Fondato il Comitato Europeo, e costituita, vincolo di fratellanza tra esso e il Comitato Nazionale Italiano, l'identità di credenze, noi predicammo, dentro e fuori, le poche semplici norme, che ci parevano meglio opportune a guidare il partito sulle vie dell'azione, e a dargli vittoria. Come individui, ciascun di noi serbava libero il pensiero, libera la diffusione delle proprie idee sui problemi di soluzione pacifica e più remota, che tormentano il secolo e ne vaticinano la grandezza: come nucleo collettivo, dovevamo tenerci per entro i limiti di sfera men vasta, sopra un terreno già conquistato e accettato dai più. E noto questo, perchè a taluni, i quali non hanno cura se non di scrivere libri, libercoli, o articoli, parve bello l'atteggiarsi a pensatori più arditi, e rimproverarci l'incerto, il limitato, come essi dicevano, del nostro programma. Scambiavano i caratteri della nostra missione; e confondevano, col lento e solenne svolgersi della rivoluzione, i preparativi d'una insurrezione. Noi non potevamo ridurci a proporzione di setta; dovevamo studiare di rappresentare tutto quanto il Partito. Dovevamo essere repubblicani, perchè la monarchia spegnerebbe in sul nascere la nostra rivoluzione; unitarî, perchè, senza unità, l'Italia non può essere nazione; ma lasciare ogni altra questione alla nazione e alle ispirazioni dell'avvenire.

Le norme fondamentali da noi proposte eran queste:

Per forza di cose e d'idee, di leghe regie e istinti di popoli, di intuizione logica e di storia severamente documentata negli ultimi anni, l'Europa dovea considerarsi come divisa in due campi: il campo della tirannide e del privilegio dei pochi, e il campo della libertà e delle nazioni associate. La Democrazia, chiesa militante dell'avvenire, doveva ordinarsi ad esercito, presta a promuovere pacificamente lo sviluppo progressivo dei popoli, dove son liberi i mezzi pacifici; a rovesciare colla forza la forza dove quei mezzi sono contesi. Le nazioni dovevano riguardarsi come divisioni di quell'esercito, chiamato ad operare sotto un disegno comune e sotto la mallevadoria d'uomini, vincolati da un patto a non ricadere nell'esoso egoismo locale, che rese impotenti i moti del 1848. La questione d'iniziativa, fidata teoricamente ai fati provvidenzialmente preordinati e alla coscienza d'ogni nazione, perdeva così l'importanza pratica, che l'orgoglio degli uni e la servilità degli altri avevano fatto degenerare funestamente in monopolio esclusivo. Poco importava su qual punto strategico d'Europa s'aprisse la lotta, purchè tutte le forze dell'esercito democratico sottentrassero alla battaglia. Sorelle sul campo, le nazioni rimarrebbero tali, vinta la guerra, quando, riordinata la Carta d'Europa, un Congresso di rappresentanti, scelti da esse, darebbe al nuovo riparto consecrazione di comune consenso. I popoli, indipendenti nell'assetto interno, alleati per tutto ciò che riguarda gl'interessi europei e le relazioni internazionali, s'avvierebbero così alla risoluzione pacifica dell'eterno problema, svisato quasi sempre dalle sêtte moderne, armonia tra l'associazione e la libertà.

E le stesse norme dovevano più o meno applicarsi al problema italiano. Il campo italiano si divideva, come sempre, in due parti: gli uomini che s'ostinavano ad aspettare la libertà della patria dalla diplomazia, da disegni arcani di principi ambiziosi o da guerre straniere, e gli uomini ch'erano fermi a cercarla nell'azione delle forze italiane, ajutate dall'elemento popolare europeo. A questi soli il Comitato Nazionale si rivolgeva: da questi soli chiedeva concentramento ordinato sotto un disegno comune e un'unica direzione; gli altri sarebbero stati trascinati dal fatto. E questo fatto non doveva, nè poteva avere un giorno predeterminato a manifestarsi;—la nostra era questione d'idea, non di tempo—ma, accettato come possibile, e maturato tanto da raggiungere condizioni ragionevoli di vittoria probabile, prorompere, quando il partito credesse, conseguenza di moti europei o principio ad essi.

Intento del fatto doveva essere conquistarci una Patria, costituirci in Nazione; una dunque doveva esserne la bandiera: inalzarsi, ovunque le circostanze darebbero, in nome di tutti; proteggersi da tutti; trionfare per tutti: guerra di popolo, governo di popolo. E perchè il popolo potesse rivelare solennemente l'animo proprio, i proprî bisogni e la propria fede:—perchè non traesse, come nel 1848, da pericoli ipocritamente esagerati, o da speranze ipocritamente affacciate, occasione a cedere improvvidamente le proprie sorti ad ambizioni di principi e raggiri di cortigiani sofisti:—perchè, col decidere immaturamente, prima d'essere libero tutto ed affratellato, non richiamasse a vita, spenti, ma da poco, germi fatali di federalismo:—perchè, infine, le incertezze, le oscillazioni, i pericoli d'una libertà mal ferma, sospettosa quindi e facile a sùbiti sconforti e a mortale anarchia, non si trapiantassero nel campo, non disviassero dalla suprema necessità di combattere, non involassero, spegnendo la vittoria in fasce, i frutti della vittoria:—il Comitato Nazionale segnava due periodi alla risoluzione del problema; il primo, periodo d'insurrezione, da governarsi con assoluta unità da un nucleo di pochi buoni e volenti, acclamato e vegliato dal popolo, operante a rendere nazionale, popolare, rapida e tremenda la guerra; il secondo, non ottenuta, ma assicurata la vittoria, e libero, se non tutto, quasi tutto il popolo d'Italia, da reggersi normalmente e svolgersi, sotto la tutela d'una libertà meritata, dall'Assemblea Nazionale, raccolta, per voti di tutti, in Roma.

Il Comitato Nazionale prometteva di sciogliersi davanti al Governo d'insurrezione: la nostra missione era quella d'agevolare l'insurrezione, non di dirigerla. E davanti al Concilio della Nazione, il Governo d'insurrezione dovea render conto, sciogliersi, o portar la testa sul palco. Norme siffatte, accettate, predicate, radicate per tutto quanto il partito, bastavano per sè sole a spegnere ogni pericolo d'usurpazione; ma s'altre, più positivamente proteggitrici, fossero state credute necessarie per quel primo periodo, il popolo le avrebbe architettate e sancite. Quanto ai cento problemi dell'avvenire, noi collettivamente, non dovevamo occuparcene; ed era debito del Comitato educare, coll'esempio, gli animi a fidare nel senno, raccolto in Assemblea, del paese. Solamente, poi che senza tradir la nazione non potevamo non dirci unitarî, aggiungevamo che l'unità vagheggiata non era l'unità napoleonica—che non dovrebbe confondersi col concentramento amministrativo—che l'associazione e la libertà, la Nazione ed il Comune, erano, due eterni elementi, sacri egualmente, dello Stato, come per noi si ideava;—e che all'elemento reale, storico, del Comune, ampliato e sostituito all'elemento fattizio, arbitrario, degli Stati d'oggi, doveva senz'altro attribuirsi quanta forza bastasse a non renderne illusoria la libertà, quanta indipendenza potesse localmente ordinarsi senza travolgere la Nazione nell'anarchia di vita politica e d'educazione.

IV.

Non so s'io m'illuda: ma non parmi che queste norme possano formar soggetto, da una in fuori, di controversia da chi accetti pel paese la necessità d'una crisi rivoluzionaria: sgorgano da una logica elementare documentata da quante rivoluzioni vollero riescire a buon porto e riescirono. Comunque—e importa notarlo—nol formarono allora. Espresse senza riguardi ed ambagi fin dal primo Manifesto del Comitato, furono accolte con favore dalla generalità del partito; combattute tiepidamente, e senza il corredo delle solite villanie, dai giornali pagati per essere avversi. Nessuno levò allora la voce—ed era il momento naturalmente additato alla buona fede—per dichiarare che la nostra teorica rivoluzionaria era falsa; nessuno escì in campo a proporne un'altra; nessuno s'attentò di fare atto pubblico di codardia e di dirci: l'Italia, checchè facciate, è e sarà pur sempre impotente a movere ed emanciparsi, se prima non move la Francia o un'altra contrada. Gli umori che serpeggiavano fra taluni, segnatamente in Parigi, si strisciavano, come dissi, rodendoli, intorno a nomi, non a idee, d'individui. E noi, poco curanti di questo, procedemmo, con animo alacre, nell'opera incominciata e nella pratica delle dottrine enunciate. Primo passo su questa via, e nuovo indizio che per noi si tendeva all'azione, fu l'emissione dell'Imprestito Nazionale: concetto arditamente buono, che fu accolto con tanto favore da rivelare l'animo del paese, ancorchè il risultato materiale non fosse gran cosa; diedero, non i ricchi, colpevoli d'un'avarizia che espiano cogli imprestiti forzosi e coi sequestri dell'Austria, ma i poveri.

Io non dirò, per ragioni facili a indovinarsi, quello che sotto l'ispirazione del Comitato e la forte instancabile attività iniziatrice di Roma si facesse all'interno; e soltanto affermo il lavoro condotto al punto di dare certezza, che ove una vigorosa iniziativa sorgesse in una parte d'Italia, sarebbe, più o men rapidamente, ma infallibilmente, seguita da tutte l'altre; e della vigorosa unità del partito hanno, del resto, dato indizî che bastano l'audacia inconquistabile della stampa clandestina, le dimostrazioni periodiche a ricordo della repubblica in Roma e provincie, i fatti compiti a danno di delatori in Milano ed altrove, i terrori dei governi e le vittime, pescate il più delle volte a caso, pure in tutte le classi, dal prete fino al più umile popolano. Ma all'estero, accettate dal Comitato Europeo le basi intorno all'iniziativa e alle relazioni internazionali accennate più sopra, il lavoro assunse proporzioni importanti davvero e preparò risultati, che agevoleranno all'Italia, quando vorrà coglierli, la via per collocarsi, tra le nazioni, su quell'altezza, alla quale i fati la chiamano. Per questo almeno io sento di meritare—e mi preme più assai di meritarla che non d'averla—la gratitudine del paese. Per circolari, indirizzi e inviati, il nome e la parola d'Italia suonarono potenti in tutte le file, disgiunte prima del 1848, rannodate ora a un disegno comune della democrazia Europea. L'alleanza, temuta e inutilmente assalita con tutt'arti possibili, tra gli ungheresi e noi, più visibile dacchè l'elemento rivoluzionario ungarese s'incarna in un uomo, non fu se non una delle molte che traemmo—educandole con amore attraverso difficoltà più gravi che altri non pensa—dai germi che le delusioni del 1848 avevano seminati. Dalla penisola Iberica, destinata ad unificarsi, fino alla Grecia alla quale apparterrà un giorno, checchè facciano le diplomazie per galvanizzare un cadavere, il primato su Costantinopoli; in Polonia, centro pur sempre d'una delle quattro divisioni future del mondo Slavo; nelle valli, troppo dimenticate dall'Italia, dove s'agita, in cerca dell'avvenire, una gente romana di nome, di ricordi e d'affetti, da Traiano in poi; in Germania; in Oriente, tra popolazioni varie, taluno semi-barbare, ma il cui sommoversi cova inevitabile la guerra europea, noi cercammo e trovammo nemici all'Austria. I pensatori, ai quali è centro di politica europea Moncalieri, sorridano increduli a posta loro, ma chi cerca appurare il vero, viaggi per quei paesi, interroghi, e veda se l'importanza data all'Italia non è cresciuta di tanto, da far parere ogni suo moto, ogni sua sommossa, fatto grave di conseguenze ai moti e al progresso d'Europa. Questo cangiamento nella teorica dell'iniziativa europea, accettato senza analisi di cagioni dai popoli, è dovuto alle manifestazioni che nel 1848 e nel 1849 rivelarono un'Italia, ignota fino a quei giorni. Il Comitato Nazionale non fece che indovinar quel fatto, giovarsi dei diritti che dava a chi parlasse in nome d'Italia, e fondarvi sopra una fratellanza più positiva, un accordo predeterminato pel caso d'azione. Pur tanti anche oggi fra i nostri—e dovrò or ora, con dolore e rossore, accertarlo—dimenticano quel fatto supremo e guardano all'Italia, siccome a schiava giacente, finchè piaccia a Parigi o a Berlino di dirle: sorgi! dimenticano che non è senza merito di fede in noi l'avere inteso quanta parte di vita europea s'agita nella patria nostra, e l'aver preparato, come meglio si poteva, il terreno ad alleanze, che l'Italia dovrà e potrà stringere fin dai primi giorni del suo risorgere.