«L'Austria e la Russia rappresentano quest'ultimo. La Francia e la Spagna l'altro.
«L'Inghilterra nulla rappresenta nel sistema europeo. Il principio motore del governo non è mutato. È l'egoismo nazionale, commerciale—e non altro. Da Canning in giù, uomo mal noto ai buoni, e che in più cose gode di fama usurpata, non v'è grado di progresso verso idee d'equilibrio europeo. V'è una lotta segreta ma vivissima interna tra l'aristocrazia e il popolo, che assorbe ogni cosa. L'alleanza colla Francia è nulla, è parola cacciata a illudere i due popoli—null'altro. Quando il governo inglese ebbe voce che si tenterebbero reazioni Carliste in Francia, cacciò il partito whig e spinse il tory. Il nome di Wellington rappresentante il dispotismo nella sua brutalità militare, fu posto innanzi. Svanite le speranze dell'assolutismo si tornò alle tendenze di Grey. Ma chiunque conosce l'Inghilterra, sa come in oggi gli whigs, sieno ridotti, come perdano ogni giorno le forze nella gran contesa che pende tra i tories e i radicali, e come non possedano più se non quella vita che si trascina senza concetto di avvenire, senza idee d'iniziativa Europea, senza possibilità di averle e praticarle. L'Inghilterra non è, nè sarà mai alla testa di una propaganda qualunque. Essa riconosce i fatti: riconosce la regina in Ispagna: riconosce D. Pedro, perchè tende da secoli a farsi del Portogallo una specie di colonia commerciale: riconoscerebbe noi, ove insorgessimo vigorosi.—Ma, nè un uomo, nè un obolo dal governo per un punto ch'esso non desideri far suo direttamente o indirettamente—siatene certo.
«La Spagna non è ora a porsi in calcolo per un appoggio, come non è per un ostacolo ai progetti dei popoli. Il governo, intravedendo una insurrezione, ha transatto; ma, nè buona fede al di dentro, nè influenza vera al di fuori.—
«La Francia?—Luigi Filippo è collocato in un bivio. Il partito repubblicano minaccia cacciarlo; le potenze del Nord minacciano cacciarlo. La guerra, da qualunque parte venga, gli è mortale, ed egli lo sa. La guerra trae seco infallibile—alla prima vittoria come alla prima disfatta—il trionfo repubblicano. L'ira del popolo nel secondo caso, le sole promozioni nel primo, bastano a rovinarlo, perchè l'esercito, nella bassa ufficialità, gli è minato. Il re, il governo non ha partito alcuno: partito di Luigi Filippo in Francia non esiste: esiste un partito di ciò che è, dello stato-quo; un partito della pace a ogni prezzo fondato sugli interessi immediati. Togliete la pace, togliete l'unica speranza di quel partito che chiamano juste-milieu, la rivoluzione è compiuta. Per questo il governo ha evitato la guerra quando, due o tre volte, tutta l'Europa la gridava inevitabile. Noi dicemmo il contrario sempre, perchè nessun governo si suicida. Per questo Luigi Filippo ha sacrificato, nel 30 la Spagna, nel 31 l'Italia, poi la Polonia—a malgrado delle promesse solenni. Per questo egli ha obbedito agli ordini del Nord, che gl'imposero di vietare le associazioni. Per questo ei s'è fatto capo, ora di fresco, della crociata diretta dai governi contro i proscritti, temuti perchè repubblicani e tutte le arti sue tendono a cacciarli in America. Per questo egli ha avvertito sempre i governi di ciò che si tramava contr'essi, ogni qualvolta gli venne fatto di risaperne come all'epoca del tentativo di Francoforte. Per questo metterà sempre tutti gli ostacoli che per lui si possono a qualunque moto italiano, perchè moto italiano e guerra sono sinonimi. V'è tal cumulo di fatti oggimai sul conto di Luigi Filippo, che il travedere intenzioni di progresso in lui è un ostinarsi ne' sogni. Bensì la Francia lo inceppa, il fremito delle nazioni lo inceppa; e però, mentre i re del Nord stanno Attila della tirannide, a lui è stata affidata una parte ipocrita. Luigi Filippo è il Tartuffo della santa lega. A lui è stato commesso il differire i moti, che gli altri si riserbano di spegnere dov'ei non riesca. Quindi le voci di leghe e di speranza cacciate a caso, onde i popoli seguano e si ritengano nell'aspettativa e nell'inerzia. Sogni che sviano dal lavoro e dalle vere terribili cospirazioni—inganni tesi per la millesima volta ai cospiratori di tutti i paesi, senza che questi rinsaviscano mai. Quei progetti che vi seducono gli furono affacciati, non da noi direttamente, chè abbiamo cacciato il guanto e lo manteniamo, ma da gente inspirata da noi e che doveva servirci di esploratrice—affacciati, nel 31, al segno di proporre un re d'Italia che gli fosse figlio: affacciati in altra forma risguardante l'Italia centrale, al tempo dell'occupazione di Ancona—affacciati poco prima della spedizione di Savoja, e ogni volta che si venne alle strette, un ritrarsi è un tradire. Abbiamo prove materiali della politica che qui vi accenno.
«E perch'ei lo sa, perch'ei sa che in lui non avremo fiducia mai, che da noi egli non ha speranza nè di rivelazione nè d'altro, intende a cacciarci in America. E prima che ciò avvenga, potrebbe accadergli ciò che gli troncasse a mezzo la via. Ma per somma disavventura, vi sono, a Parigi specialmente, uomini illusi che vorrebbero ostinarsi a fidare, e vi sono altri a' quali è principio opporsi ad ogni tentativo che non venga da Parigi, e che, non sapendo il come, tentano illudere i nostri concittadini a sperare in progetti, de' quali Luigi Filippo e i suoi agenti ridono di soppiatto. Il nostro Pepe è fra quelli ed alcuni de' nostri e molti dell'Italia centrale. Ma quali? Membri di governi provvisorî, che tradirono la causa italiana alla illusione del non intervento, e non possono in oggi condannarsi da sè, però insistono su quelle miserie. Uomini d'una fratellanza che s'intitola de' Veri Italiani, diretta sotterraneamente da quella stessa alta vendita che noi abbiamo denunciata, perchè è rovina alla causa, e che, prefiggendosi apparentemente gli stessi principî che noi predichiamo, va pure stillando negli animi la massima che nessun moto è da tentarsi, che l'Italia è impotente a reggersi insorta, che dalla sola Francia può partire il segnale.—E guai se coteste massime filtrano negli Italiani! Guai se i buoni, come siamo noi e siete voi, non le contrastano a viso aperto!
«Riflettete. Il partito dell'Austria, e però delle potenze del Nord, è preso: guerra, guerra inevitabile a qualunque progresso italiano, perchè qualunque progresso è mortale all'Austria; guerra, ne segua che può. E quando essa vide il pericolo non si arretrò nè davanti a patti di non intervento, nè a minaccie nè ad altro. Volete ch'essa si rassegni a morire? A morire vilmente? Essa avventurerà la vita per tentare la vittoria, anzichè rimanersi spettatrice inerte de' nostri progressi. La guerra coll'Austriaco noi non possiamo evitarla mai, sia che moviamo a gradi, sia che ci lanciamo d'un balzo all'ultimo della carriera. La speranza di evitare questa guerra è la causa che ha perduto tutte le nostre rivoluzioni. L'avere posto i re a direttori dell'impresa italiana ci ha tratto in fondo fino ad oggi. Perdio! Ricadremo ne' vecchi errori? Attraverso tanto sangue di martiri sparso per questa Italia che vogliamo liberare, torneremo ancora una volta al punto d'onde partimmo?
«Torneremo nel 1834, al 1821?
«Io non vi ho parlato di principî perchè in politica l'unica vertenza che può esistere fra gente come noi siamo non può posare che sulla questione di fatto, di possibilità o d'impossibilità, ma pure è necessario ch'io il dica; è necessario che sappiate a che attenervi circa alle intenzioni della Giovine Italia. Nulla è mutato alle sue leggi, al suo scopo, ai mezzi ch'essa intende di scegliere e di porre in opera. Però essa insiste ed insisterà nel suo grido repubblicano, essa rifiuterà qualunque transazione s'offrisse: essa crede alla potenza di rigenerarsi in Italia, alla possibilità della iniziativa italiana in Europa, al dovere di ogni buon Italiano di promuoverla con ogni mezzo. L'impresa è grande, ma per questo è italiana. Per questo io v'invito a promuoverla. Non vi sviate per quanto v'è di più sacro, dietro a speranze chimeriche: queste speranze le abbiamo nutrite un giorno noi pure: poi una accurata disamina e un addentrarci più sempre nel segreto delle Corti alleate, e un'intima conoscenza delle molle che pongono in gioco queste voci di transazione, ci hanno convinti che nulla v'ha da sperare se non nell'armi, nel popolo e nei popoli. Come intendiamo adoperar queste forze vi dirò domani in un'altra mia alla quale io vi pregherò di risposta.
«Dio voglia, per l'Italia e per noi, ch'essa sia quale io la invoco e la spero.