Europa, dalle rive della Senna, a quelle del Danubio, della Sprea, e di là per altri paesi, dovunque la feroce catena del dispotismo tenesse avvinti i popoli, sviandoli dal pensiero di liberi sensi.

Roma, 10 marzo 1902.

M. Menghini.

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