Virgilio.

I.

La questione se l'Italia, emancipata dal barbaro, debba ordinarsi in lega di repubbliche confederate, o costituirsi repubblica una e indivisibile, vorrebbe forse più lungo discorso che non concedono i limiti d'un articolo di giornale. Non che per noi si credano egualmente convalidate di forti argomenti le due sentenze. L'opinione che predica il sistema federativo ci sembra generata da una strana confusione d'idee e di vocaboli, che forse non dura se non perchè pochi la discussero freddamente, e vergini di pregiudizî[66]; poi da quel senso di sfiduciamento che s'è coi secoli di servaggio inviscerato negli Italiani, e li indugia sui confini del nuovo stato in continue transazioni col vecchio che pur vorrebbero struggere. Ma è questione che vezzeggia e sollecita l'individualismo, potentissimo anch'oggi in Italia: questione che si nutre di tutte quelle gelosie, gare e vanità di città, di provincie, di municipî, passioncelle abbiette e meschine che brulicano nella Penisola, come vermi nel cadavere d'un generoso che cinquecento anni di debolezza e cinquanta di predicazione non hanno potuto spegnere, e che la grande esplosione rivoluzionaria potrà sola sperdere nella manifestazione solenne dell'unità nazionale. E a deciderla converrebbe scendere coi libri delle nostre storie alla mano in un campo d'ingratissima realtà a tesser gli annali delle mille ambizioni e influenze provinciali, aristocrazia di località più tremenda assai della aristocrazia dell'oro o del sangue, perchè dove queste si rivelano esose e assurde, quella assume aspetto di spirito generosamente patrio—risalire alla sorgente comune, la divisione dell'Italia in più Stati—poi seguirne lo sviluppo inseparabile dalle nostre sciagure—e mostrare come da più secoli la tendenza frazionaria e il decadimento italiano camminino su due parallele—e svolgere le conseguenze favorevoli al commercio, all'industria, all'arti e alle lettere che verrebbero dal concetto unitario—ed esporre intero il piano d'ordinamento sociale per cui la vita e l'impulso allo sviluppo progressivo e la direzione armonica dei lavori hanno a propagarsi dal contro alle menome parti, senza incepparne la libertà, senza violarne l'indipendenza, senza isterilirne le potenze speciali: tesi vasta ed organica che le angustie del tempo ci vietano e che noi non tratteremo che a cenni. Ma a qualunque intenda a fondare, la parte critica, comechè incresciosa e nelle apparenze sterile, riesce pure inevitabile a trascorrersi. Però a questa è volto il presente articolo. Purgato dagli inciampi il terreno e svincolata la questione dai pregiudizî e dalle paure ond'oggi è impedita, sarà facile cacciarvi le basi degli ordini futuri. Lo spirito umano anela libero l'orizzonte davanti a sè. Dove ostacoli frapposti tra il suo volo e la meta lo costringano a combattere e soffermarsi a ogni tanto, infiacchisce e si logora.

Quando nei primi anni della gioventù, irritati delle basse tirannidi che s'esercitavano nelle scuole di tutta Italia a mortificare gl'ingegni o a nudrirli di misantropia, frementi una patria che nessuna contrada Italiana ci offriva, ma senza pur sospettare che il fremito individuale potesse convenirsi in azione, ponemmo il pensiero all'Italia, fummo unitari. Vergini di studiata scienza, liberi d'ogni servitù di sistema, insofferenti delle lunghe disamine e delle applicazioni pazienti, il vero stava per noi nella prima idea che ci balzasse improvvisa davanti, grande, vasta, solenne, raggiante di poesia, di potenza e d'amore—e questa idea ci s'affacciava nell'Italia una, ricinta dall'alpi e dal mare; in una parola di volontà onnipotente uscente da Roma dalla Roma dei Cesari, e valicante l'alpi ed il mare; in una missione di civiltà universale assunta da noi sin dai giorni della potenza romana coll'armi, continuata cogli esempî di libertà dalla prima metà dell'evo medio, colle lettere diffuse all'Europa dalla seconda, e fremente dopo i miracoli dell'impero nell'Italia del XIX secolo. Ma questa idea ci sorrideva come una musica d'anime, come un raggio di sublime poesia che ci mandava il cielo d'Italia, perchè nel nostro cuore s'ergesse un altare al concetto puro, santo, incontaminato, senza meditarlo, senza verificarne la possibilità, senza rintracciarne la verità politica per entro ai costumi, alle abitudini, alle credenze dei nostri concittadini. Era il sogno di Dante, di Petrarca, di Machiavelli—e si venerava da noi, come l'idea della libertà greca e romana dai cospiratori Italiani del XV secolo, per istinto, per entusiasmo, per foga di slancio, non per convinzione ragionata e come frutto di studî severi.

Poi venne la fredda, la calcolatrice, la dotta politica: vennero voci d'uomini gravi, nei quali il dubbio perpetuo riveste aspetto di profonda e arcana dottrina; d'uomini che professando non sottomettersi che all'alta immutabile ragione dei fatti sorridono a quante ipotesi s'appoggiano direttamente su' principî generali, e ci dissero: «L'unità Italiana è brillante utopia, contrastata dai fatti che vi s'affacciano a ogni passo che voi moviate sulla Penisola. Eccovi storie e cronache e documenti dei vostri maggiori. Ognuna di quelle pagine gronda sangue fraterno. Ogni palmo del vostro terreno è infame per risse civili. Le nimicizie di molti secoli hanno lasciato a ognuna delle nostre città un legato d'odio e di vendetta che il servaggio comune cancella nelle apparenze, ma che il grido di libertà farà rivivere più tremendo. Vario il clima, varia la topografia dei luoghi varie le abitudini e le tendenze. Potrete spegnerle con una idea? Potrete confonderle con una formola di legge? Le leggi esprimono, non creano fatti. Le razze non si riconciliano colla violenza. E quando crederete averle fuse per via di decreti, quando v'illuderete ad avere statuita unità, troverete anarchia. Abbiamo elementi eterogenei: affrettiamoci a riconoscere i diritti e i bisogni diversi, perchè non irrompano a rivendicarli coll'armi e colla rivolta. I popoli non si governano a illusioni. Quando un fatto è, non giova il dissimularlo: giova ammetterlo anzi tratto, poi moderarne le conseguenze dannose, e trarre da quel fatto il miglior partito possibile. In Italia, il governo federativo è l'unico compatibile col fatto delle divisioni e delle differenze esistenti. Se vorrete il più, avrete il meno. Il concetto delle federazioni è concetto primitivo in Italia. Afferratelo. Con quella forma avrete libertà dentro, e forza al di fuori. Vedete la Svizzera, e le repubbliche americane. E le autorità d'uomini sommi, Montesquieu, Sismondi e altri, convalidano gli argomenti dei fatti. Poi col sistema unitario avrete presto tirannide, se d'una capitale, d'un consesso, d'un unico centro, o d'un re, poco monta. La centralizzazione uccide la libertà delle membra. Da ultimo, repubblica in una piccola estensione di terreno può stare; ma le vaste proporzioni la fanno impossibile.»

E quelle voci che ci parevano concordi ai fatti, ci stillavano lentamente il dubbio nell'animo. Il pensiero di Dante e di Machiavelli ci sfumava di mezzo a un caos di forme, di visioni, di sembianze individuali, diverse di costumanze, d'abitudini, di tendenze, e tutte ostili, rivali, nemiche, che le formole di quei politici evocavano davanti a noi. Il medio evo colle sue mille guerre, dall'urto scambievole delle razze nordiche sino alle fazioni lombarde, dalla battaglia di Monte-aperti fino a quella nella quale suonavano, come l'ultimo gemito dell'Italia, l'estreme parole di Francesco Ferrucci al calabrese: tu vieni ad uccidere un morto, sorgeva gigante a frammettersi tra noi e il concetto unitario, a protestare tremendamente contro quel sogno affacciatosi nello spazio di tre secoli a due grandi anime, che forse morendo, lo rinnegavano. E forse ciò che costituiva il genio, e lo differiva dalle razze umane, era il tormento d'una idea solitaria, inapplicabile, condannata a starsi in perpetuo nei dominî dell'astrazione. La mano scarna della dottrina ci sfrondava l'albero delle illusioni giovanili, e v'innestava sistemi architettati studiosamente e complicatamente sugli antichissimi esempli greci, e su' nuovissimi americani. E quelle difficoltà superate apparentemente, quella intricata discussione intorno al modo di stringere un vincolo d'unione fra più Stati liberi e indipendenti, ci sembrava argomento d'altissima scienza in chi l'assumeva. L'unità, semplicissima fra tutte le idee, s'affaccia istintivamente all'umano intelletto ne' suoi primi sviluppi, e filosoficamente negli ultimi; e v'è fra queste due un'epoca intermedia, comune agli individui e alle nazioni, nella quale l'intelletto, traviando nella folla di sistemi che gli si parano innanzi, si compiace nelle astruse combinazioni, e inorgoglisce nelle oscurità metafisiche. E l'epoca dei governi misti, delle teoriche costituzionali, delle due camere, della bilancia dei poteri, dell'ecclettismo, delle federazioni. Ma il vero è semplice per essenza. Il genio è unitario. Quando i tempi non erano maturi, cercava l'unità nel dispotismo, oggi la cerca nella libertà, e nella creazione di vaste e grandi repubbliche.

Quell'epoca d'incertezza pseudo-scientifica, d'errore rivestito del manto della sapienza, noi la subimmo—e la trapassammo. Fummo federalisti, e lo diciamo francamente, perchè crediamo che molti dei nostri concittadini abbiano corso quello stadio di gradazioni—perchè rivelando i dubbî che ci tennero incerti, intendiamo mostrare come il simbolo unitario, ch'or predichiamo e sosterremo energicamente, sia nostro non per ardore d'utopia giovanile, ma per lento e maturo convincimento—perchè vinto quel periodo di scetticismo, e superate le difficoltà che pareano attraversarsi, noi siam lieti della nostra credenza, e non corriamo oggimai pericolo di mutarla.

Siamo unitarî—e staremo. Troppe cose si contengono in questo simbolo d'unità, troppi vincoli lo connettono alla libertà italiana, che noi cerchiamo, perchè da noi si possa scender più mai al pensiero gretto pauroso e funesto d'una federazione. Certo: noi non infameremo la contraria opinione, com'oggi—e forse a torto[67]—gli unitarî di Francia infamano gli uomini della Gironda. La libertà può fondarsi in una federazione come in uno Stato unitario: concepita anzi in siffatto modo, la questione è ridotta al nulla[68]. Nessun ostacolo vieta alla libertà stabilirsi in un aggregato d'un milione d'uomini, quando è possibile stabilirla in uno di venti. Ma stabilirsi e durare son due termini essenzialmente diversi, e per noi v'è impossibilità nelle presenti condizioni europee, perchè una libertà fondata sull'unione federativa di molti piccoli Stati duri intatta e secura: impossibilità generata da due vizî radicalmente inerenti ad ogni federazione, interno l'uno ed esterno l'altro. Però la questione è vitale per noi, e immedesimata, come la questione repubblicana, con quella della libertà. Tolleranti su tutte le mille questioni che non feriscono al cuore la libertà popolare, noi siamo quindi per questa. Siamo esclusivamente unitarî, perchè senza unità non intendiamo l'Italia, e dove si contende dell'esistenza, l'intolleranza è santa, la tolleranza è menzogna vuota di senso. Siamo esclusivamente unitarî, come siamo esclusivamente repubblicani, perchè dalle basi repubblicane infuori non veggiamo libertà vera possibile, dall'unità in fuori non veggiamo libertà forte e durevole.

Cos'è il governo federativo?—D'onde traggono origine le federazioni?—Qual è l'elemento principale che le costituisce?