Solamente a mostrare come fin d'allora l'Associazione oltrepassasse nel suo concetto la sfera d'un moto nazionale polacco per allargarsi a quella che comprende tutte le tribù slave, inserisco le linee seguenti colle quali ci riunimmo a chi celebrava in Londra, il 25 luglio 1845, il diciannovesimo anniversario della morte dei martiri russi—(1863).
Credendo che superiore a tutte le patrie esiste una patria comune nella quale gli uomini son fatti cittadini dall'amore del bene, fratelli dal culto della stessa idea, santi dal martirio e che Pestel, Mouravief, Bestugef, Ryleief, Kochowski, morti per la redenzione delle famiglie slave, sono concittadini e fratelli a quanti combattono sulla terra per la causa del giusto e del vero.
Credendo che le famiglie slave sono chiamate a una grande missione d'ordinamento interno e d'incivilimento da diffondersi altrove, che non potranno compire se non con una serie di lavori fraterni, e che la Russia e la Polonia devono, per ragioni storiche e geografiche, essere a capo di quei lavori.
Credendo che la lega dei governi assoluti non può essere vinta se non dalla santa alleanza dei popoli.
Credendo inoltre che le famiglie slave dovranno un giorno affratellarsi specialmente all'Italia in una guerra al nemico comune, l'Austria.
Il comitato centrale della Giovine Italia, associazione nazionale, unita in anima e cuore ai voti, alle speranze, alle aspirazioni dei patrioti polacchi, dà nome e adesione alla commemorazione dei cinque martiri russi.
Nel 1844 ebbe luogo la spedizione dei fratelli Bandiera. I Ricordi ripubblicati in questo volume contengono quanto importa all'Italia, nè intendo riparlarne. Ma l'incidente della violazione delle mie lettere merita ch'io vi spenda alcune parole. È un episodio d'immoralità ministeriale monarchica da porsi allato a quello della spia Conseil riferito in questo volume; e quella immoralità dura tuttavia eretta a sistema da pressochè tutti i governi d'Europa.
A mezzo quell'anno, or non rammento più se in giugno o sul cominciare del luglio, m'avvidi che le lettere dei miei corrispondenti in Londra—ed erano tra quelli i banchieri per mezzo dei quali mi giungeva la corrispondenza straniera—mi venivano tarde di due ore almeno. Concentrandosi dai diversi punti all'uffizio postale generale, le lettere vi ricevono un timbro che accerta l'ora del loro arrivo: la distribuzione a domicilio ha luogo nelle due ore che seguono. Esaminai accuratamente quei timbri e trovai ch'erano generalmente doppî: al primo era sovrapposto un secondo timbro, di due ore più tardo e collocato in modo da celare il primo, e allontanare il sospetto. Bastava per me, non per altri increduli d'ogni violazione di ciò che chiamano lealtà britannica e che accoglievano con sorriso ironico i miei sospetti. I timbri così sovrapposti lasciavano mal discernere le due ore diverse e serbavano apparenza di lavoro affrettato e data illeggibile. Ideai d'impostare io stesso all'uffizio centrale lettera diretta a me, calcolando l'ora tanto che il primo timbro dovesse portare la cifra 10. Or dopo avere ricevuto quel timbro, le lettere a me dirette erano, per ordine superiore, raccolte e mandate a un uffizio segreto dov'erano aperte, lette, risuggellate, poi rinviate al postiere incaricato della distribuzione nella strada ov'io allora viveva, ch'era Devonshir Street, Queen square. Quel nefando lavoro consumava due ore a un dipresso; e il timbro da sovrapporsi alla cifra 10 dovea quindi portare il 12 che, per quanto facessero lasciava visibile parte dello zero del 10. Chiarito quel punto, raccolsi altre prove. Feci impostare, in presenza di due testimonî inglesi e ripetutamente, alla stessa ora e allo stesso ufficio postale, due lettere, una delle quali era diretta al mio nome, l'altra a un nome fittizio, ma alla stessa casa: i testimonî venivano ad aspettare con me la distribuzione; e accertavano con dichiarazione scritta come la lettera che portava il mio nome giungesse invariabilmente due ore più tardi dell'altra. In altre lettere a me dirette racchiusi granellini di sabbia o semi di papavero; e li trovammo, aprendo con cura, smarriti. Istituimmo una serie d'esperimenti intorno ai suggelli, scegliendo i più semplici e segnati di sole linee, poi collocandoli sì che le linee cadessero sulla lettera ad angolo retto; e ci tornarono identici di forma, ma colle linee piegate lievemente ad angolo acuto. Inserii un capello sotto la ceralacca, e non era più da trovarsi: risuggellando, lo consumavano. E via così, finchè raccolto un cumulo di prove innegabili, misi ogni cosa in mano a un membro del parlamento, Tommaso Duncombe, e inoltrai petizione alla Camera perchè accertasse e provvedesse.