Altri ci accusavano d'antagonismo alla Francia; ma a quale? alla Francia governativa eravamo, per debito verso noi e verso la vera Francia, irrevocabilmente nemici; e avversi alla Francia delle sêtte intolleranti, traviate, esclusive, ch'io da più anni, vedeva—e lo scriveva in Inghilterra e in Italia—spianar la via, colle stolte minaccie a quanti possiedono, colle promesse inattendibili al popolo, colle utopie senza mente a danno della libertà e col culto degli interessi materiali, anzi degli appetiti, alla tirannide del primo che, potente a giovarsi della corruttela, vorrebbe, ottenerla: colla buona, colla pura Francia repubblicana, colla Francia dalle larghe e filosoficamente religiose tendenze sociali, colla Francia sorella, non monopolizzatrice d'una civiltà ch'è l'alito della vita europea, non traduttrice del principio monarchico in una monarchia di nazione, noi eravamo legati in concordia d'opere, nota a molti francesi, e indovinata per istinto dal loro governo, che m'odia quanto io lo disprezzo. La democrazia italiana sovveniva, mentre gli accusatori parlavano, la democrazia francese d'azione, di consigli fraterni e d'ajuti materiali. Eravamo antagonisti, non alla Francia dell'avvenire, ma al pregiudizio servile di molti fra i nostri, i quali, senza pure operare a mutarla, dichiaravano la Francia arbitra unica delle cose d'Europa e sola datrice possibile di libertà a venticinque milioni d'uomini nati in Italia. Parecchi tra gli adulatori della Francia repubblicana piaggiano oggi all'imperatore.

Taluni riparlavano di suffragio; e a questi, dopo tutte le ragioni ch'io dissi, concedemmo una doppia prova in un Comitato scelto per voti dell'emigrazione in Marsiglia, e in un altro, eletto per la Sicilia da tutti gli esuli di quell'inclita parte d'Italia. Le proteste di quei che si dicevano lesi o delusi dall'elezione, l'inesecuzione degli ordini, i dissidî insorti tra gli esciti dall'urne, costrinsero, dopo breve tempo, i due Comitati a disciogliersi.

Lascio delle accuse volgari: delle pretese, mormorate appunto dagli uomini che non hanno mai contribuito d'un obolo, che si desse conto ad altri, che non al paese insorto e rappresentato, delle offerte, date e impiegate segretamente, all'imprestito Nazionale:—dei motti codardi e codardamente gittati contro le abitudini dei membri del Comitato, mentre, rispettando all'inviolabilità del deposito e all'indipendenza dell'anima loro, i membri del Comitato si facevano lietamente, per vivere, maestri di lingue:—e d'altre consimili: il Comitato non dovea che riderne, sprezzando, e rideva. Ma le più forti accuse, quelle che trovavano più facilmente un'eco nei deboli d'intelletto o di fede, si concentrarono su due punti, che meritano d'essere rapidamente toccati: la guerra bandita al federalismo, e la teorica del governo dittatoriale raccomandata all'insurrezione.

Io considero—e noi tutti consideravamo il federalismo come la peste maggiore che possa, dopo il dominio straniero, piombar sull'Italia; il dominio straniero ci contende per poco ancora la vita; il federalismo la colpirebbe d'impotenza e di condanna a lenta, ingloriosa morte, in sul nascere. Rampollo d'un vecchio materialismo che, incapace d'affermare la collettiva unità della vita, non può coll'analisi scoprirne se non le manifestazioni locali e ignora la Nazione e i suoi fati, il federalismo sostituisce, al concetto della missione d'Italia nell'Umanità, un problema di semplice libertà e d'un più soddisfatto egoismo. Senza base di filosofia:—senza teorica d'antecedenti storici in Europa, dacchè tutte le federazioni non furono, nel passato, che concessioni imperfette alla tendenza unitaria, cadute, appunto perchè imperfette, ogni qualvolta si scontrarono coll'unità già ordinata:—senza argomenti d'analogia nel presente, dacchè delle due sole confederazioni esistenti, la Svizzera e l'America, questa rappresenta la sola unità possibile tra i paesi d'un continente intiero, quella, formata per aggregazione successiva, rappresenta la sola unità possibile tra popoli di lingua, di razza, e di credenze diverse:—senza tradizione nazionale, dacchè non furono mai in Italia se non leghe a tempo, limitate sempre a una parte sola della Penisola, e tutte, dalla Lombarda infuori, funeste al paese:—senza appoggio possibile di diplomazia, dacchè nè i federalisti medesimi s'attentano di dichiarare giusta e da rispettarsi la divisione attuale, ineguale, arbitraria, tirannica, come è, degli Stati:—senza conforto d'aspirazione di popolo, dacchè il popolo non conosce se non la nazione e la propria città:—il Federalismo italiano non è nè può essere che capriccio intellettuale di letterati imprudenti o sogno inconscio d'aristocrazie locali, accarezzato da mediocrità ambiziose alle quali l'ampia sfera nazionale minaccia l'oblìo. E aristocrazie locali di mediocrità; usurpazioni tanto più facili, quanto più la sfera, nella quale tentano compiersi è angusta; influenze straniere e contrarie di nazioni gelose esercitate, a seconda della posizione geografica, degli interessi commerciali o dei ricordi storici, sul Sud, sul Centro, o sul Nord dell'Italia; invidie e gare civili di supremazia mercantile o politica rieccitate nelle diverse parti: debolezza perenne e perenne mancanza d'iniziativa, scenderebbero inevitabili dal sistema federativo applicato alla nazione risorta. Per tutte queste, e per più altre ragioni, noi credemmo debito nostro il dichiararci, senza riguardo alcuno ai pochi avversi, esclusivamente unitarî. Ma pensando come per noi si temperava l'idea di unità e al come gli altri parevano capire il federalismo, non mi venne mai fatto d'intender di che si lagnassero, o che si vogliano. Com'essi, noi adoriamo, riverenti, la libertà: com'essi, abborriamo dal concentramento amministrativo: com'essi teniamo sacra la spontaneità della vita locale. Soli due elementi storici esistono in Italia per noi: il Comune, dal quale incominciò lo sviluppo della nostra vita; la Nazione verso la quale andò, d'epoca in epoca, operandosi più sempre la fusione del nostro popolo. Sono i due elementi che corrispondono ai due, violati alternativamente dai sistemi del socialismo francese, individuo e società, in ogni Stato; e, com'essi, sono inviolabili e devono armonizzarsi, non negarsi l'un l'altro. Il Comune, unità primordiale politica, deve ampliarsi e dotarsi di forze proprie che gli consentano indipendenza, per quanto concerne doveri e diritti locali, dal governo della Nazione: esercizio d'attribuzioni, che costituiscano un primo grado d'educazione civile, pratica al cittadino; e ricchezze che lo abilitino a irraggiare un incivilimento progressivo nelle campagne, oggi isolate soverchiamente e ignoranti. La Nazione, unità complessiva e suprema, rappresenta, tutela e promove l'insieme dei doveri e diritti, che spettano a quanti nascono tra l'Alpi e l'ultimo nostro mare, e costituiscono al di dentro e al di fuori la missione Italiana. E mentre cura e vocazione della famiglia dev'essere l'educare uomini al Comune, il Comune deve educare cittadini alla Nazione, la Nazione educare le generazioni italiane a compiere la parte e gli obblighi loro nell'Umanità. V'è chi possa levarsi protestando contro questo ideale, o vagheggiarne, sotto nome di federalismo, uno migliore? Io intendo—Dio mi guardi dall'approvarlo—il federalismo monarchico di Gioberti e Mamiani; essi sacrificano Italia, principî, avvenire a una pretesa opportunità o alla codarda ambizione d'una famiglia di principi. Ma il federalismo repubblicano, il federalismo che non ha innanzi se non tre vie:—sagrificare giustizia e principî rispettando gli Stati attuali—affrontare tutti gli ostacoli incontrati dagli unitarî e più altri nuovi per fondare ad arbitrio una diversa serie di Stati—o scendere, per equa deduzione di logica, alla sovranità d'ogni campanile, alle cento o duecento repubblichette, al medio evo rifatto in faccia al moto verso gigantesche unità nazionali che affatica l'Europa—mi riesce, io confesso, inintelligibile. E duolmi che un ingegno potente d'analisi e di nozioni pratiche come quel di Cattaneo, si lasci sospettare di siffatta follìa.

Ma l'altra accusa, vecchio grido d'allarme di quanti demagoghi mirarono a conquistarsi, adulandone le incaute passioni, il popolo, sollecitava pur troppo tutte le invidiuzze, le ambizioncelle, i sospetti e la foga irrequieta di libertà, che s'agitano tra gli oppressi, e più nell'emigrazione. I tristi—e dovrò dirne tra poco—non arrossivano far discendere la questione del centro unico dittatoriale sul terreno degli assalti personali; i migliori esageravano, dimenticando che una insurrezione non è libertà, ma guerra per conquistarla, i pericoli d'una dittatura che non potrebbe mai diventare tirannide, se non quando gl'Italiani meritassero tutti d'essere servi—e nol meritano. Taluni—perchè i più saviamente s'astennero—fra i membri dell'Assemblea Romana, sognandosi pur sempre reduci in patria per virtù d'armi francesi, poi che si sarebbe compita la pacifica rivoluzione dell'urne, s'affrettarono a dichiarare, in un documento, che in qualunque luogo avessero veduto compirsi l'insurrezione, essi si sarebbero immediatamente raccolti, in virtù del loro mandato, come monade e nucleo generatore di una Assemblea Nazionale, dirigendo intanto i primi moti del popolo insorto: e ci mandarono, perchè il rifiuto ci chiarisse pericolosi alla futura libertà del paese, quel documento, richiedendoci di firmarlo. La nostra coscienza ci comandava di amare il popolo, e d'ajutarlo a conquistarsi una Patria, non d'adularlo, ingannandolo; e però ricusammo. Quei valentuomini non s'avvedevano che la loro proposta era, più d'ogni altra, usurpazione dittatoriale di sovranità: i rappresentanti del popolo in Roma, eletti dagli uomini, non d'Italia, ma dello Stato, con mandato di provvedere alle sorti, non d'Italia, ma dello Stato, avevano esaurito degnamente quel mandato, proclamando il 2 luglio dal Campidoglio una Costituzione buona in più parti, ma che certo non sarà mai Costituzione d'Italia. Se non che, a una usurpazione che avesse avuto in sè virtù di salvare la patria, noi avremmo piegato il capo e, ripetendo la formola dei nostri padri, aderito. Ma io vedeva dall'Assemblea Romana ricostituita escire, in forza d'un diritto analogo, al quale di certo non mancherebbero gli invocatori, l'Assemblea Veneta, l'Assemblea Toscana, l'Assemblea di Sicilia: e riviver con esse tradizioni di partiti e illusioni o peggio, che sviarono a certa rovina la rivoluzione del 1848; e l'impossibilità di condurre rapidamente, energicamente, nazionalmente, fra le gelosie, le esigenze, le improntitudini di quattro assemblee, l'insurrezione a buon porto; e, s'anche miracoli di popolo le avessero procacciato vittoria, gravi e quasi insuperabili pericoli all'Unità della Patria. E questi miei timori si confermavano dal linguaggio d'uomini di Sicilia, Toscana, Venezia, ch'io andava via via richiedendo del loro parere, e che, fautori d'una Assemblea, erano pur tutti avversi al rivivere della Romana. Ond'io, forte d'un voto esplicito, decisivo, dato da tutta quanta l'Associazione di Roma e Provincie, minacciosamente ostili alla proposta di quei pochi Rappresentanti, proponeva ad altri che si riunissero nel primo punto libero bensì, per far atto degno veramente di loro e di Roma, e fecondo di conseguenze giovevoli all'insurrezione, dicendo: noi non capitolammo, e non abdicammo il mandato davanti alle bajonette; noi, nei quali vive per decreto di voto il pensiero di Roma, anima, centro, altare d'Italia—ci raduniamo a scioglierci e abdicare il mandato imperfetto davanti alla maestà del popolo insorto: con noi perisce ogni diritto, ogni sovranità di passato: a cose nuove poteri nuovi: una sola Assemblea è legittima, quella che la Nazione Italiana convocherà. Ma quando? E la questione, sciolta cogli uomini dell'Assemblea Romana dal voto dell'interno e più dopo dai mutamenti di Francia, risorgeva, e risorgerà, probabilmente, con altri, i quali vorrebbero i fati dell'insurrezione affidati a una Assemblea nuova da raccogliersi immediatamente.

Immediatamente? S'io avessi mai potuto sostituire, per accattare suffragi, gli accorgimenti tattici dei più tra i cospiratori al libero diritto favellare del pensatore patriota, avrei riecheggiato allora e riecheggerei oggi quella parola. La forza delle cose avrebbe deciso e deciderà sempre in favore dell'opinione ch'io mantengo. La convocazione d'una Assemblea qualunque, esige un vasto tratto di terreno assicurato dall'insulto nemico, tregua a quel primo stadio di guerra che assorbe il popolo tutto nell'azione incessante, redazione di legge elettorale, comizî, voto, comunicazione agli eletti, riunione da punti diversi, verificazione: in tutto quel tempo l'insurrezione deve pur governarsi; avrà capi quindi e autorità direttrice, e se i primi passi di quell'autorità avranno creato vittorie, se avranno rivelato al paese gli uomini potenti di concetto e audaci nell'eseguire che hanno, più ch'altri, fede e sanno infonderla nelle moltitudini, non un'Assemblea prematura oserà balzarla di seggio finchè dureranno i supremi pericoli. Ma le reticenze, le transazioni colla propria e coll'altrui credenza, e le tattiche dei machiavellucci parlamentari, arnesi buoni per monarchici e monarchie, minacciarono di troppo in questi ultimi anni l'educazione repubblicana del nostro popolo, perchè s'accettino da noi. E però dissi allora e ridico: che il fidare le sorti d'una insurrezione italiana ad un'Assemblea convocata dai primi tempi, riescirà, se mai si facesse, a moltiplicare gli ostacoli e i pericoli sulla via dell'insurrezione, senza educare il popolo a libertà vera o proteggerlo dalle brighe degli ambiziosi. La nostra insurrezione potrà vincere—tante sono le forze che possono adoprarsi in Italia—rapidamente: un anno, sei mesi forse—e gli uomini delle guerre governative sorridano a posta loro—basteranno, tante sono le conseguenze, possibili altrove, d'un moto nazionale italiano, a far sì che si segni la pace oltr'Alpi; ma a patto che la battaglia sia di giganti; a patto che le forze interne si concentrino tutte a un intento da una volontà ferrea, non indugiata da gelosie, paure o riguardi; a patto che le conseguenze dell'insurrezione italiana si rendano inevitabili all'estero coll'audacia che lacera in viso ai regnanti trattati e protocolli di diplomazia e costringe le nazioni schiave a trasalire fra i ceppi, a sentire il tocco d'un'ora di vita suprema voluta da Dio, a salutare con entusiasmo di fiducia il popolo iniziatore; a patto che le operazioni, maturate, ordinate nel segreto assoluto, prorompano, inaspettate, come colpi vibrati in duello; a patto che gli animi, i pensieri, le azioni del popolo insorto, sollecitato, affascinato dalla fredda audacia dei capi, non si sviino un solo istante dal grande, dall'unico intento, insurrezione, guerra, vittoria. Ma chi può mai sperar questo, se non da pochi individui puri, volenti, energici, affratellati, quasi dita d'una stessa mano, in unità di concetto e di moti liberi e mallevadori al paese solamente degli ultimi risultati? Dove è la potestà esecutiva che possa mai attentarsi, siedente un'Assemblea, di sprezzare le pretese della confederazione Germanica nel Tirolo, di sprezzar le proteste di tutti i Consoli del commercio europeo in Trieste, di abbandonare, occorrendo, il paese alle devastazioni dei nemici racchiusi nelle fortezze del quadrilatero, per trasportare altrove, tagliando il nemico dalla propria base, la forza dell'insurrezione, senza chiederne assenso da quell'Assemblea? Pur quelle e ben altre audacie racchiude il segreto della vittoria; e il segreto, dato a discussioni, pubbliche o no poco monta, di parecchie centinaja d'uomini, è segreto perduto. Citar Roma, citar Venezia, parmi, più che argomento, artificio rettorico d'allievi inesperti. In Roma e in Venezia sì trattava di tutelare città, non di fondare una Nazione: era guerra non d'offesa ma di difesa; non passibile di concetti e disegni radicalmente diversi; e ogni perdita di tempo era tolta dal continuo contatto fra la potestà esecutiva e l'Assemblea; e il cannone nemico tuonava alle porte, mirabil rimedio a lievi dissensi. E l'unico potente esempio, che par soccorrere ai fautori dell'Assemblea, quello dei prodigi operati in Francia sotto la Convenzione, è per me sofisma pericoloso. Un unico esempio—ed unico è nella storia—mal fonda teorica, alla quale s'affidi la salute d'un popolo; ma neppur quell'unico regge. La Convenzione venne, terza assemblea in un paese già concentrato a unità nazionale dopo tre anni di rivoluzione crescente, di libera stampa, d'agitazione popolare e di società giacobine, e quando fremeva nell'animo a tutti la coscienza d'una rivoluzione invincibile; la nostra si raccoglierebbe in sui primi moti di una insurrezione, incerta tuttavia de' suoi fati, in una terra che deve conquistarsi unità e indipendenza ad un tempo, da un popolo d'elettori buoni per istinto, ma ineducati, tra un popolo di eleggibili, ignoti per mancanza di contatto colle moltitudini e di vita pubblica anteriore; predominante necessariamente in essa una classe di cittadini timidamente devoti, di pretese superiori all'intelletto e dotati della semi-scienza fatale alle insurrezioni, che vede e calcola tutti i pericoli senza indovinare le audacie sublimi che possono vincerli. Chi può dire: noi avremo la Convenzione? E nondimeno a quali patti fu grande d'energia la Convenzione di Francia? Le denunzie che escivano pe' suoi membri dai banchi de' giacobini si trasformavano in condanne sulle labbra degli uomini del Comitato di salute pubblica o di Robespierre e si compievano sul patibolo. La guerra civile inferociva in seno alla Convenzione; una metà scannò l'altra: passeggiò su tutte, dominatrice tremenda, la ghigliottina. La dittatura a tempo e limitata di pochi chiamati dal popolo, invigilati dal popolo, mallevadori al popolo, è dunque siffattamente pericolosa, che debba preferirsi la dittatura della ghigliottina e lo spettacolo di terrore e di sangue, ch'oggi ancora impaurisce gli animi della Repubblica? Non so s'io traveda, ma la via ch'io propongo parmi la sola che possa dar salute all'insurrezione e liberare a un tempo l'Italia dalla tristissima necessità del terrore ordinato in sistema e del sangue. Un'assemblea esige nel paese un esercizio di libertà illimitata, che nel concitamento febbrile di quel primo periodo, deve tradursi infallibilmente in licenza: si divide essenzialmente in partiti, che rappresentati da uomini cinti della fascia di mandatarî del popolo, si riproducono potenti non foss'altro nel collegio degli elettori; e trapassando di crisi in crisi, di discordia in discordia, finirà, checchè si faccia, per insegnare al popolo l'anarchia—l'inerzia della stanchezza—o la dittatura: e alla istituzione di un potere dittatoriale conchiusero, ne' momenti supremi, le Assemblee quanto furono, antiche e moderne. Ma non cova maggiori pericoli una dittatura, sancita per confessione implicita d'impotenza, da un'Assemblea, che non quella alla quale il popolo fiderebbe nei primi momenti il governo dell'insurrezione e a un tempo l'ufficio di preparare, libero d'ostacoli e di pericoli, il terreno alla convocazione dell'Assemblea? Non fu la maggior parte della via alla tirannide agevolata a Luigi Napoleone dallo scredito in cui l'Assemblea era caduta?

Non cito i danni minori:—l'imprudenza di dettar leggi regolatrici della vita d'un popolo, prima che quel popolo abbia potuto manifestare la somma di facoltà, di bisogni, di credenze, di aspirazioni che gli compongon la vita:—il pericolo di soggiacere, senza pur avvedersene, alle tradizioni d'un passato abbarbicato ancora alle menti:—la certezza di subire, in disposizioni destinate a regolare un avvenire pacifico, l'influenza d'un presente, affannato dall'ansie, dai sospetti, dalle riazioni d'una guerra non per anco decisa:—e finalmente l'allontanamento forzato dal campo, e dagli uffici praticamente utili all'insurrezione, d'un numero d'uomini militari ed altri: benchè io ricordi tuttavia che se la proposta ch'io, semplice rappresentante del popolo in Roma, e antiveggendo i pericoli prossimi, feci all'Assemblea, di disperdere i suoi membri a portar la croce di fuoco tra i loro elettori nelle provincie, non fosse stata da improvvidi sospetti respinta, forse le Romagne non davano il triste spettacolo—e so che laveranno quell'onta—di lasciare il tedesco passeggiar senza ostacolo da Bologna sino ad Ancona. Ma come può esistere Assemblea Nazionale legislatrice su tutti e obbedita da tutti, se tutti, o i più almeno, fra gl'Italiani non l'hanno eletta? Ben so ch'altri, a scansare l'ostacolo, propose un'Assemblea, che andasse via via rafforzandosi dai rappresentanti delle frazioni di territorio che s'andrebbero via via emancipando. Ma le leggi via via votate non rimarranno pur sempre mal ferme, per vizio d'illegalità, nell'animo dei non elettori? o dovranno riesaminarsi ad ogni nuova infornata di rappresentanti? Pensando all'immensa unità richiesta da un'impresa, come quella di far d'un popolo insorto Nazione, e ad un tempo al continuo variar di tendenze, all'incertezza di sistema governativo, alla instabilità d'ogni disegno di guerra e pace, che prevarrebbero in quell'Assemblea, formata per alluvione, non pare, a dir vero, proposta da senno.

Io intendo l'atto d'una prima Assemblea Nazionale Italiana, raccolta in Roma, a definire e consecrare col Patto la terza vita d'un Popolo predestinato, come il nostro, a infondere la propria nella vita dell'Umanità, siccome l'atto il più solennemente religioso che possa, in questa Europa sconvolta, compirsi; e lo vorrei tale nelle circostanze, nella pace d'anima dei rappresentanti, liberi da ogni influenza d'eventi passeggieri e violenti, nella maestà d'un Popolo circostante, purificato dal martirio e in riposo sull'armi della vittoria. Vorrei che gl'Italiani avessero prima imparato l'unità della Patria nel campo, la missione della Patria nel sacrificio, la libertà della Patria nella coscienza d'aver combattuto e vinto per essa. Vorrei che il Messia dell'Italia, l'Assemblea Nazionale, avesse profeti che gli preparassero la via. E cura del Governo d'Insurrezione sarebbe quella di prepararla in quel breve periodo colla educazione iniziatrice, colla stampa ordinata ad un fine, coll'associazione pubblica concentrata a una sola bandiera, coll'esercizio della facoltà elettorale, dato, fin dov'è possibile, ai militi e ai comuni pei loro uffici: di leggi, quel Governo a tempo non dovrebbe farne se non concernenti la guerra, e le poche richieste dai più urgenti bisogni del popolo e dalla necessità di fargli intendere che combatte per sè, pel suo meglio. Commissioni o assemblee di provincia, raccolte intanto senz'altro mandato che quello di snudare le piaghe del passato, di studiare i nuovi bisogni, di preparar materiali alla futura Assemblea, costituirebbero di fatto una potenza invigilatrice, pel caso in cui il Governo d'Insurrezione accennasse tradire o prolungasse il periodo transitorio oltre il termine indicato dall'esito della guerra: guerra, ripeto, tanto più breve quanto più concentrata, quanto più dittatoriamente diretta. Nè temo gran fatto d'usurpazione da quei pochi: tremenda è la tirannide d'una Assemblea, perchè il punirla minaccia le fondamenta dello Stato ed esige l'insurrezione di tutto un popolo; ma i pochi, rivestiti di mandato a tempo e per un intento definito, non avrebbero appoggio possibile se non nella forza; e quella forza—non atteggiata ad esercito permanente e separato dalla nazione—in un popolo ringiovanito nelle battaglie della libertà, starebbe contr'essi. A me, nell'udire tanti puritani di libertà affaccendarsi dall'esilio a custodire dalle ambizioni possibili la patria futura, veniva spesso sul labbro: che! sognate un Cesare in ogni patriota, a cui lo studio delle rivoluzioni suggerisca idee dissimili dalle vostre, e non sapete giurare a voi stessi di essergli Bruti?

VI.

Queste cose dicevamo, in termini assai più miti e meno assoluti, agli avversi; e aggiungevamo: «tra le opinioni nostre e la vostra, avremo giudice supremo il paese: noi non abbiamo desiderio di costringere il paese ad accettarle, nè potenza per farlo; il primo giorno dell'insurrezione vedrà disciolto il Comitato Nazionale: a che dunque aspreggiarsi e dividersi per questioni siffatte? D'una sola cosa siamo tutti debitori all'Italia: d'operare ad affrettarne l'emancipazione: uniamoci per questo intento. Il Comitato Nazionale è oggimai un fatto: e voi non potete fare che i fatti non siano. Noi concentriamo elementi d'azione importanti d'intorno a noi: abbiamo fiducia dalle democrazie nazionali straniere, e simpatia lentamente conquistata dai buoni d'Inghilterra e d'America, e qualche mezzo materiale raccolto. Voi non potreste—nè dovreste volerlo—rompere, disperdere questo cominciamento d'unificazione, prezioso per la terra nostra; ma potete dargli, cooperando, più vigoroso sviluppo e migliorarlo e trasformarlo gradatamente. Venite: ci avrete fratelli, non capi.» Io ricordo d'aver scritto, insistendo, a uno de' principali tra loro, che se temevano di soggiacere a idee preconcette, o ad influenze che non amavano, d'individui, venissero in tre, in quattro, in cinque: sarebbero tutti accettati e formerebbero maggioranza; però che noi non fidavamo in altra potenza che in quella del vero; e lo avremmo discusso tra noi. E non valse. Non avendo che dire, tacevano; ma avversavano con quanti potevano all'Imprestito Nazionale, sindacavano, notomizzavano ogni frase dubbia dei nostri scritti, evocavano fantasmi d'ambizioni o di stolti concetti insurrezionali, ci davano carico d'ogni sillaba che escisse di bocca a un gregario di parte nostra; e architettavano, eretto di contro al Comitato Europeo, non so quale Comitato Latino in Parigi, angusto di concetto e di forma, che s'esauriva in un Manifesto. Firmato da soli francesi e anonimo per l'altre nazioni, quel Manifesto dichiarava non ammettere che alcuno individuo o Comitato potesse—da francesi in fuori, suppongo—rappresentare il Partito Nazionale in Italia. Era atto scortese quanto impolitico; e non di meno, anche dopo quell'atto, noi mandammo parole di pace e offerte d'azione fraterna, alle quali non s'ebbe cenno mai di risposta. Le portò Saliceti, che allora appunto, per cagioni personali estranee ad ogni politica, si staccava, recandosi altrove, da noi e ci lasciava dichiarazione scritta, e promessa d'adoprarsi a convincere i dissidenti e proteste d'amicizia, ricambiata sinceramente da noi, smentita più tardi, e senza cagione, da lui.