Senza cielo, senza concetto religioso, senza norma che prescriva il dovere e la virtù, prima fra tutte, dal sagrificio, la vita, sfrondata d'ogni eterna speranza per l'individuo e d'ogni fede inconcussa nell'avvenire dell'umanità, rimane in balìa degli istinti, delle passioni, degli interessi, agitata, ondeggiante fra gli uni e gli altri a seconda degli anni e dei casi. I generosi impulsi e la poesia d'un entusiasmo naturalmente fervido quando l'anima vive più spontanea e meno signoreggiata dal mondo esterno, suscitano i giovani a contrasto colla tirannide e li avviano inconsci sulle vie dell'azione. Poi, quando le aspirazioni, le rapide speranze e le illusioni dorate sugli uomini e sulle cose si rompono alla fredda prosaica realtà del presente e le inevitabili delusioni, le persecuzioni, le disfatte aspreggiano a ogni tanto la via, sorge il dubbio, sorge quel senso di stanchezza che persuade l'impossibilità della lotta e dietro a quello s'insinua l'egoismo che tende a godere—dacchè l'immortalità è ignota—quaggiù. E allora, la prima proposta d'un disegno che non rinnega ma dimezza e pospone il programma, è ascoltata; il primo affacciarsi d'una forza appartenente ad altro campo, ma che pur promette adoprarsi contro il nemico, è salutato come un modo d'accostarsi con rischi e sagrificî minori all'intento. L'anima senza una fede sulla quale possa riposare secura e sentirsi potente a procreare fatti quando che sia, si ribellerebbe forse a una diserzione, ma s'arrende agevolmente a transazioni che pur vi conducono. Entrata su quella via di machiavellismo e d'ipocrite concessioni, s'avvela; smarrisce a poco a poco la luce del vero, s'avvezza ad affratellarsi col calcolo e muta più o meno lentamente ma inevitabilmente natura, finchè avvedendosi, tardi e quando è fatta incapace della virtù santa del pentimento s'irrita intollerante del biasimo altrui e s'ostina, per orgoglio e per utile ad un tempo, nel traviamento accettato.
Tale è la storia della generazione che, tra il 1847 e l'anno in cui scrivo, mutò lato e bandiera. E si rifarà fino a che gli uomini si rimarranno diseredati di Dio e d'una fede che insegni il Dovere. Io lo ripeto sovente, perchè so che in questo è la radice d'ogni nostro male. Il popolo d'Italia potrà essere fantasma di nazione, ma non nazione vera, grande, potente a fare, conscia della propria missione e ferma di compierla, se non rieducandosi a religione: religione intendo quale i progressi intellettualmente compiti e le tradizioni, studiate a dovere, del pensiero italiano l'additano.
Su questa condizione morale, o piuttosto immorale, di cose s'innestò la parte così detta de' moderati, composta d'uomini che avevano, come Farini, cospirato con noi e s'erano stancati d'una via sulla quale incontravano a ogni passo pericoli e persecuzioni; d'altri ai quali, come ad Azeglio, era ingenita una avversione aristocratica al popolo e alla democrazia e finalmente d'alcuni timidi angusti intelletti immiseriti fra le tradizioni del piccolo Piemonte e incapaci d'afferrare ogni concetto che non avesse perno in un re, in una corte, in un esercito regolare.
La tradizione della parte alla quale accenno non era splendida. Moderati si dicevano gli uomini che nel 1814 avevano, in Lombardia, applaudito al ritorno degli eserciti austriaci: moderati quei che avevano nel 1821 legato i fati dell'insurrezione piemontese a un principe disertore: moderati quei che avevano nel 1831 tradito il moto degli Stati romani prima colla teorica anti-nazionale del non-intervento da una provincia nostra ad un'altra; poi colla codarda capitolazione di Ancona. Ma erano individui, come ne trovi in ogni crisi, vuoti d'intelletto rivoluzionario, non partito costituito, ordinato. Ben di fronte alla Giovine Italia s'era formata, sotto nome di Veri Italiani, una società di fautori monarchici che si raccolsero intorno a un patrizio lombardo, Arconati, in Brusselle e di là s'adoprarono a diffondere le prime aspirazioni verso la dinastia savojarda: ma respinta dai buoni istinti del nostro popolo, abbandonata a poco a poco, mercè il nostro apostolato, da' suoi migliori, s'era trascinata nell'ombra seminando di soppiatto accuse ai repubblicani e germi di divisione, senza copia di seguaci, senz'eco. La parte moderata non pensò a costituirsi davvero e a sostituire alla nostra la propria influenza prima del 1843 e poco dopo la sventurata impresa dei fratelli Bandiera. Quell'impresa, attribuita inonestamente da essi a noi e segnatamente a me, aveva innegabilmente versato sconforto e diffidenza nelle nostre fila. Le circostanze a ogni modo non correvano propizie a disegni di moti e mi pareva che si dovesse lasciar tempo alle idee perchè trapassassero a poco a poco dalla gioventù degli ordini medî al popolo non foss'altro delle città. I vincoli dell'associazione s'erano quindi allentati e io mi limitava a mantener contatto qua e là, in Lombardia più che altrove, con nuclei di giovani uniti senza forma definita e liberamente a un intento d'apostolato e a invigilare se mai sorgesse il momento opportuno a far meglio. Di quell'intervallo di stanchezza e d'inazione forzata da parte nostra si giovarono i moderati.
La prima loro manifestazione fu nel 1845 in Rimini. E quasi a dichiarare l'assoluta assenza d'idee politiche, inalzarono bandiera bianca. Bensì, dovendo pur dire al popolo agitato, perchè movessero, diffusero un manifesto steso dal Farini ch'era pallida copia del memorandum dato inefficacemente dalle potenze al papa nel 1831. Quel manifesto sostituiva al moto nazionale i moti locali; alle grandi vitali quistioni dell'indipendenza, dell'unità, della libertà i miglioramenti amministrativi economici.
Io so che i più tra i capi dei moderati avevano essi pure nell'animo—non dirò la libertà, della quale non curano o poco—ma l'indipendenza d'Italia, la questione nazionale, la cacciata dello straniero. Dico che il metodo loro insegnava a disperarne per un lungo indefinito periodo di tempo e sviava dal segno, che noi gli avevamo additato, l'educazione del popolo. Dico che moltissimi fra quelli uomini non volevano l'unità, nessuno la credeva possibile. E dico che se i principi più avveduti, meno tristi e meno spronati dalla fatalità che li sospinge, per somma ventura e legge dei tempi, a rovina, avessero tanto quanto soddisfatto a quel monco programma, noi non avremmo oggi ventidue milioni d'Italiani stretti a unità di nazione, ma il vecchio mosaico di grandi e piccole monarchie e leghe più o meno ipocrite e traditrici. Quelle leghe furono l'ideale dei pensatori del partito: da Balbo fino a Cavour. Giacomo Durando predicava le tre o cinque Italie a beneplacito dei principi volonterosi. Mamiani era centro in Genova d'apostolato federativo. Gioberti proponeva in una lettera del 16 marzo 1847 a Pietro Santarosa che «s'ottenesse dall'Austria con rimostranze un mutamento di politica in Lombardia tanto che pacificata colla dolcezza e colle riforme, potesse poi, con agio e tempo, ricevere d'accordo coi potentati un assetto definitivo.» Cavour proponeva, non molto prima che Garibaldi scendesse nel regno, patti e alleanza al Borbone. L'assenza d'ogni fede unitaria nei moderati è fatto documentato che la storia dei tempi, quando sarà imparzialmente scritta, registrerà; nè le millanterie machiavelliche dei giorni posteriori all'unità conquistata dal popolo varranno a cancellarlo.
E un altro fatto, conseguenza di questo primo e troppo trascurato finora, verrà registrato dalla storia, base e scorta all'intelletto degli eventi di tutto il periodo; ed è il dualismo perenne tra l'azione, generatrice d'ogni mutamento importante, dell'elemento popolare nostro e l'influenza, potente unicamente a menomare, a sviare dal segno quei mutamenti, esercitata dai moderati. Oggi, a udirli, diresti avessero fatto l'Italia e promosso col loro metodo quanto ebbe luogo negli ultimi quindici anni. Ma quando il tempo e l'Italia rinsavita avranno imposto silenzio al cicalìo di gazzette vendute e alle calunnie e alle lodi sfacciate, i fatti e le inesorabili date diranno che dall'amnistia papale infuori, ogni concessione di principi, ogni passo mosso innanzi dal paese originò dall'azione, avversata dai moderati, del popolo, dai moti di piazza com'essi sprezzando dicevano.—Da sommosse in Livorno, nelle Romagne, in Roma, l'accresciuta libertà di stampa e l'istituzione delle guardie nazionali—dalle petizioni firmate a tumulto su per le vie e dagli assalti ai conventi, la cacciata de' Gesuiti—dall'insurrezione siciliana del 1848 gli Statuti regi—dalle cinque giornate di Milano la guerra, miseramente tradita, d'indipendenza—come nella recente seconda fase del periodo, dalle resistenze del popolo ai disegni federalisti del Bonaparte, dalle nostre minacciate spedizioni su Roma, dal moto di Sicilia, dalle imprese di Garibaldi, originarono le annessioni del Centro, l'invasione delle Marche, l'emancipazione del Mezzogiorno. Il nostro metodo sopravviveva, negli istinti del popolo, a noi. Soltanto i moderati, fatti per lungo artificio e pompose ripetute promesse e profezie misteriose e prontezza ad attribuire a sè stessi ogni successo ottenuto e a prudenza di tattica il biasimo dato invariabilmente ai tentativi, soli e visibili padroni del campo, raccoglievano, accettando i fatti compiuti, i frutti di quelli istinti.
Miravano non a conquistare un governo all'Italia, ma a conquistarsi i governi italiani: non s'indirizzavano al popolo, ma ai principi: non provocavano insurrezioni, ma un lento e temperato progresso dall'alto al basso: rinnegavano le associazioni segrete e la stampa clandestina e tentavano ottenere alcune dosi omiopatiche di libertà dalle carezze, dalle lusinghe, dalle adulazioni servili profuse ai governi. E quanto al Lombardo-Veneto e all'Austria, non avevano concetto di sorta; e i filosofi politici della setta si limitavano a vaticinare possibilità di risolvere la questione quando suonasse, per virtù d'atomi confederati e arcadiche conversioni di monarchi al progresso e al bene dei popoli, l'ora dello smembramento dell'impero turco in Europa. Ma quando la febbre popolare irrompeva—quando il sangue dei nostri martiri ribolliva nelle viscere del suolo d'Italia e a guisa d'agente vulcanico lo sollevava—si rassegnavano volonterosi e lasciavano intendere col loro sorriso ch'essi avevano antiveduto e aspettato quei moti anormali come conseguenza del loro operare sagace. Al popolo, politicamente ineducato e ignaro del come importi allo sviluppo dei fatti la coscienza delle vere loro cagioni, poco caleva di chi li rivendicasse: accettava chi più s'acclamava suo capo: confondeva causa ed effetti; e quando gli ripetevano che i suoi trionfi erano dovuti all'avere i moderati conquistato un papa che lo benediceva e un re che aspettava l'astro e teneva allato la spada d'Italia, plaudiva, colla gaja noncuranza del fanciullo, non—di tanto gli giovavano gli istinti e gli insegnamenti raccolti—al papato o alla monarchia, ma a Pio IX e a Carlo Alberto. Intanto i moderati s'insignorivano del potere e si collocavano a capo dell'alte sfere sociali.
Se non che non si viola impunemente la logica; ogni errore porge origine a una serie d'inevitabili conseguenze. Ogni menzogna proferita e accettata genera un grado d'immoralità che logora a un tempo vigore e virtù nel core della nazione. E temo che la conseguenza più grave della supremazia assunta dai moderati sarà pur troppo uno strato di nuova immoralità sovrapposto ai molti che la tirannide e la paura e il gesuitismo e il materialismo congiunti hanno steso d'antico intorno al core d'Italia.
Una profonda immoralità è infatti radice a tutte le teoriche e al metodo dei moderati. L'eterno vero è da essi perennemente sagrificato alla misera realtà d'un breve periodo; l'avvenire al presente; il culto dei principî all'utile presunto della giornata; Dio all'idolo subitamente inalzato dalla forza, dall'egoismo o dalla paura. Le forti credenze, i forti affetti, i forti sdegni non allignano in quelle anime fiacche, arrendevoli, tentennanti fra Machiavelli e Lojola, mute a ogni vasto concetto, vuote d'ogni profonda dottrina, abborrenti dalla via diritta, impastate di ripieghi, di transazioni, di finzioni, d'ipocrisia. Noi li udimmo, i capi della fazione, a dirci, colle stesse labbra che paragonavano nei loro congressi a Giove Olimpico il re di Napoli e dichiaravano miracolo il re di Piemonte e redentore novello Pio IX: è necessità dei tempi, ma in sostanza lavoriamo per voi. Li vedemmo insolenti col debole, striscianti in terrore davanti al potente; stringere or col popolo ora collo straniero, a propiziarsi l'uno e l'altro, patti che intendevano di non mantenere; dichiararsi riverenti al papa pur cercando modo di scavargli la fossa; professarsi alleati devoti del Bonaparte che abborrono come abborre chi soggiace e per sentita viltà; cospirare a un tempo, per prepararsi la via a due ipotesi, con Garibaldi e contro Garibaldi. Nè dico che a tutti fosse o sia sprone su queste vie tortuose e indegne degli educatori d'un popolo il basso desiderio di meritarsi una nomina di senatore o di consigliere di Stato. Parecchi tra loro vissero o vivono indipendenti. Ma la mancanza d'un concetto religioso e quindi l'intormentimento del senso morale, il torpore delle facoltà lasciate alla sola sterile analisi e l'interna anarchia delle idee senza base determinata, senza fede d'intento, hanno pervertito in essi intelletto e cuore e li commettono agli impulsi sconnessi che vengono ad essi di giorno in giorno dai casi, dai menomi fatti o dalle apparenze di fatti. Quando Salvagnoli diceva a Brofferio: bisogna tirare innanzi come si può e del resto colla verità non si governa, ei sommava in sè la teorica di tutto il partito. Quando i moderati acclamavano a Gioberti come al primo pensatore e al più potente filosofo che avesse l'Italia, preparavano ai posteri la giusta misura della loro mente e dell'ideale filosofico che veneravano.