«Gli affratellati devono, possibilmente, provvedersi d'un fucile e di cinquanta cartucce. A quei che non possono, provvederanno le Congreghe Provinciali.
«Gli affratellati versano all'atto dell'iniziazione una contribuzione che continuerà mensilmente, quando nol vieti la loro condizione. L'ammontare delle contribuzioni, trasmesso di mano in mano sino alla Congrega Provinciale, sarà consacrato ai bisogni dell'Associazione, nella Provincia, salva una quota serbata alla Centrale per viaggiatori, stampe, compra d'armi, ecc.
«Determinazione di contribuzione e di riparto, esenzioni, forme di iniziazione, e tutte le disposizioni d'ordine secondario, si lasciano alle Congreghe Provinciali. La Centrale abborre da ogni tendenza soverchiamente dominatrice e non impone se non quel tanto ch'è strettamente necessario all'unità del moto e all'accordo comune.
«L'Associazione ha due ordini di segnali: gli uni, che non giovano se non alle Congreghe Provinciali e ai viaggiatori che vanno dall'una all'altra e da esse alla Centrale, e reciprocamente—e sono ideati e trasmessi dalla Centrale: gli altri, che servono per gli affratellati delle Provincie, sono scelti da ciascuna Congrega Provinciale, comunicati alla Centrale, e variati ad ogni tre mesi, più frequentemente se il bisogno lo esiga. S'anche quindi i segni d'una Provincia fossero scoperti dalle polizie, l'altre provincie, avendoli diversi, rimarrebbero fuor d'ogni rischio.»
Il nostro lavoro era coronato di successo. L'istinto Nazionale s'era ridesto. La formola Unità Repubblicana s'accettava con entusiasmo dalla gioventù in tutte le provincie d'Italia. Gli uomini della tirannide, il principe di Canosa, Samminiatelli, gli editori della Voce della Verità scrivevano contro noi, ma con sì pazza ferocia ch'ogni loro assalto ci fruttava amici. Metternich presentiva l'importanza del nostro lavoro e scriveva al Menz in Milano: J'ai besoin de deux éxemplaires complets de la Giovine Italia, dont cinq volumes ont paru jusq'ici. J'attends aussi toujours les deux exemplaires de la Guerra per Bande[21]. La Società degli Apofasiméni coi suoi affiliati delle Romagne, diretta da Carlo Bianco si versava nelle nostre file; Carlo Bianco entrava membro del nostro Comitato. La Società dei Veri Italiani, che non s'era ancora, in quell'epoca, fatta regia, stringeva alleanza con noi. E le reliquie della Carboneria che s'agitavano tuttavia, membra disjecta, in alcune provincie Italiane, accettavano la nostra fede, e la nostra direzione. In Francia, capo supremo di quanti avevano, anteriormente a Luigi Filippo, dato il nome alla Carboneria, e corrispondente venerato delle fratellanze segrete in Germania e altrove, era il Buonarroti; e si poneva con me in contatto regolare e fraterno. E in contatto con me stavano gl'influenti delle nuove Associazioni repubblicane francesi, Goffredo Cavaignac, Armand Marrast e gli arditi uomini della Tribune, Armand Carrel e i tattici del National. Parole d'incoraggiamento ci venivano da Lafayette. Con noi erano i capi dell'emigrazione Polacca. L'elemento Italiano cominciava, mercè nostra, ad essere riconosciuto da quanti uomini di progresso lavoravano uniti o indipendenti in Europa elemento importante dell'avvenire. E in Italia erano uomini avversi, per istinto o paura, a ogni cosa che fosse moto: non moderati. Gioberti, padre e pontefice anni dopo della malaugurata consorteria e insultatore sistematico di me e di tutti noi, accettava in Torino gli ordini del nostro lavoro e ci scriveva inneggiando: Io vi saluto, precursori della nuova Legge politica, primi apostoli del rinovato Evangelo:... io vi prenunzio un buon successo nella vostra impresa, poichè la vostra causa è giusta e pietosa, essendo quella del popolo, la vostra causa è santa, essendo quella di Dio... Ella è eterna e però più duratura della forma antica di quello, il quale diceva: Dio e il prossimo; ma ora dice per vostra bocca e del secolo: Dio e il Popolo... Noi ci stringeremo alla vostra bandiera e grideremo Dio e il Popolo, e studieremo di propagar questo grido... Combatteremo eziandio certi falsi amatori di libertà, che vogliono questa senza il popolo o contro il popolo, malaccorti od ingiusti; certi odiatori delle antiche aristocrazie... che, facendo rivoluzioni, intendono a traslocare il potere in sè stessi divisi dal popolo, anzi che farsi popolo e restituirgli i diritti rapiti: certi che vilipendono e bistrattano il popolo con nomi spregevoli ed abborriti, con angherie, con soprusi, ed aggravano il suo giogo colla stessa mano, con cui tentano schermirsi da quello dei nobili e dei tiranni... Io vi prometto francamente una costante disposizione e un vivo desiderio di morire con voi, se v'è d'uopo, per la comune patria[22].
L'ordinamento dell'Associazione era, a mezzo il 1833, potente davvero e segnatamente in Lombardia, nel Genovesato, in Toscana, negli Stati Pontificî. L'anima dell'Associazione Toscana era in Livorno, dove Guerrazzi, Bini ed Enrico Mayer eran operosissimi e inspiravano Pisa, Siena, Lucca, Firenze. Pietro Bastogi, oggi Ministro, era Cassiere del Comitato. Enrico Mayer viaggiava a Roma, dov'ei fu per sospetti imprigionato, poi, tornato in libertà, a Marsiglia per intendersi meco: egli era uno dei migliori, più sinceri e devoti uomini, che mi sia stato dato conoscere. Il Professore Paolo Corsini, Montanelli, Francesco Franchini, Enrico Montucci, Carlo Matteucci, oggi Senatore del Regno, un Cempini, figlio del Ministro, oggi, a quanto odo, calunniatore nostro nella Nazione, insieme a Carlo Fenzi, cospiratore egli pure con me, un Maffei ora avversissimo, e altri molti ch'or non importa nominare, secondavano nelle varie città toscane l'inspirazione livornese. Nell'Umbria, Guardabassi era capo del Comitato. Nelle Romagne, pressochè tutti gli uomini che oggi, insigniti d'onori, impieghi e pensioni, ci gridano la croce addosso, si agitavano irrequieti nelle nostre file; e vivono ancora i popolani Bolognesi, che ricordano il Farini, vociferatore di stragi nei loro convegni, e uso ad alzare la manica dell'abito sino al gomito e dire: ragazzi, bisognerà tuffare il braccio nel sangue. In Roma, avevamo un Comitato. In Napoli, Carlo Poerio, Bellelli, Leopardi e gli amici loro facevano, quanto ai metodi, parte da sè, ma si dichiaravano ai nostri viaggiatori, che tuttavia vivono, capi d'un ordinamento potente, alleati, presti a fare collo stesso nostro programma, e corrispondevano stenograficamente con me. In Genova, non solamente i giovani della classe commerciale e gli influenti fra i popolani, ma s'accostavano a noi, convinti della nostra potenza, gli uomini del patriziato; i fratelli Mari, il Marchese Rovereto, i due Cambiasi e Lorenzo Pareto, che fu poi Ministro, fra gli altri. In Piemonte il lavoro procedeva più lento: nondimeno le nostre fila toccavano tutti i punti importanti e si stendevano fino alle terre, popolate d'arditi uomini, del Canavese: l'avvocato Azario, Allegra esule ripatriato del 1821, Sciandra commerciante, Romualdo Cantara, Ranco, Moia, Barberis, Vochieri, Parola, Maotino Massimo, Depretis, un ex militare Panietti d'Ivrea, un Re di Voghera, Stara e altri parecchi s'adopravano alacremente. E uomini collocati più in alto, e ch'or non giova additare, non s'affratellavano regolarmente all'Associazione, ma lasciavano sapere che dove l'impresa s'iniziasse potente, l'ajuterebbero. Con copia d'elementi siffatti e coi pericoli che la duplice parte, di congiura e d'apostolato, alla quale si era astretta l'Associazione, trascinava con sè, bisognava giovarsi dell'entusiasmo crescente prima che le persecuzioni venissero ad ammazzarlo, e pensare seriamente all'azione.
Così facemmo.
Base dell'azione dovevano essere le provincie Sarde. Forti di mezzi, d'armi ordinate, d'influenza morale e d'abitudini di disciplina che avrebbero fruttato a qualunque riuscisse a impadronirsene, gli Stati Sardi avevano due punti strategici d'alta importanza, Alessandria e Genova; ed erano appunto quelli pei quali eravamo più potenti d'affiliazioni. Un moto nel Centro, più agevole forse, non offriva appoggio di forze reali e non avrebbe suscitato l'entusiasmo di tutta l'Italia. D'altra parte, io era certo che al primo annunzio del moto, l'Austria avrebbe occupato, coll'assenso di Carlo Alberto, il Piemonte e resa quindi impossibile ogni azione diretta o rapida sulla Lombardia, nella quale io aveva fin d'allora fede grandissima. D'un moto in Napoli e delle norme colle quali procederebbe non potevamo, mercè la semi-indipendenza nella quale si stavano gli elementi coi quali eravamo in contatto, non potevamo starci mallevadori. E inoltre, il convertire ciò che deve essere riserva in centro del moto, non mi sembrava, checchè dicessero i militari, buona strategìa di rivoluzione. Movendo in Napoli, noi non eravamo certi che per invasione degli insorti o per altra via, il moto si sarebbe diffuso rapidamente all'altre parti d'Italia; e io temeva la tendenza pur troppo naturale in tutti i paesi ad aspettare lo sviluppo d'ogni moto che s'operi dietro ad essi, e sognare disegni dottamente complessi d'insurrezione quando il nemico assalitore e respinto può collocarsi tra due forze ostili e vedersi staccato dalla sua base. Di pretesti siffatti all'inerzia, suggeriti ed accettati con arte profonda e sempre fatale alle insurrezioni, erano frequenti nel passato gli esempî. Una insurrezione nel Mezzogiorno non scemava un solo dei pericoli che le insurrezioni del Centro e del Settentrione avrebbero dovuto affrontare; un moto in Piemonte salvava invece dal primo urto dell'armi straniere Mezzogiorno e Centro ad un tempo. Battuti in Piemonte potevamo appoggiarci su quel terreno come su potente riserva. Poi—e questa è ragione ch'io riteneva importante, comechè poco intelligibile a quanti non vedono in una rivoluzione che un problema di strategia regolare—ogni rivoluzione operata in un popolo addormentato da secoli sviluppa vulcanicamente tremende le forze latenti ch'essa possiede se provocata e sollecitata da pericoli che possono riescirle mortali, intorpidisce e si consuma nel sonno e nelle illusioni se abbandonata a sè stessa e secura. Il nostro nemico era l'Austria. Bisognava cacciarle il guanto dai primi giorni, fidare nella Lombardia e assalirla invece di aspettarne gli assalti. L'entusiasmo della guerra allo straniero, abborrito da tutti com'era, avrebbe sopito ogni interno dissidio e fondato l'Unità nell'azione comune.
Per queste e altre ragioni determinai che l'iniziativa dell'insurrezione Nazionale si tenterebbe nelle terre Sarde, perni Genova e Alessandria; noi esuli invaderemmo, appena dato il segnale dall'interno, la Savoja, non solamente per dividere le forze ostili e per aprire un varco sino al centro del moto agli uomini che l'esperienza acquistata al di fuori chiamava a capitanarla civilmente e militarmente, ma per cacciare un anello tra i nostri e i repubblicani di Francia, che allora accennavano a diventare potenti e preparavano, tra gli operai, elementi numerosi di riscossa in Lione.