Non proferii parola sul passato. Gli diedi il quadro delle nostre forze. Gli comunicai il disegno di guerra. Gli proposi l'approvazione degli ufficiali. Accettò ogni cosa. Soltanto, allegando la responsabilità che pesava su lui, volle assumere sin d'allora il comando ch'io avrei voluto non cominciasse che a Saint-Julien: fu appoggiato da quanti fra i nostri vedevano nella supremazia militare la salute dell'impresa, e se ne giovò per istituire alcuni capi, quello fra gli altri che dovea guidare i polacchi destinati ad attraversare il lago da Nyon. Lo condussi, per vincolarlo più sempre, a un convegno segreto col generale Dufour. Là furono studiate nuovamente le basi del disegno.

Il 1.º febbrajo ci ponemmo in moto. In Ginevra il governo tentò d'impedire, anche più energicamente ch'io non avrei pensato, il concentramento. I battelli furono sequestrati. L'albergo ov'io era fu circondato dai gendarmi. S'arrestavano i nostri quando il menomo indizio, un'arme, un berretto, una coccarda li rivelava. Ma la popolazione preparata di lunga mano si levò tutta a proteggerci. Ufficiali e soldati guardavano con favore la nostra mossa e cedevano facilmente alle istanze semi-minacciose dei cittadini. Tutti i nostri si raccolsero al convegno e s'armarono. Rimasi l'ultimo in Ginevra per dirigere la mobilizzazione, poi, la sera, in un battello ch'era stato giudicato inservibile, traversai coi Ruffini e uno o due altri il lago e mi recai al campo dei nostri. Era tutto entusiasmo, lietezza, fiducia.

Ma ci aspettava d'altra parte una serie terribile di delusioni.

I giovani tedeschi che avevano avuto le mosse da Zurigo e Berna, spinti da un entusiasmo che esagerava la facilità dell'impresa e dimenticava l'inevitabile opposizione del governo Svizzero, s'avviarono collettivamente, a nuclei, quasi in ordine di battaglia, con coccarde repubblicane germaniche, foglie di quercia al berretto, e rivelando agli occhi di tutti il fine per cui movevano. La distanza dal punto di convegno era grande e concedeva tempo e mezzi di repressione alle autorità. Gli uni furono lungo la via circondati; altri dispersi; molti vinsero gli ostacoli e giunsero, ma per vie diverse dalle segnate e tardi: pochissimi tra quelli elementi ci raggiunsero in tempo. E fu perdita grave.

La colonna dei polacchi che dovevano attraversare il lago da Nyon, affidata da Ramorino a un Grabski, commise l'inescusabile errore di separare gli uomini dall'armi: barche svizzere con soldati del contingente passarono in mezzo, s'impossessarono della zattera sulla quale erano l'armi, e condussero gli inermi prigioni.

Questi e altri incidenti simili ci privarono a un tratto dei tre quarti almeno delle nostre forze, e quel ch'è peggio, diedero a Ramorino il pretesto che gli mancava.

Per qualunque avesse avuto scintilla di genio insurrezionale e sopratutto intenzione di riuscire, la posizione era chiara. Noi potevamo anche colle poche nostre forze, correre difilati su Saint-Julien e occuparlo. Non v'erano truppe. Certi di non poterlo difendere, i capi piemontesi, all'annunzio della nostra mossa, avevano abbandonato quel punto, e s'erano collocati a metà strada per coprire Annecy. Giunti a Saint-Julien e partiti a diffondere il segnale d'insurrezione i delegati che s'erano raccolti, poco importava la cifra delle nostre forze. E inoltre l'entusiasmo delle popolazioni svizzere, infervorato dal nostro primo successo, avrebbe costretto il governo a mettere in libertà le nostre colonne che ci avrebbero poco dopo raggiunti.

La nuova dell'allontanamento delle truppe da Saint-Julien era stata comunicata a Ramorino. Credendo nell'esecuzione della promessa e non volendo dar pretesti al sospetto di dualismo e d'ambizione nascente, presi una carabina e mi confusi nelle file dei militi.

Il documento collettivo ch'or qui si ripubblica lascia intendere abbastanza come Ramorino si facesse un'arme dell'imprigionamento dei polacchi del lago e della speranza di riaverli per mutare subitamente il disegno, sviarsi dal punto obbiettivo, costeggiare per quasi ventiquattro ore il lago, stancare, sconfortare, rendere incapaci di disciplina i nostri elementi. Ond'io m'asterrò dal ripetere, e dirò solamente in poche linee ciò che mi concerne personalmente.

Io aveva presunto troppo delle mie forze fisiche. L'immenso lavoro ch'io m'era da mesi addossato le avea prostrate. Per tutta l'ultima settimana io non aveva toccato il letto; avea dormito appoggiandomi al dosso della mia sedia a mezz'ore, a quarti d'ora interrotti. Poi, la ansietà, le diffidenze, i presentimenti di tradimento, le delusioni imprevedute, la necessità d'animare altrui col sorriso d'una fiducia che non era in me, il senso d'una più che grave responsabilità, avevano esaurito facoltà e vigorìa. Quando mi misi tra le file, una febbre ardente mi divorava. Più volte accennai cadere e fui sorretto da chi m'era a fianco. La notte era freddissima e io aveva lasciato spensieratamente non so dove il mantello. Camminava trasognato, battendo i denti. Quando sentii qualcuno—era il povero Scipione Pistrucci—a mettermi sulle spalle un mantello, non ebbi forza per volgermi a ringraziarlo. Di tempo in tempo, poi che m'avvidi che non s'andava su San Giuliano, io richiamava con uno sforzo supremo le facoltà minacciate per correr in cerca di Ramorino e pregarlo, scongiurarlo perchè ripigliasse il cammino sul quale eravamo intesi. Ed ei m'andava, con un guardo mefistofelico, rassicurando, promettendo, affermando che i polacchi del lago s'aspettavano di minuto in minuto.