Pur, poi che quell'unico caso potrebbe verificarsi in Italia, giova accettar la questione tratta a quei termini. Bensì l'obbligo di provarlo esistente spetta a chi nega possibile l'Italiana unità.

Or lo provano? e come?

I più nol provano: non allegano argomenti diretti; ma si richiamano alla storia. Mostrano nelle sue pagine alcuni esempî di repubbliche confederate, salite a potenza, e prospere interiormente: di repubblica unitaria su vaste proporzioni, non uno—e ne inducono senz'altro esame la conseguenza che per noi si combatte. Mutano così la questione. Dimostrano non l'impossibilità di costituire quando che sia la repubblica unitaria in Italia, ma la possibilità di costituirla federativa. Pure stabiliscono a ogni modo una presunzione favorevole alla loro credenza, e giova distruggerla.—Ma prima è necessario per noi l'accennare il come vorremmo si procedesse in politica—e inalzarci apertamente contro l'abuso che si fa degli esempî, vera tirannide d'autorità, che ove prevalesse, distruggerebbe ogni indipendenza di raziocinio; vecchio sistema, che non accettiamo momentaneamente se non per combatterlo, ma che noi rifiutiamo, e al quale in tesi generale, non vogliamo sottometterci mai.

Un pregiudizio domina tuttavia la politica: il pregiudizio dell'esempio, l'imitazione servile.

A qualunque dallo spettacolo della patria guasta, corrotta, inceppata da pessime istituzioni, è suggerito il pensiero di porvi e proporvi rimedio, si affaccia innanzi a tutte una via: quella di torlo altrove. I più dagli ordini che reggono la contrada nativa ritraggono lo sguardo all'Europa, finchè trovino una terra dove un principio contrario o diverso domini le istituzioni; trovato, lo afferrano come àncora di salute: non guardano se quel principio spetti esclusivamente, per vigore di cagioni preesistenti, al paese ove ha vita, e se trapiantato possa fruttare conseguenze uniformi; non s'addentrano a vedere se quel principio sia destinato a lunga vita nel futuro o covi la morte; se veramente da quello o da altre ragioni derivino i vantaggi che l'una nazione ha sull'altra; lo adottano e lo scrivono sulla bandiera che inalzano—e la turba vi corre, perchè quando le moltitudini ineducate hanno sete di mutamento, s'affollano al primo stendardo che sventola, non curando se mutino in meglio o peggiorino. Poi, quando i danni d'un sistema accolto precipitosamente, incominciano a sperimentarsi, gl'ingegni più desti s'avvedono della illusione, ma tardi, quando la credenza in quel simbolo s'è radicata, quando il popolo anela riposo, quando quindici anni di delusioni e molte vittime bastano appena a risuscitarlo. La rivoluzione è compita, nè le rivoluzioni si maturano di giorno in giorno.

Quando affermiamo che questa gretta, esclusiva, superficiale, funestissima maniera di trattar le cose politiche ha esercitato dominio su tutti quasi i rivoluzionarî dell'epoche in oggi consunte, e lo esercita tuttavia, malgrado le molte esperienze, sugli scrittori politici, noi diciam cosa che a molti parrà frutto d'audacia giovanile, o d'un'ira mal concetta contro il passato; stolta accusa, che oggimai non è da respingersi se non col sorriso. Noi veneriamo il passato, quando è grande; ma nè il consenso de' secoli può ingigantirlo ai nostri occhi, quando l'intelletto ce lo affaccia meschino. Le nostre teoriche di progresso riabilitano il passato, anzichè gittargli l'anatema; ma noi sappiamo che la terra troppo calpestata diventa fango, e vogliamo prender le mosse del passato, non insister sovr'esso.

La scuola politica del secolo XVIII fu tutta inglese. Montesquieu e Voltaire, il primo, intelletto potente a evocare con venti parole l'imagine fedele d'un secolo di passato, ma cieco dell'avvenire; il secondo, ingegno vasto più che profondo, critico per eccellenza, e nella foga di distruggere, che l'invadea, avido più di trovare che non di creare un tipo a cui attenersi; l'uno e l'altro, tendenti all'aristocrazia, predicarono primi le istituzioni britanniche—e dietro a quei due la turba degli enciclopedisti, i filosofi, i mezzo-politici e gli imitatori servili. Il sistema che reggeva gl'Inglesi sgorgava dalla loro storia diversa affatto dalla francese. La loro aristocrazia era elemento della nazione traente origine dalla conquista. In Francia non v'era aristocrazia se non per abuso; ma un nuovo stato dovea sotterrarla inevitabilmente. Il popolo più che libertà anelava eguaglianza. Ma chi tra' francesi scrittori guardava alla Francia?—Il solo che si ribellasse al torrente fu Rousseau—e Rousseau fu greco: spartano: ideò repubbliche che avevano ad esser nuovissime, e fu trovato che i loro titoli stavano in un angolo dell'Europa, sotto la polvere d'uomini morti da venti secoli. La rivoluzione, convocando il popolo, elemento eterno, sulle rovine della Bastiglia, scrisse il decreto di morte ad ogni privilegio monarchico aristocratico. Ma non valse. Il sistema inglese che s'era fatto pigmeo in Mounier, Tollendal, Malouet, per insinuarsi non visto nell'assemblea nazionale, dileguatosi sotto la mano ferrea dell'uomo del blocco continentale, ricomparve audacissimo a tentare la seconda prova nella Staël, in Beniamin Constant, Royer-Collard, e gli altri, che assisero il fantasma monarchico sul trono di Bonaparte. Ed oggi poichè la seconda tornò in nulla per le tre giornate, ritenta la terza—e speriamo—l'ultima prova. La ritenta, mentre pur quell'unico esempio dell'Inghilterra è sfumato—mentre il sistema rovina nel luogo ov'ebbe la culla—a fronte del ruggito irlandese—a fronte del manifesto popolare lanciato in Lione, in Parigi, per ogni dove—quando i colori della repubblica si mostrano in Francoforte, secondo centro dell'aristocrazia europea—quando le dispute vertono oggimai sulla forma, non sul principio repubblicano. Ma che sperare da gente come quella ch'or regge in Francia, se non l'ultimo disinganno alle moltitudini?

Il sistema inglese agonizza. Il sistema americano sorge collo stendardo repubblicano. L'America fu l'arena che vide prima la lotta fra il principio monarchico-misto e il repubblicano. La repubblica v'ebbe la prima vittoria. Ciò basta alla politica imitatrice per dichiararsi americana esclusivamente. La scuola americana, duce Lafayette, uomo di rara virtù, d'intelletto mediocre, domina in oggi gran parte dei repubblicani: invoca in Francia, nelle colonne del National, le due camere, contradizione patente al principio della sovranità popolare; il senato, asilo aperto all'elemento aristocratico; il governo a buon mercato, senza avvertire che la economia nazionale non dipende dalla quantità del tributo, bensì dall'uso e dal riparto di questo: in Italia, invoca la federazione.—Perchè non invoca anche gli schiavi che nelle repubbliche americane costituiscono il settimo della popolazione?

È tempo che la politica s'emancipi da cotesta tirannide degli esempî. È tempo che il secolo XIX tragga dalle proprie viscere, dai proprî elementi, dai proprî bisogni la politica che deve guidarlo. L'Italia del XIX secolo racchiude nel proprio seno le condizioni della sua futura esistenza, e le forze per raggiungerle. Guardiamo dunque all'Italia, non all'America o a Sparta. Non abbiamo noi intelletto nostro e basi di giudizio e fatti presenti, perchè si debba da noi statuire a criterio, a principio politico un esempio straniero, o spettante al passato?—Un fatto è il prodotto delle mille cagioni, dei mille fenomeni che s'incontrarono in un dato periodo, in un dato paese; e quei fenomeni e quelle cagioni s'incontreranno identici sempre, perchè s'abbia a volerne la conseguenza che ne fu tratta altrove?—I principî prevalgono ai fatti, perchè non dipendono da circostanze fortuite o singolari, ma dalla eterna ragion delle cose. Ogni nazione cova un principio che domina la sua storia, e ch'essa è chiamata a sviluppare o perire. Il principio nazionale tra noi vive occulto, come vogliono i tempi, ma non tanto che l'indole del secolo, degli abitanti, delle passioni, dei fatti concatenati che costituiscono la nostra storia, delle rivelazioni ch'emergono dalle lettere, dai bisogni e dai tentativi operati non lo esprimano a chi vuol rintracciarlo. Dissotterrate quel principio. Poi se gli esempî stranieri verranno a convalidarlo, meglio.—Contemplateli; ma del guardo dell'aquila al sole, libero, indipendente, potente. Contemplateli; ma come termini d'una proporzione, il cui primo termine deve rappresentarvi. Non rifiutate un trovato straniero, se, applicato a voi, frutta incremento alla patria. Ma non lo accettate alla cieca, unicamente perchè già altrove accettato. Così facendo, sarete Italiani, e vi troverete per legge di cose, europei. In altro modo vi rimarrete servi, o meschinamente ribelli al vero.

Ed ora scendiamo agli esempî.