Ben giova ch'io noti come voi, dopo avere raccolto dai cadaveri di Orsini e di Pieri argomento a un artificio oratorio contro me e contro gli uomini del Partito d'Azione Italiano, abbiate dalle sciagure, alle quali i vostri volontariamente soggiacquero in Lombardia, tratto argomento, confondendo uomini e date, a calunniare le intenzioni dei repubblicani di Francia. Parlo del rifiuto dato alle domande d'ajuto contro l'Austria, indirizzate dal vostro Governo al Governo francese; rifiuto dal quale voi e il vostro collega Lamarmora avete desunto che: le repubbliche ebbero sempre una politica egoista, e che voi dovete allearvi all'impero.
Ogni membro della vostra Camera, che—pur corrivo ad accettare come verità di fatto le vostre dichiarazioni—avesse semplicemente serbato lume di logica, avrebbe potuto sorgere e dirvi: «La repubblica francese ricusò combattere le vostre battaglie; non volle scendere in campo per l'indipendenza italiana. Luigi Napoleone scese in campo contro l'indipendenza italiana; distrusse le libere instituzioni che s'erano impiantate sulla base del suffragio universale in Roma; i suoi soldati mantengono tuttora negli Stati Romani il dispotismo papale. Come potete biasimar la repubblica e lodar l'impero? Tra chi non compie il proprio dovere e chi viola patentemente il vostro diritto, perchè insultate al primo e adulate al secondo?»
Altri avrebbe potuto ridere della vostra scienza storica, e in risposta al vostro: mi si citi un sol fatto delle repubbliche di Grecia e di Roma—son le sole che ricordate—per cui si possa dire che esse portarono civiltà, chiedervi dove sarebbe la civiltà d'Europa se i repubblicani greci non avessero vinta la battaglia di Maratona e respinto l'elemento orientale, negativo d'ogni progresso;—come si sarebbe costituito un equilibrio qualunque di civiltà fra il mondo latino e il germanico, senza l'opera livellatrice delle conquiste di Roma repubblicana:—poi, se il programma delle nostre lotte contro il dominatore teutonico non sia stato dato in Pontida dai repubblicani lombardi:—se alle tendenze improntate dalle nostre repubbliche del medio evo non si debba il senso d'eguaglianza civile che, tra le oppressioni politiche d'ogni genere, ci colloca anch'oggi, in fatto di convivenza sociale, innanzi a parecchie nazioni d'Europa;—se non escissero dalle conquiste dei repubblicani veneti la civiltà delle spiaggie illiriche e i vincoli che ad esse ci stringono; chi arrestasse la fatale invasione del Maomettismo se non un figlio della repubblicana Polonia, Sobieski; a chi, se non ai repubblicani francesi della fine dell'ultimo secolo sian dovuti i due terzi delle instituzioni di libertà e d'eguaglianza civile esistenti oggi in Europa.
Altri finalmente avrebbe potuto levarsi e dirvi: «La vostra affermazione, signore, è la vostra condanna. Voi potete dimenticare, ma noi non dimentichiamo, che voi, sostituendo al sacro pensiero nazionale la gretta ambizione d'una dinastia; alla Italia Una dall'Alpi al mare, il meschino concettuccio d'una Italia del Nord; all'emancipazione d'una razza intera, la tentata preponderanza di una frazione di quella, perdeste la nostra causa ed isteriliste i frutti d'un moto che aveva l'Europa con sè. In nome d'Italia, noi avevamo costretto i nostri principi a lasciar scendere le loro milizie sul campo delle sorti future della Nazione: parlando in nome del Piemonte, voi porgeste al Papa, al re di Napoli, al duca di Toscana l'ottimo fra i pretesti per retrocedere e ridiventare tiranni. La Francia repubblicana era presta ad appoggiare colle armi il popolo italiano; ma perchè una repubblica avrebbe dato il sangue de' suoi per fortificare i dominî territoriali di un re poco amante di libertà, odiatore di ogni instituzione repubblicana, non tenero della Francia, e pericoloso ad essa il giorno in cui egli avesse voluto, ristabiliti gli accordi coll'Austria, movere a' danni dell'imprudente soccorritrice? Voi non chiedeste mai per l'Italia. E a chi chiedeva per la monarchia di Piemonte non aveva la repubblica francese diritto di rispondere queste parole:—ove si tratti di soccorrere l'Italia, siam presti: possiamo anche combattere a fianco delle legioni piemontesi: ma rompere guerra per sostener gl'interessi del re di Sardegna, intrecciare la bandiera della Francia a quella di casa Savoja, la repubblica non può farlo—?»
Io vi dico invece: Signore, voi mentite alla storia; e parmi impossibile che contro le asserzioni vostre e dei vostri nessun deputato si sia richiamato ai documenti officiali.
Io non sono tenero, da molti anni in qua, delle cose francesi. So che la politica estera del Governo repubblicano di Francia nel 1848 non fu, per difetto d'omogeneità tra i membri che lo componevano, quale i tempi e la missione del principio repubblicano in Europa chiedevano. Le tendenze rappresentate da Ledru-Rollin nel primo Governo, poi nella Commissione esecutiva—tendenze che, per rispetto non foss'altro all'esilio determinato per Ledru-Rollin da un nobile tentativo a favore di Roma, voi, signore, non avreste dovuto mai calunniare—non erano secondate abbastanza da' suoi colleghi. Ma io affermo che la repubblica francese voleva ajutare coll'armi la emancipazione d'Italia, e affermo che il Governo Sardo non volle. È questione di fatto e non altro per me. Io credeva allora—e pubblicai la mia opinione sull'Italia del Popolo in Milano—che l'Italia, a patto di suscitare e porre in azione tutte le forze vive della nazione; a patto di non fidare la direzione della guerra a chi per inettezza o mal animo doveva fatalmente tradirla; a patto di combattere le battaglie d'Italia in Tirolo, sull'Alpi venete, a Trieste, non intorno alle quattro fortezze: a patto di combattere per l'unità, non per l'ingrandimento della monarchia sarda, poteva emanciparsi da sè. Lo credo tutt'ora. Ma voi, signore—e dicendo voi accenno al sistema che rappresentate, al Governo in nome del quale gittate l'accusa ai repubblicani di Francia—voi che, per terrore dell'elemento popolare, rifiutaste gli ajuti che la nazione poteva darvi all'impresa, voi che tradiste doppiamente il paese rifiutando quei che la Francia v'offriva, non dovreste oggi tornare sopra un argomento intorno al quale la menzogna sola può esservi puntello e difesa.
L'8 maggio, la Francia, per bocca di Lamartine, diceva: Se nazionalità conculcate, diritti calpestati, indipendenze legittime ed oppresse sorgessero, si costituissero con forze proprie, entrassero nella famiglia democratica dei popoli, e ci chiamassero a difesa dei loro diritti, ad ajutare la fondazione d'instituzioni conformi alle nostre, la Francia è pronta. La Francia repubblicana non è solamente la patria, ma il soldato democratico dell'avvenire.
Il 22 maggio, la Commissione esecutiva, parlando della questione italiana, ripeteva più esplicita:
Se i popoli d'Italia fossero troppo deboli—se questa indipendenza, questo diritto di rinascimento della nazionalità Italiana, che tutte le pagine della storia attestano, fossero assaliti, la Francia è presta; appiedi dell'Alpi, armata. Essa dichiara altamente ad amici e nemici, che al primo segnale varcherà le Alpi e stenderà agli Italiani una mano liberatrice. Fin dai primi giorni, noi abbiamo fatto comunicare alle potenze italiane la ferma volontà d'intervenire alla prima chiamata che ci si facesse; e conformemente a quella dichiarazione, abbiamo riunito appiè dell'Alpi, dapprima un esercito di 30 mila uomini, poi un altro che può, nello spazio di pochi giorni, sommare a 60 mila. E v'è tuttavia. Noi abbiamo aspettato una chiamata dall'Italia, e sappiatelo, malgrado il nostro rispetto per l'Assemblea Nazionale, se quel grido avesse traversato l'Alpi, noi non avremmo aspettato, ma avremmo creduto compiere anzi tratto la vostra volontà, movendo a soccorrere l'Italia.