Il 29 marzo fui scelto Triumviro. Aurelio Saffi e Armellini mi furono colleghi.

Il 17 aprile confermammo con decreto le proposte anteriori sulla cifra e sull'ordinamento dell'esercito. Avevamo già sui primi di quel mese tentato ogni modo per avere in Roma la Divisione lombarda, forte di 6 a 7000 uomini: ma il governo sardo, ajutato dal general Fanti, deluse, ingannando, il disegno[48].

Il 25 aprile i Francesi erano in Civitavecchia. Non avevamo avuto un mese di tempo per ordinare le forze, assestar la finanza, rimediare al difetto d'artiglierie, provvederci d'armi.

Con quei che scrissero essere stato errore il resistere non è da discutersi. Ma alle molte evidenti cagioni che ci comandavano di combattere, un'altra se ne aggiungeva per me intimamente connessa col fine di tutta la mia vita, la fondazione dell'unità nazionale. In Roma era il centro naturale di quell'unità; e verso quel centro bisognava attirare gli sguardi e la riverenza degli Italiani. Or gli Italiani avevano quasi perduto la religione di Roma: cominciavano a dirla tomba, e parea. Sede d'una forma di credenza omai spenta e sorretta dall'ipocrisia e dalla persecuzione, abitata da una borghesia vivente in parte sulle pompe del culto e sulle corruttele dell'alto clero e da un popolo virile e nobilmente altero, ma forzatamente ignorante e apparentemente devoto al papa, Roma era guardata con avversione dagli uni, con indifferenza sprezzante dagli altri. Da pochi fatti individuali infuori, nulla rivelava in essa quel fermento di libertà che agitava ogni tanto le Romagne e le Marche. Bisognava redimerla e ricollocarla in alto perchè gli Italiani si riavvezzassero a guardare in essa siccome in tempio della patria comune: bisognava che tutti intendessero la potenza d'immortalità fremente sotto le rovine di due epoche mondiali. E io sentiva quella potenza, quel palpito della immensa eterna vita di Roma al di là della superficie artificiale che, a guisa di lenzuolo di morte, preti e cortigiani avevano steso sulla grande dormiente. Io avea fede in essa. Ricordo che quando si trattava di decidere se dovessimo difenderci o no, i capi della guardia nazionale, convocati e interrogati da me, dichiararono, deplorando, pressochè tutti che la guardia non avrebbe in alcun caso ajutato la difesa. A me pareva d'intendere il popolo più assai di loro: e ordinai che i battaglioni sfilassero il mattino seguente davanti al palazzo dell'Assemblea e si ponesse da un oratore la proposta ai militi. Il grido universale di guerra che s'inalzò dalle loro file sommerse irrevocabilmente ogni trepida dubbiezza di capi.

La difesa fu dunque decisa dall'Assemblea e dal popolo di Roma per generoso sentire e riverenza all'onore d'Italia, da me per conseguenza logica d'un disegno immedesimato da lungo con me. Strategicamente, la guerra avrebbe dovuto condursi fuori di Roma, sul fianco della linea d'operazione nemica. Ma la vittoria era, se non ci venivano ajuti d'altrove, dentro e fuori impossibile. Condannati a perire, dovevamo, pensando al futuro, proferire il nostro morituri te salutant all'Italia da Roma.

Pur nondimeno e anche antivedendo inevitabile la sconfitta, noi non potevamo, senza tradire il mandato, trascurare l'unica via di salute possibile; ed era un mutamento nelle cose di Francia. L'invasione era concetto di Luigi Napoleone che, meditando tirannide, volea da un lato avvezzare la soldatesca a combattere la repubblica altrove, dall'altro prepararsi il suffragio del clero cattolico e di quella parte di popolo francese che in provincia segnatamente ne segue le ispirazioni. L'Assemblea di Francia, incerta e divisa com'era, dissentiva da ogni proposito deliberatamente avverso a noi: aveva approvato l'intervento, ingannata sulle nostre condizioni e sul fine segreto della spedizione. I complici di Luigi Napoleone affermavano imminente la invasione austro-napoletana a pro della dominazione assoluta papale e dichiaravano la popolazione dello Stato nemica al sistema repubblicano e soltanto compressa dal terrore esercitato da pochi audaci: Roma quindi impotente a resistere e preda in brevi giorni dell'Austria se non s'inframmettevano l'armi di Francia. Provare alla Francia l'assenza in Roma di ogni terrore, l'unanime volere delle nostre popolazioni, la possibilità per noi di resistere a un intervento austriaco o napoletano; costringere Luigi Napoleone a smascherare il suo vero disegno; combattere, separando nella serie dei nostri atti, la nazione dal Presidente di Francia: vincere tanto da testimoniare della nostra determinazione, ma senza abusare della vittoria, senza irritare l'orgoglio e le subite passioni francesi; somministrare per tal modo una opportunità ai membri della Montagna, ai nostri amici nell'Assemblea, d'iniziare la resistenza a Luigi Napoleone: era questo il debito nostro e non lo tradimmo. Quindi gli ordini mandati a Civitavecchia e traditi dall'altrui arrendevolezza alle menzognere promesse del generale Oudinot, di resistere a ogni patto, non fosse che per ore, pur tanto da provare il desiderio unanime di resistere, l'energia delle nostre dichiarazioni agli inviati del campo francese, i preparativi solleciti e la battaglia—e a un tempo la richiesta ai municipî, accolta da tutti, perchè esprimessero nuovamente adesione al governo repubblicano—il rinvio dei prigionieri francesi fatti nella giornata del 30 aprile—l'ordine spedito in quel giorno a Garibaldi di desistere dall'inseguire i Francesi in rotta—e generalmente l'attitudine assunta e mantenuta da noi durante l'assedio e ch'io compendiava dicendo che Roma era non in condizione di guerra con la Francia, ma di pura difesa. Quell'ordine a Garibaldi mi fu apposto come errore, da chi non guardò che al fatto isolato. Ma che importava, di fronte al concetto accennato, qualche centinajo più di Francesi morti o prigioni?

E quel concetto—gli uomini dagli appunti non dovrebbero dimenticarlo—se Luigi Napoleone non violava ogni tradizione di lealtà affidando all'inviato Lesseps poteri illimitati pacifici e annullandoli a un tempo con istruzioni segrete trasmesse al generale Oudinot, riesciva. Il 7 maggio, commossa dall'opera nostra e dal nostro linguaggio, l'Assemblea di Francia invitava solennemente il potere esecutivo ad adottare senza indugio i provvedimenti necessarî a far sì che la spedizione di Roma non fosse più oltre sviata dal vero suo fine; e mandava incaricato di statuire gli accordi con noi il Lesseps. Sul finire di maggio, si firmava tra noi e il plenipotenziario di Francia un patto che dichiarava:—L'appoggio della Francia è assicurato alle popolazioni dello Stato romano: esse riguardano l'esercito francese come un esercito amico che viene a correre alla difesa del loro territorio.—D'accordo col governo romano e senza menomamente intromettersi nell'amministrazione del paese, l'esercito francese prenderà gli alloggiamenti esteriori convenienti, tanto per la difesa del paese come per la salubrità, alle sue truppe. Così la guerra era convertita in alleanza: l'esercito francese diventava nostra riserva contro ogni altro invasore straniero: Roma, com'io aveva detto, rimaneva sacra e inviolabile ad amici e nemici: la diplomazia repubblicana otteneva una vittoria splendida come quella dell'armi repubblicane in aprile: noi eravamo liberi di correre ad affrontare gli Austriaci e li avremmo disfatti.

Ognun sa come Oudinot rifiutasse d'assentire al trattato e disdicesse a un tratto la tregua. Egli aveva da Luigi Napoleone istruzioni segrete direttamente contrarie a quelle da lui date a Lesseps.

Il 13 giugno, i nostri amici nell'Assemblea francese tentarono, capitanati da Ledru Rollin, sommovere Parigi contro l'infamia commessa: ma non riuscirono. Il loro tentativo era un appello all'insurrezione senza i preparativi necessarî a iniziarla.